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OMELIE ANNO C 2018-19
 
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VI Domenica dopo Pentecoste - Domenica 21 Luglio (Es 24,3-18; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35)

VI Domenica dopo Pentecoste - Domenica 21 Luglio (Es 24,3-18; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35)

don Davide Milanesi

Il libro dell’esodo ci parla dell'alleanza tra Dio e il suo popolo, fatta con il sangue di un giovenco, con cui il popolo viene asperso da Mosè.
Il Vangelo ci parla di un altro sangue, quello che esce dal costato trafitto di Gesù insieme con l’acqua, con il quale si stabilisce una nuova ed eterna alleanza.
Quale valore ha il sangue?
Nel Levitico si dice che La vita della carne è nel sangue. Il sangue è, quindi, simbolo della vita.
Il Vangelo ci racconta di questo sangue che esce dal costato trafitto di Gesù, insieme all’acqua : se il sangue è la vita, l’acqua cosa sarà mai, per Giovanni?
L’acqua, per Giovanni, è il simbolo dello Spirito. (Gv 7)
Tutto questo ci fa dire che, mediante lo Spirito, gli uomini possono entrare nella vita di Dio.
Ma possiamo dire un tratto che caratterizza la vita di Dio?
A me pare che il tratto qualificante la vita di Dio sia la comunione.
Dio è Trinità: è una comunione d’amore.
La qualità della vita di Dio è la comunione.
Quella comunione che troviamo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Egli cerca di viverla con l’uomo, stabilendo un‘alleanza.
Non a caso, il libro dell’Esodo ci ricorda che l’immolazione dei giovenchi è per un sacrificio di comunione: questo per dire che l’alleanza, la comunione si fa grazie ad un sacrificio.
Noi sappiamo che l’alleanza tra Dio e gli uomini avviene attraverso il sacrificio di Cristo.
Questo ci fa dire che, se vogliamo vivere la vita di Dio, dobbiamo essere uomini e donne di comunione ma, nello stesso tempo, dobbiamo accettare il fatto che non si dia comunione senza sacrificio. Accettare, cioè, il fatto che, se vogliamo vivere in comunione, in amicizia saremo chiamati a vivere qualche sacrificio, a far morire qualcosa di noi stessi.
Ma perché dobbiamo entrare nella vita di Dio, che è comunione, perché dobbiamo vivere secondo lo Spirito, come uomini e donne di comunione?
Perché è nella comunione – con Dio e tra noi – che troviamo la gioia della vita.
Per questo, val la pena fare sacrifici per la comunione: perché nella comunione si trova la gioia.
Quale sacrificio sono disposto a fare per ogni forma di comunione a livello relazionale?
In ambito educativo, a volte, saremo chiamati a far morire la pretesa che tutti capiscano immediatamente quello che diciamo, vivendo, così, una pazienza tenace nel ripetere sempre le stesse cose perché uno plasmi la propria umanità secondo il Vangelo.
Altre volte, saremo chiamati a far morire il nostro orgoglio e vivere l’umiltà nel fare il primo passo per riconciliarci con qualcuno o per cercare qualcuno che si è smarrito nel cammino della vita.
Altre volte, il sacrificio sarà quello di far tacere le proprie convinzioni, per ascoltare fino in fondo il pensiero altrui, cercando di comprenderlo.
Talvolta il sacrificio sarà la fatica di perdonare nel silenzio, portando i limiti e le pigrizie degli altri.
Contemplando il costato trafitto di Gesù, chiediamo al Signore di entrare nella Sua vita, cercando di essere uomini e donne di comunione sapendo che non si dà comunione senza sacrificio e che la comunione, la concordia tra noi è l’unica via verso la gioia della vita.

  don Davide
Solennità del Corpo e del Sangue del Signore - Domenica 23 Giugno (Gn 14 ,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17)

Solennità del Corpo e del Sangue del Signore - Domenica 23 Giugno (Gn 14 ,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17)

