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Il libro degli Atti degli Apostoli presenta e racconta le vicende della Chiesa dei primi tempi. Allora, come oggi, chiamata a testimoniare la Pasqua di Gesù.
Oggi, incontriamo due testimoni di quella Chiesa dei primi tempi: Pietro e Giovanni.
Cosa rende Pietro e Giovanni testimoni della Pasqua di Gesù?
Ai versetti 13 – 14, troviamo: Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare.
Ciò che li rende testimoni della Pasqua di Gesù, che fa sì che siano riconosciuti come coloro che erano stati con Gesù e che dunque quell’incontro con Gesù era stato significativo per la loro vita, sono l’opera di guarigione compiuta e la franchezza con cui parlano.
C’è, però, un inciso che dà forza alla loro testimonianza, costituita da quest’opera di guarigione e dal loro parlare con franchezza: è il fatto che siano persone semplici senza istruzione. Paradossalmente, la loro semplicità e l’essere senza istruzione diventa un valore aggiunto alla loro testimonianza. Mi piace rileggere questo essere semplici e senza istruzione come uomini che hanno voglia di imparare.
La voglia di imparare diventa una condizione per crescere, come Chiesa e come comunità cristiana: la voglia d’imparare sembra una delle condizioni che rende maggiormente credibile la nostra testimonianza.
In questo senso, siamo chiamati ad accettare di riconoscerci senza istruzione: un po’ ignoranti, perché,, solo così potremo metterci nella condizione di dover imparare.
Noi cresciamo come Chiesa e diventiamo testimoni della Pasqua di Gesù, quando custodiamo il desideri di imparare sempre di più qualcosa su Gesù di Nazareth.
Non vorrei che espressioni paoline come abbiamo ascoltato nella seconda lettura L’uomo, mosso dallo spirito, giudica ogni cosa senza potere essere giudicato da nessuno, noi abbiamo il pensiero di Cristo, interpretate in malo modo ci facciano dimenticare che Pietro e Giovanni erano semplici e senza istruzione.
Non vorrei che, come Chiesa, sentendoci custodi della verità, ci ponessimo in una posizione dominante, di chi deve sempre spiegare agli altri come si deve fare, come bisogna comportarsi, dimenticando che anche dagli altri possiamo imparare qualcosa.
Corriamo il rischio di essere una Chiesa che, a parole, dichiara il valore dell’accoglienza, ma, di fatto, accogliamo se gli altri fanno come diciamo noi, perché, sotto sotto, ci crogioliamo nella sottile percezione che non abbiamo niente da imparare dagli altri.
Mi chiedo se le parole di Gesù: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli non faccia riferimento ai bambini come coloro che devono imparare: magari, non sempre hanno voglia, ma il cuore è un cuore che deve imparare.
Si dice che la Chiesa sia Madre e Maestra: troppo spesso, forse, assumiamo il ruolo della maestra, salendo in cattedra a spiegare agli altri come fare, dimenticando di essere anche madre, che si lascia mettere in discussione dai propri figli, perché solo così è possibile un itinerario di accoglienza dell’altro.
Solo chi ha voglia d’imparare, può accogliere Gesù nella propria vita, così che altri possano rimanere stupiti e riconoscerci come quelli che erano stati con Gesù. Chiediamo al Signore di essere testimoni della sua Pasqua, come Pietro e Giovanni.
Uomini semplici e senza istruzione. Uomini che avevano voglia d’imparare.
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