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OMELIE ANNO C 2018-19
 
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Ultima dopo l'Epifania - Domenica 3 marzo 2019
( Sir 18,11 - 14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10 )

don Davide Milanesi

Vorrei che questo brano, che ci parla di Zaccheo, ci aiutasse a riflettere su come viviamo il nostro rapporto con il sacramento della penitenza.
All’inizio, il Vangelo ci presenta un uomo, Zaccheo, che ha un desiderio: vedere Gesù. Ma ci sono due fattori che gli impediscono di vedere Gesù: la statura e la folla.
Ho provato pensare che la statura bassa rappresenti le tante bastonate che uno ha preso nella vita, che l’hanno buttato a terra, che l’hanno abbassato, così che uno non riesca più a vedere niente di bello.
La Folla rappresenta la mentalità comune, che non ci invita certo ad andare a confessarci (è difficile, ad esempio, che in ufficio, sul lavoro, a scuola qualcuno ci ricordi di confessarci!).
In realtà, è Gesù che vede Zaccheo, o, meglio, lo incontra e vuole entrare a casa sua. Gesù non ha vergogna di andare a casa di Zaccheo, capo dei pubblicani: un peccatore. Nonostante sia un “pubblico peccatore”, un uomo così ha comunque un desiderio: vedere Gesù.
Zaccheo, infatti, lo accoglie pieno di gioia e, una volta che Gesù è in casa, si racconta, senza omettere ciò che non funziona, anzi, assumendosi un impegno a cambiare vita.
Se questa è, in sintesi, la vicenda di Zaccheo, vediamo come può aiutarci ad illuminare il sacramento della penitenza.
Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che vivere questo sacramento è affermare che all’origine non si trova il mio peccato, bensì il desiderio di Gesù di entrare in casa mia, il desiderio di Gesù di entrare nella nostra vita, di incontrarci.
All’inizio, c’è questo volto misericordioso di Dio, che non si vergogna della nostra storia, ma, anzi, la vuole visitare. Vivere il sacramento della penitenza è confessare il volto di un Dio che non si vergogna del nostro peccato e della nostra vita, ma la vuole incontrare e visitare.
Il secondo momento che troviamo nel brano evangelico è la gioia di Zaccheo, che noi abbiamo imparato a manifestare ringraziando il Signore. È bene, cioè, cominciare il momento della confessione raccontando i motivi della nostra gioia, ringraziando, innanzitutto, per il volto misericordioso di Dio che viene ad incontrarmi e non per condannarmi.
Quindi: raccontiamoci per le cose belle che abbiamo nella nostra vita. Solo dopo, mentre stiamo raccontando ciò che di bello c’è e siamo nella nostra vita, possiamo iniziare a raccontare ciò che non ci piace di noi stessi, ciò che non va nella nostra vita e, dentro le pieghe e le ombre della nostra vita, possiamo essere aiutati ad intravedere il peccato.
Il peccato non è solo infrangere una norma e non è nemmeno legato solo al nostro senso di colpa.
Il peccato significa – innanzitutto – sfigurare il Dio della vita, prendendo le distanze dalla vita. Lo possiamo rinvenire in parole, gesti e pensieri che spengono la vita, che prendono le distanze dalla vita e quindi dalla stessa Parola di Dio, perché sappiamo bene che la Parola del Signore è Spirito e vita: ecco perché, ad esempio, un insulto oppure il linguaggio scurrile sono colpe da non sottovalutare. In questo senso, possiamo riconoscere meglio il peccato, quando rimaniamo immersi nella Parola di Dio, per cui, tutte le volte che, invece, ne prendiamo le distanze, sarà più facile che ci allontaniamo, commettendo peccato.
Zaccheo, alla fine, si assume l’impegno di cambiare vita: corrisponde a quella che noi abbiamo chiamato penitenza. La penitenza non è l’impegno necessario per essere perdonati (Gesù è entrato a casa sua prima ancora che Zaccheo cambiasse vita): è, piuttosto, conseguenza dell’incontro con l’amore del Signore. La prospettiva è, infatti, differente: proprio perché il Signore mi ama e perdona, allora decido di cambiare vita. Ma c’è di più: il sacramento della penitenza si conclude con il rito dell’assoluzione, in cui il sacerdote, imponendo le mani, dice ti assolvo dai tuoi peccati.
È vero che uno potrebbe dire “tanto si sa che Dio perdona, quindi non c’è bisogno di confessarsi”, ma, in realtà, abbiamo bisogno di rendere visibili tutte le nostre consapevolezze più profonde attraverso dei riti, delle parole.
Non basta essere consapevoli dell’amore di una persona: dobbiamo sentircelo dire qualche volta e visualizzarlo attraverso dei gesti, delle attenzioni concrete. La consapevolezza di un amore ha bisogno di essere detto e reso visibile. Allo stesso modo, abbiamo bisogno che la consapevolezza del perdono di Dio si renda visibile attraverso un gesto, attraverso delle parole.
In ultima analisi, ci accostiamo al sacramento della penitenza perché abbiamo bisogno di sentirci amati da Dio, nella forma del perdono.
Un perdono che ci rilancia e ridà fiducia alla nostra vita. Che ci fa risorgere uomini e donne nuove come lo è stato per Zaccheo.
Fra una settimana, inizierà la Quaresima: perché, prima che inizi o all’inizio, non proviamo ad accostarci alla Confessione così da prepararci alla Pasqua di Gesù?
Una confessione all’inizio della Quaresima – vissuta come un correre avanti e salire sul sicomoro per vedere Gesù e lasciarci incontrare da Lui che, con il suo perdono, ci fa risorgere a persone nuove – significa iniziare a vivere, fin da ora, la Resurrezione di Gesù!

  don Davide

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