don Davide Milanesi

Si dice che siamo in una società dell’immagine, nella quale siamo chiamati a guardare tanti prodotti visuali: il mondo ci entra in casa attraverso le immagini, che ci trasmettono i media (televisione, internet). Noi spesso pensiamo e ragioniamo a partire da ciò che guardiamo; ciò che guardiamo suscita in noi delle emozioni, che condizionano il nostro modo di pensare. Insomma, a partire da quanto guardiamo, noi siamo provocati a pensare in un determinato modo alla vita.
In questa solennità del Corpus Domini, siamo chiamati a guardare a qualcosa di preciso: all’Eucaristia.
La processione del Corpus Domini, fatta giovedì sera, con il nostro Vescovo, per le strade di Milano – come, del resto, ogni processione del Corpus Domini, in cui si porti l’Eucarestia per le strade degli uomini – è un invito a tutti a volgere lo sguardo verso di essa. Ma cosa vuol dire guardare all’eucaristia? Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che l’Eucaristia è il passaggio della Pasqua di Gesù, che arriva ancora a noi oggi. L’Eucaristia è il fatto che la vita stessa di Gesù ci raggiunge ancora oggi.
Come la vita di Gesù di Nazaret ha provocato, a suo tempo, le vite di chi l’ha incontrato, così l’Eucaristia provoca la nostra vita. Pertanto, guardare all’Eucaristia non è solo soffermarsi a gustare la bellezza dello stare alla presenza di Gesù, piuttosto è lasciarsi interrogare e provocare sulla nostra vita. L’Eucaristia ci interroga, infatti, su quanto la nostra vita abbia la forma di quella di Gesù.
Per questo, si guarda l’Eucaristia ascoltando, perché siamo chiamati ad andare a leggere nei Vangeli la vita di Gesù di Nazaret, per lasciarci interrogare sulla nostra vita.
A questo punto, vorrei tratteggiare due aspetti della vita di Gesù che possono provocare la nostra vita.
Il primo aspetto è che la vita di Gesù è libera dal peccato, nella preghiera eucaristica quarta noi preghiamo così: ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana.
Pertanto, noi siamo stati abituati a confessarci prima di accostarci all’Eucaristia e questo va bene, ma vale anche il contrario: è l’Eucaristia che ci invita a confessarci. Vivere il sacramento della Penitenza prima di accostarci all’Eucaristia vuole aiutarci a comprendere che la comunione che Gesù stabilisce con noi nell’Eucaristia non può essere insidiata da ciò che rompe la comunione tra Dio e l’uomo: il peccato. Tuttavia, è vero anche il contrario: l’Eucaristia a cui noi partecipiamo, proprio perché è l’incontro con la vita di Gesù, ci chiede quanto la nostra vita abbia la forma della vita di Gesù, un vita libera dal peccato e quindi ci invita a liberare la nostra dal peccato, grazie al sacramento della Penitenza.
C’è, però, un altro aspetto della vita di Gesù che potrebbe provocarci. La vita di Gesù è una vita nella speranza. Gesù è un uomo che spera, perché attende da Dio un futuro migliore e diverso da quello che lui potrebbe costruirsi con le proprie forze.
La speranza è ciò che manca ai discepoli nel Vangelo: di fronte alla fame della gente non sperano in Gesù, pensano, invece, di contare solo sulle proprie forze. Essere uomini o donne di speranza allora vuol dire credere che Dio possa inventare un futuro per la nostra vita, per la nostra Chiesa diverso da quello che noi riusciamo ad immaginare contando solo sulle nostre forze. Contare sulle nostre forze è riconoscere il poco che abbiamo con il rischio di scoraggiarci e lamentarci. Ma se speriamo e attendiamo che Dio possa inventare qualcosa, allora mettiamo il poco che abbiamo nelle mani di Dio.
Tutto questo vuol dire abbandonare i toni della sfiducia dello scetticismo di fronte al mondo in cui siamo e di fronte al momento di Chiesa che stiamo vivendo.
Guardare all’Eucaristia è vedere la Pasqua di Gesù che passa ancora nelle nostre strade, è vedere la vita di Gesù che incontra le nostre vite; le incontra e le interroga.
L’Eucaristia ci chiede quanto la nostra vita abbia la forma della vita di Gesù. Una vita libera dal peccato, una vita carica di speranza.
Quanto la nostra vita è libera dal peccato e quanto riusciamo ad essere uomini e donne di speranza?

  don Davide
Santissima Trinità - Domenica 16 Giugno (Gn 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26)

Santissima Trinità - Domenica 16 Giugno (Gn 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26)

don Davide Milanesi

A volte mi capita di incrociare dei fidanzati che decidono di sposarsi e, quale conseguenza di questa decisone, iniziano alcune attività, tra cui quella di cercare casa.
La ricerca della casa deve soddisfare certi criteri: innanzitutto, deve piacere come sistemazione, come posizione, come vicinato; si guardano poi le comodità: se la zona in cui si trova è servita da mezzi pubblici e altri servizi. C’è poi l’aspetto economico: si deve mettere in conto il rapporto qualità/prezzo. Infine, l’ultimo aspetto: come arredarla.
Ma cosa significa la casa per un uomo e una donna che vogliono sposarsi?
La casa diventa il luogo dove custodire e coltivare il loro amore: per questo diventa importante cercare casa. La casa diventa il segno di un amore che cresce.
Nella pagina di Vangelo di questa sera anche Dio sembra cerchi casa.
Dio è alla ricerca di una dimora.
In questa solennità della Santissima Trinità c’è, nel Vangelo, questa affermazione fatta da Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Sembra che anche Dio cerchi casa, e la casa a lui gradita non è un attico, bensì la nostra umanità: la mia, la tua, la nostra persona. Dio vuole dimorare in noi.
Noi possiamo diventare la casa di Dio.
Dio, però, non guarda quanto gli costiamo, non guarda se gli facciamo comodo, non guarda la nostra posizione. Dio guarda semplicemente se vogliamo amarlo: Se uno mi ama,[…] io e il Padre prenderemo dimora presso di lui.
Noi diventiamo la casa di Dio, quando il nostro primo pensiero è quello di custodire e coltivare un amore per lui.
Possiamo chiederci: la mia vita, la mia umanità è dimora di Dio?
Vorrei tentare di descrivere e tratteggiare un’umanità dove Dio prende dimora.

Innanzitutto, le finestre avranno vetri sempre puliti e molto grandi, per permettere di guardare lontano: non sono delle finestrelle, ma finestre belle ampie, che permettono di guardare lontano. Quando la nostra umanità diventa dimora di Dio noi avremo uno sguardo lungimirante, non avremo uno sguardo ripiegato sul nostro ombelico, ma uno sguardo capace di orizzonti ampi.
Incredibile: la casa dove Dio dimora avrà una porta senza serrature e sistemi di sicurezza, è aperta a tutti e disposta ad accogliere tutti. Quando la nostra umanità diventa dimora di Dio, il nostro cuore sarà una porta senza serrature, disposto ad un’accoglienza incondizionata.
La casa dove Dio dimora non ha molti scalini, è facile da raggiungere non chiede una fatica immane per poterci arrivare è una casa accessibile. Quando la nostra umanità diventa dimora di Dio saremo accessibili, abbandonando i tratti di un’umanità rognosa nei confronti di un’umanità vulnerabile.
La cucina è il locale maggiormente frequentato, perché, grazie al fuoco dei fornelli e del forno, si trasformano i cibi crudi in cibi cotti, rendendoli commestibili e digeribili. Quando la nostra umanità diventa dimora di Dio, saremo capaci di trasformare attraverso il fuoco dello Spirito cibi crudi e indigesti in portate succulente e appetitose.
Anche il bagno non scherza, perché li si buttano via e si lavano facilmente pensieri sporchi e che puzzano di tristezza. Quando la nostra umanità diventa dimora di Dio, non lasceremo che pensieri tristi e meschini si impadroniscano del nostro cuore.
Ciascuno continui ad immaginare la propria umanità, la propria vita come una casa dove Dio dimora.
Noi continuiamo a pregare e perché la nostra vita diventi una casa dove Dio possa abitare perché come dice Gesù: Se uno mi ama,[…] io e il Padre prenderemo dimora presso di lui.

