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OMELIE ANNO C 2018-19
 
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I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018
(Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

don Davide Milanesi

Il Vangelo di questa domenica sembra voglia fare da cassa di risonanza alle nostre paure. Gesù, con le sue parole – con cui, continuamente, ribadisce “badate a voi stessi”, “fate attenzione” – ci mette in guardia da eventi come carestie, terremoti, guerre, segni cosmici sconvolgenti (il sole si oscura, la luna non darà luce), persecuzioni ed omicidi.
Insomma, il Signore sembra proprio voler dar voce alle paure dell’uomo.
Certo, alcune ci sembrano lontane dalla nostra vita (come la paura della carestia) ma, in realtà, ci sono ben altre carestie di cui aver paura: non tanto quella legata all’avarizia della terra, ma, piuttosto, quella legata all’avarizia e all’egoismo del cuore di molti uomini.
Queste situazioni portano a sperare di non aver mai bisogno di nessuno, fino a pensare (e dire): “speriamo di non rimanere qui in qualche modo”; quest’espressione, in realtà, traduce la paura di dover aver bisogno di qualcuno, perché non sai se qualcuno ti aiuterà.
La paura legata all’oscurarsi del sole e della luna possono sembrarci lontane, ma quanto buio nasce dalla violenza che, tutti i giorni, ci viene raccontata; le giornate, anche se c’è il sole, con tutta la violenza raccontata, diventano grigie. La violenza spegne la fiducia nell’uomo.
Di fronte a queste paure che, comunque, risuonano nel cuore dell’uomo, cosa fa il Signore? Continua a dipingere di nero le giornate già fosche del nostro tempo?
Il termine paura deriva dal latino pavorem (dal verbo paveo = atterrire), che ha la stessa radice di pavimento. Terrore ha lo stesso suono di terra. Questo per dire che la paura ci butta a terra.
Gesù, dopo aver fatto da cassa di risonanza alle nostre paure, apre uno spiraglio: vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Cioè: dall’essere a terra, sul pavimento, a motivo delle nostre paure, siamo chiamati a guardare in alto e vedere il Figlio dell’Uomo che verrà, con potenza e gloria, a sconfiggere le nostre paure. Nel vangelo di Marco, si precisa che, in questa venuta, il Figlio dell’Uomo compie il gesto del radunare gli uomini grazie ai suoi angeli. Quasi a dire che, per sconfiggere le nostre paure, il Figlio dell’Uomo compirà questo gesto. Di fronte alle paure, ci terrà uniti: l’unione fa la forza!
La paura, infatti, talvolta, ci porta a disperderci, al “si salvi chi può”, ad alimentare ancor di più l’egoismo di cui abbiamo paura. La paura rischia, insomma, di raddoppiare la carestia, legata all’avarizia del cuore.
Nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella cappella Sistina, è possibile vedere il tentativo di uno dei dannati di salvarsi da solo, mentre un diavolo lo tira verso il basso. Quest’immagine significativa ci dice che non ci si salva da soli ed è rinforzata da un’altra, di opposta simbologia: dall’altra parte, vicino al gruppo di angeli an centro che suonano la tromba, uno viene sollevato dagli inferi e portato in cielo, grazie alla corona del rosario, ricordando a ciascuno che la preghiera degli altri mi può salvare.
In questo Avvento, proviamo ad indossare occhiali che ci permettano di vedere il venire del Figlio dell’Uomo che ci raduna. Questi, infatti, con la sua Parola, ci raduna, creando comunione.
Sappiamo bene che ci sono parole che dividono e parole che uniscono: l’ascolto della parola di Dio libera energie per creare comunione. La parola di Dio è una parola che raduna, che unisce. In questo Avvento, rimettiamo al centro la Parola di Dio, per essere uomini e donne di comunione, così da affrontare le nostre paure. La Parola di Dio ci aiuti ad affinare lo sguardo su ciò che ci unisce, piuttosto che su ciò che ci divide. La parola di Dio diventi quella forza che ci fa mettere in pratica le cose che ci raccolgono e creano comunione.
Chiediamo, in questo tempo d’Avvento, di saper vedere, pur in mezzo alle nostre paure, il Figlio dell’Uomo, che viene per radunarci con la sua Parola: mettiamo al centro la Sua Parola, così da compiere gesti di comunione, che possano avvicinarci gli uni agli altri.
 

  don Davide

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