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OMELIE ANNO C 2018-19
 
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II dopo la dedicazione - Domenica 3 novembre 2019
( Is 15,6-10a; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14 )

don Davide Milanesi

Il brano di Vangelo presenta una parabola, che Gesù usa per parlare del Regno di Dio. L’immagine del regno di Dio è quella del banchetto di nozze, è quella di una festa. Dunque, l’invito a prendere parte al Regno di Dio è un invito alla gioia. Il primo invito conosce un rifiuto netto, senza spiegazioni.
Il re, però, non si arrende e invita una seconda volta, spiegando un po’ cosa si potrà trovare a questo banchetto (i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi): tale spiegazione ha l’intento di rendere l’invito più allettante. Anche questo invito, però, riceve un rifiuto.
Il re, tuttavia, non si arrende e chiama infine tutti, buoni e cattivi.
Finalmente abbiamo una risposta positiva e il banchetto può iniziare. Durante il banchetto, però, accade qualcosa di inaspettato: uno viene buttato fuori. Dopo tanta insistenza nell’invitare al banchetto, uno viene buttato fuori!
La parabola vuole suggerirci che, di fronte all’invito di Dio a prendere parte alla gioia è possibile rifiutarla ma, anche, non goderla, perché si risponde con superficialità e negligenza. Non basta dire sì alla chiamata di Dio: bisogna anche assumersene le conseguenze, con responsabilità.
Rispondere in modo responsabile alla chiamata di Dio – sembra dirci la parabola – è indossare l’abito giusto. Indossare l’abito giusto è segno di un cambiamento: è il segno di chi si lascia cambiare, convertire da quel banchetto.
La gioia, che Dio ci offre, può essere trovata solo se si risponde al suo invito con un cuore disponibile a lasciarsi cambiare. Fin qui: la parabola.
Ora, mi piacerebbe pensare a questo banchetto come all’Eucaristia domenicale.
Tutte le domeniche, noi riceviamo l’invito a parteciparvi. Alcune volte abbiamo magari rifiutato, pensando ai nostri affari; altre volte, abbiamo risposto partecipandovi: se siamo qui, è perché, spesso, rispondiamo a questo invito.
Ma la parabola, con quel finale inaspettato, dove uno viene buttato fuori, ci suggerisce una domanda più radicale: quanto questo banchetto (l’Eucarestia) cambia la nostra vita?
Quanto l’Eucarestia ci fa cambiare abito? Quanto l’eucarestia ha plasmato la mia umanità?
Potremmo chiederci: cosa ho imparato, in questi anni, prendendo parte alla celebrazione eucaristica?
Tante sono le cose che l’Eucarestia può insegnarci e che possono cambiare la nostra umanità.
Vorrei metterne in evidenza una: prima della Comunione, noi ricordiamo il sacrificio di Gesù, spezziamo il pane e questo dovrebbe insegnarci che non si dà comunione senza sacrificio. Tutto questo dovrebbe liberarci dalla facilità con cui ci scandalizziamo, quando non si va d’accordo.
Perché la comunione chiede il prezzo di un sacrificio, di uno spezzare la propria vita. Nessuno fa volentieri dei sacrifici, si fa fatica a spezzare la propria vita per creare comunione: nessuno, insomma, è disposto a rinunciare a qualcosa di sé, per sostenere un noi.
Questo vale sia per la vita di coppia, sia per la vita comunitaria, sperimentata in diversi ambiti, dal lavoro alla parrocchia.
Si apre allora la domanda: come rendere meno faticosa la rinuncia di qualcosa di sé, per sostenere un noi? Come entrare nella dinamica eucaristica di una sacrificio, in vista della Comunione?
Credo che sia importante far vedere e gustare la bellezza di quello che si può vivere dopo aver fatto qualche sacrificio. È importante raccontare la gioia della Comunione, raggiunta dopo alcune rinunce: significa accendere il sogno per una gioia che nasce dalla comunione. Per questo, oggi, più che denunciare il male, annunciamo il bene!
Rientrando nella parabola: parliamo più spesso dei buoi e degli animali ingrassati per essere mangiati. I buoi e gli animali ingrassati rappresentano ciò che abbiamo sacrificato e che, nello stesso tempo, ci ha fatto gustare la gioia della Comunione. Quali sono stati i sacrifici fatti nella nostra vita per custodire la comunione e che ci hanno dato gioia?
Raccontiamoli.
Soprattutto, però, raccontiamo la gioia del mangiare gli animali ingrassati più che l’uccisione di questi animali.
Se non abbiamo niente da raccontare, allora l’Eucarestia non ci ha insegnato molto: vuol dire che non ci ha fatto cambiare abito.

  don Davide

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