  don Davide
Ascensione del Signore - Domenica 2 Giugno (At 1,6-13a; Ef 4,7-13; Lc 24,36b–53)

Ascensione del Signore - Domenica 2 Giugno (At 1,6-13a; Ef 4,7-13; Lc 24,36b–53)

don Davide Milanesi

Tempo fa, durante qualche riunione, mentre si parlava del più e del meno, ci si è messi raccontare dei film che piacevano a ciascuno e mentre stavo raccontando il finale di un film che pochi avevano visto, fui interrotto da uno dei presenti che mi disse: “don, non spoilerare il film”.
Il termine spoilerare mi giungeva nuovo, quindi, con un pizzico di umiltà, chiesi: “Ma cosa vuol dire spoilerare?”
Mi venne spiegato che è il termine usato quando uno rivela il finale del film: facendo in questo modo, “rovina” (è questo il significato letterale) la visione del film a chi ancora non l’ha visto.
Così, pensando all’ascensione di Gesù, mi risuonava alla mente il termine spoilerare.
Nel senso che mi piacerebbe rileggere l’ascensione come il gesto di Gesù di spoilerare la storia di ciascuno di noi, nel senso che anticipa la fine della storia di ogni uomo e ogni donna.
Nel Vangelo, mi ha molto colpito il finale, in cui, dopo che Gesù se ne è andato i discepoli tornano a Gerusalemme con grande gioia e lodando Dio.
Che Gioia è questa dei discepoli? Gesù se ne va definitivamente e loro sono contenti?
Quasi a dire che non ne potevano più: finalmente, Gesù se ne è andato e loro sono contenti.
Questo pensiero apre alla domanda: quale legame c’è tra la gioia e il fatto che Gesù se ne è andato?
Per cogliere questo legame, bisogna entrare nel cuore dei discepoli, il cui ultimo ricordo di Gesù è il Suo volto, mentre questi è appeso alla Croce, segno di sconfitta.
Fermarsi al Crocifisso è riconoscere che il male trionfa sul bene.
L’Ascensione, invece, è qui a ricordarci che Gesù siede nella gloria alla destra del Padre, vale a dire che il bene e la bontà sulla distanza hanno la meglio sul mistero del male.
L’Ascensione di Gesù ci riporta alla mente che a tutti noi spetta una fine gloriosa: anche se il mistero del male ci sovrasta e ci fa tribolare, alla fine, sulla distanza, saremo nella gloria, saremo nella gioia.
Ecco perché i discepoli tornano, pieni di gioia, e lodano Dio, perché è stata rivelata a loro la fine della storia; Gesù ha spoilerato la fine della storia per ciascuno di noi, ma questa anticipazione della fine della storia è un evento glorioso, che ci fa pregustare un evento dove tutto il bene che abbiamo compiuto e ricevuto trionferà sul male sopportato.
Con l’Ascensione noi possiamo dire che sappiamo come finisce la storia e dunque ciò che ci aspetta. Sapere la fine della storia, dove il bene, l’amore sarà elevato alla destra del Padre è guadagnare la consapevolezza che il bene sarà ciò che rimane alla fine della nostra vita.
Conoscere la fine della storia, in questo caso, non rovina nulla, anzi: è un’indicazione preziosa su come vivere la vita, oggi. Avere la garanzia che l’amore sarà ciò che rimane di ciascuno di noi ci suggerisce che nell’oggi che passa l’amore è ciò che rimane, che io assaporo l’eternità, la gloria tutte le volte che vivo amando.
I 14enni che oggi fanno la professione di fede si impegnano, insieme con tutti noi, a testimoniare la gioia di chi sa che il Bene, alla fine, è ciò che trionfa: per questo, chi vuole vincere la partita della vita è chiamato a fare il bene ad amare come Gesù.
Allora, oggi non possiamo che fare festa e gioire per il fatto che, con l’Ascensione, Gesù ha spoilerato la fine della storia di ciascuno di noi.

  don Davide
IV domenica del Tempo di Pasqua - Domenica 12 Maggio (At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9–17)

IV domenica del Tempo di Pasqua - Domenica 12 Maggio (At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9–17)

