
| OMELIE ANNO C 2018-19 |

Penultima dopo l'Epifania - Domenica 24 febbraio 2019
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Quando Gesù dice a Matteo “seguimi”, non ci viene voglia di prendere la parte di Matteo e dire: «Ma dove devo seguirti? Dove mi porti, Signore?». Il Vangelo, a questa domanda, risponde subito. Gesù ci porta a casa nostra. Alla chiamata di Matteo, segue, infatti, il pasto di Gesù a casa di Matteo. Chi trova Gesù, in questa casa? Pubblicani e peccatori. Gesù, però, non sembra trovarsi a disagio con pubblicani e peccatori: anzi, si siede a tavola con loro; non prova disagio, perché lui non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Ho provato a pensare che la casa dove Gesù ci porta dopo averlo seguito sia il nostro mondo interiore, il nostro cuore. In questa casa, cosa troverebbe Gesù? Troverebbe i tratti del nostro essere peccatori e i tratti del nostro essere pubblicani, vale a dire i tratti di chi non conosce la gratuità, di chi deve farla sempre pagare agli altri, i tratti di una logica commerciale: si dona per avere. Ma la cosa sconvolgente è che lo sguardo di Gesù su questi tratti non è uno sguardo che prova disagio: è lì a tavola, che mangia e beve con loro. Forse, nella casa del nostro mondo interiore potrebbe farsi sentire il fariseo che abita in noi, cioè quella parte di noi che si sente giusta e ha ovviamente qualcosa da dire sui tratti del peccato e del pubblicano che si trovano dentro di noi. La voce del fariseo, il cosiddetto giusto incallito, dentro di noi si farebbe sentire, trovando mille scuse circa i nostri peccati, trovando mille motivi per giustificare la logica commerciale con teorie raffinate, dimenticando che Gesù con peccatori e pubblicani non si trova a disagio e che lui è venuto a chiamare proprio i peccatori. Cosa provoca questo Gesù che non si sente a disagio con peccatori e pubblicani? A me pare che un Gesù così è un Gesù che continuamente si fida di noi, è un Gesù che ci dà fiducia perché, pur conscendo il nostro peccato e la nostra a fatica a staccarci da una logica commerciale, conosce il bene che possiamo fare. Questo mangiare con i peccatori, questo essere venuto non per i giusti ma per i peccatori sono il segno che Gesù è sempre disposto a darci fiducia, a farci alzare dai banchi delle nostre imposte per farci cambiare vita. Gesù ci dà fiducia, nel senso che non guarda il nostro passato, ma guarda il nostro futuro, credendo che noi possiamo fare sempre meglio e bene. Il Signore vede sempre il bene che possiamo fare, piuttosto che guardare al male che abbiamo fatto. È così anche in confessione: Gesù sa quali siano i nostri punti deboli; per questo, essa, più che avere l’obiettivo di eliminare il peccato (cosa che non è possibile, dal momento che la nostra natura è segnata dal peccato originale), dovrebbe avere quello di rialzarci ogni volta con nuova fiducia nelle nostre possibilità di bene, sorretti dalla grazia. Seguire Gesù è, infatti, andare a casa nostra, per scoprire che lo sguardo di Gesù sulla casa del nostro mondo interiore è uno sguardo che non ci condanna, bensì, ci dà fiducia, uno sguardo che continuamente ci rilancia a far bene nella nostra vita. Questo sguardo di Gesù sulla nostra vita ci fa gustare la vita stessa. Ciò che ci sostiene, nel cammino della vita, è uno sguardo che ci dà fiducia. Per questo, quando noi diciamo alle nuove generazioni “ai mie tempi facevo così” “quando avevo la tua età io facevo così” usiamo un linguaggio che rivela, al contrario, uno sguardo che non dà loro fiducia; stiamo, piuttosto, dicendo, sostanzialmente, ai più giovani che hanno sbagliato a nascere, che era meglio prima e che loro sono uno sbaglio. Noi, per vivere, abbiamo bisogno di uno sguardo che ci dica: tu, oggi, puoi fare bene, pur facendo diverso da come ho fatto io. Lo sguardo di Gesù, che ci chiama e ci porta a casa nostra e si siede a tavola con i nostri peccati senza trovarsi a disagio, è uno sguardo che ci dà fiducia: per questo ci fa gustare la vita! |
| don Davide | |

