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La proposta pastorale del nostro vescovo, quest’anno, ruota attorno al tema della sapienza.
Prende spunto dal fatto che, durante il tempo del lockdown, si sono aperte diverse domande legate alla vita. Queste domande invocano una sapienza, cioè un modo di interpretare la vita, di comprenderla.
La fede può essere considerata una sapienza, perché la fede è un modo di comprendere e di interpretare la vita.
Ora, se le domande che si sono aperte nel periodo del lockdown invocano una sapienza di vita, uno dei libri sapienziali della Bibbia, il Siracide, ci suggerisce che per essere saggio siamo chiamati ad ascoltare.
Come la frase che abbiamo appeso dietro di noi, presa proprio dal libro del Siracide: Se ti è caro ascoltare, se porgerai l’orecchio, sarai saggio.
Sembra che questa via della saggezza, della sapienza inizi con questa capacità di ascoltare.
Non a caso, la pagina di Deuteronomio che abbiamo ascoltato, inizia proprio così: Ascolta, Israele. Anche Paolo, del resto, nella lettera ai Romani, dirà: la fede viene dall'ascolto (Rm 10,17)
La regola di san Benedetto, infine, inizia con questo suggerimento all’ascolto: Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore.
Pare proprio che, per diventare saggio, per trovare la sapienza della vita, bisogna, innanzitutto, ascoltare più che parlare.
La sapienza nasce da un cuore che ascolta. Si apre, allora, la domanda: la parola di Dio ascoltata quale sapienza indica?
La parola del Deuteronomio, così come quella del Vangelo, sono un invito ad amare Dio e ad amare il prossimo.
Quasi a dire che la sapienza che nasce dall’ascolto della parola di Dio è la sapienza di chi ha compreso che la vita è fatta per amare.
Non un amare qualunque, bensì un amare con lo stile di chi ama con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.
Dove questo “tutto” dice che dobbiamo amare, fino a donare tutta la vita, un amare fino a morire per l’altro, come ha fatto Gesù.
La sapienza che nasce dall’ascolto della parola di Dio ci fa comprendere che noi viviamo per amare e amare fino al dono della vita.
Non si ama dando tanto, ma dando tutto.
Detta diversamente, la sapienza indicata dalla Parola di Dio ascoltata sembra dirci che, per comprendere la vita, dobbiamo avere una ragione per morire, una ragione per dare la vita.
Solo se si ha una ragione per morire, noi comprendiamo la vita, perché troviamo una ragione per vivere.
Questo tempo del lockdown ha risvegliato la paura della morte, paura legittima e normale, che non si vince fuggendola o mettendoci in sicurezza, ma trovando una ragione per morire, perché tanto, in ogni caso, la morte ci verrà incontro.
Non è stato così anche per Gesù? Egli ha dato una ragione alla sua morte: la salvezza per gli uomini, facendo della sua morte un atto d’amore per gli uomini.
Siccome la morte ci toglierà tutto, possiamo sconfiggere la paura della morte, decidendo noi di dare tutto.
Diversamente, la paura della morte ci farà giocare al risparmio con la vita, preoccupati di trattenere più che dare, perché questo trattenere ci darà l’illusione di sconfiggere la morte.
Così facendo, nasceranno stanchezze, cadute di entusiasmo perché non abbiamo trovato ancora una ragione per morire, non abbiamo ancora trovato un motivo per cui donare la vita, non abbiamo ancora un sogno grande, per cui valga la pena dare tutta la nostra vita.
Amare dando tutto e non tanto è rimanere nella logica di Gesù, per cui chi perde la vita, la ritrova e chi la trattiene, la perde.
Don Bosco traduceva questa logica di Gesù del dare per trovare la vita, dicendo ai suoi ragazzi “Riposeremo in paradiso”, adesso è il tempo di dare la vita.
Se prendiamo sul serio le parole del libro del Deuteronomio, riprese poi da Gesù nel Vangelo, queste ultime sono di una provocazione sconvolgente, per chi pensa di trattenere la vita. Quante volte ci capita di dire “ho già dato tanto, ho dato troppo!”. Sì, ma il tanto, il troppo, non è il tutto.
Il tanto rischia di modellare, nel rapporto con Dio, un cuore commerciale del dare/avere, che non ha niente a che vedere con il Vangelo, perché solo il tutto è evangelico. A livello educativo, come adulti, noi abbiamo la responsabilità di accendere dei sogni grandi nei nostri ragazzi, dobbiamo dare loro una ragione per morire, per dare la vita non per trattenerla, per risparmiarla; non dobbiamo proporre loro la divano – felicità!
Se non riusciremo ad esibire delle ragioni per morire, per dare la vita, avremo – sempre più – un mondo stanco, annoiato e insoddisfatto.
Queste cose, più che dircele, dobbiamo farle respirare, perché si educa più con l’aria che si respira che con i discorsi che facciamo.
La sapienza nasce dall’ascolto; nell’ascolto della parola di Dio, comprendiamo che la vita è fatta per amare e amare fino alla fine, fino a morire: solo così, sapremo gustare la vita. Chi la perde, la trova; chi la trattiene, la perde.
Amare Dio con tutto, amare il prossimo come me stesso, vuol dire non dare tanto ma dare tutto. Shemà Israel: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima con tutte le tue forze. Tutto, non tanto.
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