don Davide Milanesi

Ho ventotto anni e sto già vivendo l’illusione dell’autista del tram...
cosa fa l’autista del tram?
guida il tram.
No, sbagliato! Sembra che guidi il tram, che sia pa¬drone del mezzo, in realtà è uno che semplicemente fre¬na e accelera. C’è il binario. Lui al massimo decide la velocità, ma neanche tanto, perché persino le fermate sono prestabilite e devono rispettare un orario. E così capita anche a noi: liceo, università, lavoro, matrimonio, figli, capolinea! Finisce che decidiamo solo quanto tem¬po metterci. Tutta la straordinarietà della vita ridotta a due funzioni: accelerare o frenare. Punto. Abbiamo l’il¬lusione di guidare la nostra vita.
Pensare invece alla propria vita come vocazione è non fare l’autista del tram.
Oggi giornata di preghiera per le vocazioni siamo chiamati a guardare alla nostra vita, a come vogliamo interpretarla:
Vogliamo interpretarla come degli autisti del tram o guardarla come una vocazione?
Guardare la vita come una vocazione è vivere rispondendo ad un Amore.
La vocazione altro non è che dare forma a questa risposta all’amore di Dio.
Come ci fa intuire il Vangelo la vocazione è rimanere nell’amore di Dio.
Un amore, che nel vangelo, Gesù lega alla parola comandamenti.
Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore.
Certamente nella cultura odierna dove prevale il detto “al cuor non si comanda” la parola di Gesù di oggi ci mette in difficoltà. (spontaneismo).
In realtà, in parte è vero che al cuor non si comanda, nel senso che l’innamoramento è qualcosa che capita, non lo si può accendere, ma se si vuole rimanere nell’amore, custodire quell’amore che un innamoramento fa partire, allora diventa importante osservare alcune regole, alcuni comandamenti. (l’amore ha i suoi comandamenti- Gianni Morandi).
Anche Gesù ricorda che per rimenare nell’amore è necessario osservare i comandamenti.
Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore.
Ma quali sono questi comandamenti da osservare?
Dal Vangelo si capisce che i comandamenti non sono tanti ma uno: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Vorrei attirare l’attenzione su questo comandamento perché Gesù non dice siccome io vi ho amato, voi dovete amare me: non dice amate me come io vi ho amato.
Gesù non chiede che l’amore che ci ha offerto lo dobbiamo restituire a lui ma lo dobbiamo restituire agli altri.
Gesù si pone come la sorgente, la fonte a cui attingere per amare gli altri.
La vocazione allora non è altro che il modo storico attraverso il quale uno decide di amare gli altri in risposta ad un amore ricevuto da Dio.
La vocazione è decidere di amare perché si è percepito l’amore di Dio per noi e si decide di amare gli altri nella modalità del matrimonio o nella modalità della vita consacrata.
Questo per dire che la sorgente di ogni vocazione è sempre l’amore di Dio per me per te per ciascuno di noi.
Quando non si scopre questo amore che Dio ha per ogni uomo allora inevitabilmente verranno meno le vocazioni alla vita consacrata verranno meno le vocazioni al matrimonio cristiano.
Chiediamo nella preghiera di continuare a sentire tutto l’amore che Dio ha per ciascuno di noi così da vivere amando gli altri.
Vivere amando gli altri in risposta all’amore di Dio è interprete la vita come vocazione non come l’autista del tram.

  don Davide
II domenica del Tempo di Pasqua - Domenica 28 Aprile 2019 (At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31)

II domenica del Tempo di Pasqua - Domenica 28 Aprile 2019 (At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31)

don Davide Milanesi

Mi piacerebbe che, questa sera, provassimo ad entrare nella parte dei discepoli che dicono a Tommaso di avere visto il Signore e sperimentano l’incredulità di Tommaso.
Forse, questi discepoli siamo noi, tutte le volte che invitiamo qualcuno a qualche iniziativa di preghiera, qualche iniziativa ecclesiale e ci troviamo davanti ad un rifiuto, ci troviamo davanti allo scetticismo di chi non vuole credere o fatica a credere. Magari, qualche genitore lo sperimenta nei confronti del proprio figlio, che non vuole più venire in chiesa. Proviamo ad immaginare cosa sarà passato nel cuore di questi discepoli, di fronte all’incredulità di Tommaso.
Un primo atteggiamento potrebbe essere quello di chi cerca di dare la colpa a Tommaso dicendo è sempre stato così: la sua diffidenza innata lo porta a cercare sicurezze che non vengono da altri. Si sa: Tommaso è un uomo che fatica a fidarsi degli altri.
Un secondo atteggiamento potrebbe essere quello di chi prova a fare un po’ di autocritica in se stesso. I discepoli effettivamente avrebbero potuto dirsi: noi abbiamo abbandonato il Signore e uno come Pietro lo ha rinnegato... effettivamente non siamo un grande esempio di credibilità. Tommaso fa bene a non fidarsi di noi, che non siamo sempre stati fedeli al Signore.
Un terzo atteggiamento potrebbe, poi, essere quello di chi cerca di trovare la causa dell’incredulità di Tommaso, non in Tommaso o nei discepoli che annunciano, ma nel mondo nella società. Questo mondo, certo, non aiuta a credere al Risorto, questo mondo ci invita a credere solo in noi stessi: questa società ci rende diffidenti nei riguardi degli altri con la paura e il timore che gli altri siano sempre lì a fregarci.
Insomma, l’atteggiamento dei discepoli di fronte all’incredulità di Tommaso è quello di trovare le cause della sua incredulità sia in Tommaso stesso sia in se stessi sia nella società.
Ma perché, di fronte all’incredulità, alla mancanza di fede dobbiamo sempre trovare una causa? Forse, sapere la causa dell’incredulità della mancanza di fede può aiutare il mondo a cambiare, può aiutare i tanti Tommaso e tanti discepoli a convertirsi e a diventare credenti?
Non può essere più efficace andare a vedere nel Vangelo cosa porti Tommaso alla fede, chi sciolga la durezza di cuore di Tommaso?
Chi porta alla fede Tommaso è l’incontro con il Risorto. È il Risorto stesso a riaccendere la fede nel cuore di Tommaso. Questo per dirci che, nel venire alla fede, c’è sempre il tocco di Dio: ci ricorda che la fede è un dono di Dio.
Se ci pensiamo bene, non è Tommaso a mettere il dito nelle ferite del Risorto, ma è Gesù a mettere il dito nel cuore di Tommaso. È il Risorto che tocca il cuore di Tommaso e lo converte.
Tutto questo diventa, per noi, un invito a pregare Dio perché tocchi il cuore dei tanti Tommaso, quei Tommaso che talvolta siamo anche noi, perché possa aumentare la nostra fede.
Di fronte all’incredulità, nostra e della gente, non ci resta che pregare il Risorto perché converta il nostro cuore.

  don Davide
Pasqua Resurrezione del Signore - Domenica 21 Aprile 2019 (At 1,1-8a; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18)

Pasqua Resurrezione del Signore - Domenica 21 Aprile 2019 (At 1,1-8a; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18)

don Davide Milanesi

Cosa vuol dire credere alla Resurrezione?
Ho provato a pensare che credere nella resurrezione di Gesù non è credere – solamente da un punto di vista teorico – all’evento della risurrezione di Gesù, tre giorni dopo la sua morte: piuttosto, è credere che, in ogni giorno, dalle piccole morti quotidiane dei nostri rapporti, dei nostri attaccamenti alle cose possano rinascere – in modo nuovo e rinnovato – altri rapporti o gli stessi rapporti.
Di fronte alla resurrezione, noi rischiamo di essere degli atei pratici: diciamo di credere nella resurrezione di Gesù, m,a quando questa si sta e si deve compiere per noi, nella nostra vita, preferiamo rimanere nel nostro scetticismo. Ci fa sembrare un po’ più normali.
Un po’ come Maria di Magdala, che piange davanti al buio del sepolcro. Piange, perché è precipitosa nell’interpretare i segni della resurrezione: li interpreta come un avergli portato via il suo Signore («hanno portato via il mio Signore»): non le passa nemmeno lontanamente per la testa che Gesù possa essere risorto.
A volte, nei momenti bui della nostra vita, facciamo fatica a riconoscere i segni della Resurrezione, a intravedere – anche in quei momenti – le luci dell’alba nuova, che sta per nascere.
Nei momenti bui della vita, continuamente, ci piangiamo addosso, senza accorgerci che – proprio quei momenti – sono necessari per giungere ad una nuova vita. Dimentichiamo che, per risorgere, bisogna morire.
In quale resurrezione, oggi, dobbiamo credere? Certo, quella di Gesù. Tuttavia, credere nella resurrezione di Gesù significa credere alla possibilità delle nostre resurrezioni.
Oggi, vorrei che chiedessimo al Risorto di poter credere di più nelle nostre resurrezioni quotidiane, che non sono altro che il segno della nostra fede nella resurrezione di Gesù.
Vorrei che chiedessimo al Risorto la forza di saper trasformare condizioni di morte, di buio, situazioni che ci fanno piangere, in vita: in qualcosa di più luminoso, in qualcosa di gioioso.
Vorrei che chiedessimo al Risorto di rafforzare la fede nella Resurrezione, aiutandoci a credere che è sempre possibile trasformare la morte in vita, il buio in luce, la tristezza in gioia. Credere nella resurrezione di Gesù è trovare la forza per trasformare ciò che odora di morte in vita, cambiare i sentieri bui in strade luminose, tramutare i volti tristi in sorrisi.
Come dice la frase che accompagna quest’ultima tappa del nostro cammino comunitario: Il popolo dei pellegrini trasforma la terra che attraversa.
La resurrezione di Gesù accade ancora oggi, quando noi lasciamo che la nostra umanità si trasformi sempre più in un’umanità secondo il Vangelo.
Per questo vorrei raccontarvi una storia di resurrezione da un’umanità dura, violenta, carica di rabbia, ad un’umanità che si dona agli altri, ai più poveri.
La storia di resurrezione che vorrei raccontarvi è la storia di Daniela: la prendo dai racconti di un cappellano del carcere di san Vittore; la racconto, perché la fede nella resurrezione di Gesù non sia solo un sorriso di plastica che dura una domenica all’anno, ma una forza che trasforma la terra che attraversa.
Daniela è arrestata il 15 gennaio 1983, quando aveva 22 anni. La vita di Daniela prende una direzione imprevedibile. L’equilibrio familiare ne è travolto. Pur figlia di una educazione comune alla maggior parte del nostro paese ed imbevuta di valori forti, innestati su un profondo senso di giustizia sociale di stampo originariamente cristiano, Daniela aderisce alle BR, nella lotta armata che vuole combattere lo Stato.
Catturata e in manette, Daniela entra a San Vittore: donna tra donne, rimane nella sezione femminile a pensare quale potrà essere il suo futuro.
Don Luigi, cappellano del carcere in quegli anni, propone alle ragazze della rivolta armata di celebrare la messa insieme. Le donne accettano. Non tutte. Non subito.
La prima messa per le donne vede solamente due partecipanti. Le altre avevano preferito rimanere nelle loro celle.
Ma, alla conclusione dell’Eucaristia, quelle due chiedono al celebrante di ritornare, e la domenica seguente le donne crescono di numero: c’è la Silvana, la Vincenza. Anche la Cucchi, con la Francesca. Insomma, il drappello aumenta.
Ragazze intelligenti, che avevano messo il piede nella porta sbagliata. Ma dovevano rendersi conto da sé che la strada da imboccare era un’altra. Un passaggio che richiedeva tempo: perché le cose vanno a maturazione, solo sgorgando da dentro. Non un’imposizione dall’alto, bensì un percorso di trasformazione, che parte dal profondo del cuore.
Ne seguì un bellissimo dialogo a più voci, tra don Luigi e le ragazze, che cercavano una messaggio di fiducia, per credere ancora nella vita, e sentire il futuro come realtà possibile, a portata di mano. Ancora una volta, nessun dogma, ma domande. Di quelle importanti, alle quali non puoi sottrarti. L’intelligenza c’era, l’humus era pronto: aspettava il seme, e poi qualcosa sarebbe germinato.
In quelle messe, dove l’omelia era un dibattito, Daniela rivela il suo spessore, e fa propria la proposta di don Luigi di iscriversi all’università, per studiare legge. Il tempo, in carcere, non le manca: impara a concentrarsi sui testi di diritto, passando sopra al rumore fastidioso del chiacchiericcio che imperversa ovunque, nei raggi e nelle celle.
Tra Daniela e don Luigi il rapporto si approfondisce, partendo dalle regole che Gesù propone per costruire una comunità umana. Daniela è colpita dal rifiuto dell’arroganza, dall’invito all’umiltà, dall’imperativo della mitezza, e dallo sforzo di recuperare chi si è staccato dalla comunità.
“Possibile che queste siano parole di 2000 anni fa? Eppure i cristiani non lo fanno ancora adesso!”, commentava infervorata. Infine, malgrado i tempi lunghi ed inaccettabili della giustizia italiana, anche Daniela torna in libertà, ma rimane in contatto con don Luigi, al quale sentiva di dover tanto. Non era certo un dovere, quanto il piacere di proseguire un confronto che l’aveva resa libera dentro, già molto prima che il tribunale mettesse i timbri sull’ordinanza della sua scarcerazione. Daniela esce, con una lunga serie di esami universitari dati in carcere.
Un giorno, Daniela telefona a don Luigi: “Don, abbiamo deciso di sposarci. Vuoi essere tu a celebrare il nostro matrimonio?”. La famiglia, un nuovo impegno. Nel frattempo, lo studio arriva a conclusione: le tappe in sequenza di una vita che si va finalmente delineando in tutta la sua dignità: per lei, per lui.
Dopo la laurea, Daniela riesce ad esser riabilitata e si iscrive all’albo degli avvocati, una volta superato l’esame. Daniela, rimasta in stretto contatto con don Luigi, accetta oggi di difendere gratuitamente gli imputati poveri che lui le manda. Non chiede mai una lira, e si prepara sempre con scrupolo al dibattimento, per dare voce a chi non l’ha. Mai una parola di pubblicità. Nemmeno quando — lei, madre di tre bambine — prende in affido i due figli di un imputato albanese che sarebbero finiti allo sbando senza un tetto che li accogliesse e un amore vero che li accudisse.
Dopo l’assassinio di Marco Biagi, il 19 marzo 2002, Daniela sente il dovere di informare le figlie del proprio passato, prima che voci estranee potessero farlo.
Le ragazzine risposero con la semplicità dei piccoli: “L’importante è che tu abbia capito d’aver sbagliato e che non lo vuoi più ripetere”. Soprattutto, le figlie compresero una cosa importante: che anche i genitori possono sbagliare, ma che, dall’errore, si può risorgere!

  don Davide
Ultima Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Marzo 2019 (Sir 18,11 - 14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10)

Ultima Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Marzo 2019 (Sir 18,11 - 14; 2Cor 2,5-11; Lc 19,1-10)

don Davide Milanesi

Vorrei che questo brano, che ci parla di Zaccheo, ci aiutasse a riflettere su come viviamo il nostro rapporto con il sacramento della penitenza.
All’inizio, il Vangelo ci presenta un uomo, Zaccheo, che ha un desiderio: vedere Gesù. Ma ci sono due fattori che gli impediscono di vedere Gesù: la statura e la folla.
Ho provato pensare che la statura bassa rappresenti le tante bastonate che uno ha preso nella vita, che l’hanno buttato a terra, che l’hanno abbassato, così che uno non riesca più a vedere niente di bello.
La Folla rappresenta la mentalità comune, che non ci invita certo ad andare a confessarci (è difficile, ad esempio, che in ufficio, sul lavoro, a scuola qualcuno ci ricordi di confessarci!).
In realtà, è Gesù che vede Zaccheo, o, meglio, lo incontra e vuole entrare a casa sua. Gesù non ha vergogna di andare a casa di Zaccheo, capo dei pubblicani: un peccatore. Nonostante sia un “pubblico peccatore”, un uomo così ha comunque un desiderio: vedere Gesù.
Zaccheo, infatti, lo accoglie pieno di gioia e, una volta che Gesù è in casa, si racconta, senza omettere ciò che non funziona, anzi, assumendosi un impegno a cambiare vita.
Se questa è, in sintesi, la vicenda di Zaccheo, vediamo come può aiutarci ad illuminare il sacramento della penitenza.
Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che vivere questo sacramento è affermare che all’origine non si trova il mio peccato, bensì il desiderio di Gesù di entrare in casa mia, il desiderio di Gesù di entrare nella nostra vita, di incontrarci.
All’inizio, c’è questo volto misericordioso di Dio, che non si vergogna della nostra storia, ma, anzi, la vuole visitare. Vivere il sacramento della penitenza è confessare il volto di un Dio che non si vergogna del nostro peccato e della nostra vita, ma la vuole incontrare e visitare.
Il secondo momento che troviamo nel brano evangelico è la gioia di Zaccheo, che noi abbiamo imparato a manifestare ringraziando il Signore. È bene, cioè, cominciare il momento della confessione raccontando i motivi della nostra gioia, ringraziando, innanzitutto, per il volto misericordioso di Dio che viene ad incontrarmi e non per condannarmi.
Quindi: raccontiamoci per le cose belle che abbiamo nella nostra vita. Solo dopo, mentre stiamo raccontando ciò che di bello c’è e siamo nella nostra vita, possiamo iniziare a raccontare ciò che non ci piace di noi stessi, ciò che non va nella nostra vita e, dentro le pieghe e le ombre della nostra vita, possiamo essere aiutati ad intravedere il peccato.
Il peccato non è solo infrangere una norma e non è nemmeno legato solo al nostro senso di colpa.
Il peccato significa – innanzitutto – sfigurare il Dio della vita, prendendo le distanze dalla vita. Lo possiamo rinvenire in parole, gesti e pensieri che spengono la vita, che prendono le distanze dalla vita e quindi dalla stessa Parola di Dio, perché sappiamo bene che la Parola del Signore è Spirito e vita: ecco perché, ad esempio, un insulto oppure il linguaggio scurrile sono colpe da non sottovalutare. In questo senso, possiamo riconoscere meglio il peccato, quando rimaniamo immersi nella Parola di Dio, per cui, tutte le volte che, invece, ne prendiamo le distanze, sarà più facile che ci allontaniamo, commettendo peccato.
Zaccheo, alla fine, si assume l’impegno di cambiare vita: corrisponde a quella che noi abbiamo chiamato penitenza. La penitenza non è l’impegno necessario per essere perdonati (Gesù è entrato a casa sua prima ancora che Zaccheo cambiasse vita): è, piuttosto, conseguenza dell’incontro con l’amore del Signore. La prospettiva è, infatti, differente: proprio perché il Signore mi ama e perdona, allora decido di cambiare vita. Ma c’è di più: il sacramento della penitenza si conclude con il rito dell’assoluzione, in cui il sacerdote, imponendo le mani, dice ti assolvo dai tuoi peccati.
È vero che uno potrebbe dire “tanto si sa che Dio perdona, quindi non c’è bisogno di confessarsi”, ma, in realtà, abbiamo bisogno di rendere visibili tutte le nostre consapevolezze più profonde attraverso dei riti, delle parole.
Non basta essere consapevoli dell’amore di una persona: dobbiamo sentircelo dire qualche volta e visualizzarlo attraverso dei gesti, delle attenzioni concrete. La consapevolezza di un amore ha bisogno di essere detto e reso visibile. Allo stesso modo, abbiamo bisogno che la consapevolezza del perdono di Dio si renda visibile attraverso un gesto, attraverso delle parole.
In ultima analisi, ci accostiamo al sacramento della penitenza perché abbiamo bisogno di sentirci amati da Dio, nella forma del perdono.
Un perdono che ci rilancia e ridà fiducia alla nostra vita. Che ci fa risorgere uomini e donne nuove come lo è stato per Zaccheo.
Fra una settimana, inizierà la Quaresima: perché, prima che inizi o all’inizio, non proviamo ad accostarci alla Confessione così da prepararci alla Pasqua di Gesù?
Una confessione all’inizio della Quaresima – vissuta come un correre avanti e salire sul sicomoro per vedere Gesù e lasciarci incontrare da Lui che, con il suo perdono, ci fa risorgere a persone nuove – significa iniziare a vivere, fin da ora, la Resurrezione di Gesù!

  don Davide
Penultima Domenica dopo l'Epifania - Domenica 24 Febbraio 2019 (Dn 9,15-19; Tm 1,12-17; Mc 2,13-17)

Penultima Domenica dopo l'Epifania - Domenica 24 Febbraio 2019 (Dn 9,15-19; Tm 1,12-17; Mc 2,13-17)

don Davide Milanesi

Quando Gesù dice a Matteo “seguimi”, non ci viene voglia di prendere la parte di Matteo e dire: «Ma dove devo seguirti? Dove mi porti, Signore?».
Il Vangelo, a questa domanda, risponde subito. Gesù ci porta a casa nostra.
Alla chiamata di Matteo, segue, infatti, il pasto di Gesù a casa di Matteo.
Chi trova Gesù, in questa casa? Pubblicani e peccatori.
Gesù, però, non sembra trovarsi a disagio con pubblicani e peccatori: anzi, si siede a tavola con loro; non prova disagio, perché lui non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
Ho provato a pensare che la casa dove Gesù ci porta dopo averlo seguito sia il nostro mondo interiore, il nostro cuore. In questa casa, cosa troverebbe Gesù?
Troverebbe i tratti del nostro essere peccatori e i tratti del nostro essere pubblicani, vale a dire i tratti di chi non conosce la gratuità, di chi deve farla sempre pagare agli altri, i tratti di una logica commerciale: si dona per avere.
Ma la cosa sconvolgente è che lo sguardo di Gesù su questi tratti non è uno sguardo che prova disagio: è lì a tavola, che mangia e beve con loro.
Forse, nella casa del nostro mondo interiore potrebbe farsi sentire il fariseo che abita in noi, cioè quella parte di noi che si sente giusta e ha ovviamente qualcosa da dire sui tratti del peccato e del pubblicano che si trovano dentro di noi.
La voce del fariseo, il cosiddetto giusto incallito, dentro di noi si farebbe sentire, trovando mille scuse circa i nostri peccati, trovando mille motivi per giustificare la logica commerciale con teorie raffinate, dimenticando che Gesù con peccatori e pubblicani non si trova a disagio e che lui è venuto a chiamare proprio i peccatori.
Cosa provoca questo Gesù che non si sente a disagio con peccatori e pubblicani?
A me pare che un Gesù così è un Gesù che continuamente si fida di noi, è un Gesù che ci dà fiducia perché, pur conscendo il nostro peccato e la nostra a fatica a staccarci da una logica commerciale, conosce il bene che possiamo fare.
Questo mangiare con i peccatori, questo essere venuto non per i giusti ma per i peccatori sono il segno che Gesù è sempre disposto a darci fiducia, a farci alzare dai banchi delle nostre imposte per farci cambiare vita.
Gesù ci dà fiducia, nel senso che non guarda il nostro passato, ma guarda il nostro futuro, credendo che noi possiamo fare sempre meglio e bene.
Il Signore vede sempre il bene che possiamo fare, piuttosto che guardare al male che abbiamo fatto. È così anche in confessione: Gesù sa quali siano i nostri punti deboli; per questo, essa, più che avere l’obiettivo di eliminare il peccato (cosa che non è possibile, dal momento che la nostra natura è segnata dal peccato originale), dovrebbe avere quello di rialzarci ogni volta con nuova fiducia nelle nostre possibilità di bene, sorretti dalla grazia.
Seguire Gesù è, infatti, andare a casa nostra, per scoprire che lo sguardo di Gesù sulla casa del nostro mondo interiore è uno sguardo che non ci condanna, bensì, ci dà fiducia, uno sguardo che continuamente ci rilancia a far bene nella nostra vita.
Questo sguardo di Gesù sulla nostra vita ci fa gustare la vita stessa.
Ciò che ci sostiene, nel cammino della vita, è uno sguardo che ci dà fiducia.
Per questo, quando noi diciamo alle nuove generazioni “ai mie tempi facevo così” “quando avevo la tua età io facevo così” usiamo un linguaggio che rivela, al contrario, uno sguardo che non dà loro fiducia; stiamo, piuttosto, dicendo, sostanzialmente, ai più giovani che hanno sbagliato a nascere, che era meglio prima e che loro sono uno sbaglio.
Noi, per vivere, abbiamo bisogno di uno sguardo che ci dica: tu, oggi, puoi fare bene, pur facendo diverso da come ho fatto io.
Lo sguardo di Gesù, che ci chiama e ci porta a casa nostra e si siede a tavola con i nostri peccati senza trovarsi a disagio, è uno sguardo che ci dà fiducia: per questo ci fa gustare la vita!

  don Davide
VI Domenica dopo l'Epifania - Domenica 17 Febbraio 2019 (Is 56,1-8; Rm 7,14-25a; Lc 17,11-19)

VI Domenica dopo l'Epifania - Domenica 17 Febbraio 2019 (Is 56,1-8; Rm 7,14-25a; Lc 17,11-19)

don Davide Milanesi

Vorrei fissare lo sguardo sul lebbroso che torna a ringraziare Gesù. Il Vangelo presenta una finezza, che può indicarci un sentiero molto fruttuoso per la nostra vita.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro da Gesù.
Gesù, solo a questo che torna indietro, dice: «la tua fede ti ha salvato»; non dice: «la tua fede ti ha guarito».
Sembra, conseguentemente, che ci sia una differenza tra guarigione e salvezza.
Gli altri nove sono guariti, ma non salvati.
Dove si può situare la differenza tra il guarire e l’essere salvati? La salvezza non è guarire dalla lebbra, ma incontrare Colui che ci ha guarito. La salvezza sta in quest’incontro con Gesù.
La guarigione da una malattia può essere l’occasione per incontrare Gesù, che è la nostra salvezza. Potrebbe, tuttavia, anche accadere il miracolo della guarigione, senza che questo sia l’occasione per incontrare Gesù. Come è stato per gli altri nove.
Nella storia, noi sappiamo di gente che, pur non guarendo dalla propria malattia, viene alla fede.
Emerge quindi la domanda: quali sono le condizioni per dire che si è incontrato Gesù?
Il lebbroso ringrazia.
Quando la nostra vita assume il registro del ringraziare, allora possiamo dire che l’incontro con Gesù è reale. Noi siamo salvati, infatti, quando facciamo della nostra vita un ringraziamento per i tanti doni che Dio ci ha fatto.
Per capire se uno ha incontrato Gesù, dobbiamo andare a vedere dove questo incontro è avvenuto. Il lebbroso che torna, incontra Gesù ai suoi piedi.
Quello che accade ai piedi di Gesù ci aiuta a comprendere se lo abbiamo incontrato o meno.
Andando a sbirciare nel vangelo di Luca, ai piedi di Gesù potremmo, infatti, trovare la peccatrice, che piange i propri peccati; oppure, potremmo trovare Maria, sorella di Marta, che ascolta la parola di Gesù. E, nel Vangelo odierno, il lebbroso guarito che ringrazia.
Ricapitolando, possiamo quindi dire che uno incontra Gesù quando piange i propri peccati (atto penitenziale), quando ascolta la Sua parola (liturgia) e quando lo ringrazia per i doni ricevuti (Eucaristia significa, del resto, “rendimento di grazie”).
Il brano evangelico di oggi ci insegna che la guarigione da una malattia può essere l’occasione per incontrare Gesù. Tuttavia, è l’incontro con Gesù a rappresentare la salvezza per la nostra vita.
Il Vangelo di questa domenica ci fa dire che ciò che conta non è guarire dalla malattia, ma incontrare Gesù.
Vorrei tentare di dire tutto questo raccontando un episodio che mi è accaduto da giovane prete.
Mentre andavo in chiesa alla messa delle 7, incontrai questa signora anziana di nome Maria, che stava andando anche lei in chiesa, e le chiesi: “Maria, come andiamo?”. Lei mi disse: “Bene, don Davide”; io, per fare il brillante, dissi una frase, che spesso avevo sentito dire: “Maria, quando c‘è la salute c’è tutto!”. Lei si fermò e mi disse: “No, don Davide: quando c’è la fede, c’è tutto”.
Non è importante guarire: è importante incontrare Gesù; la guarigione, così come la mancata guarigione sono solo un’occasione per propiziare tale incontro.
 

  don Davide
V Domenica dopo l'Epifania - Domenica 10 Febbraio 2019 (Ez 37,21-26; Rm 10,9-13; Mt 8,5-13)

V Domenica dopo l'Epifania - Domenica 10 Febbraio 2019 (Ez 37,21-26; Rm 10,9-13; Mt 8,5-13)

don Davide Milanesi

La scena raccontata dal Vangelo è molto semplice: un centurione ha un servo malato, paralizzato, che soffre e chiede a Gesù di guarirlo. Gesù è disponibile ad andare a casa del centurione per sanarlo, ma il centurione dice che basta una parola del Nazareno.
Questa semplice scena ci interroga sulla nostra fede nella parola di Gesù.
Innanzitutto, in un tempo in cui sentiamo molte parole, perché tutti vogliono dire qualcosa, forse abbiamo perso la consapevolezza che ogni parola porta in sé delle conseguenze. Si parla tanto per parlare: non si misurano le parole, basta dirle, senza essere preoccupati delle conseguenze, tanto è vero che – poi – ci si stupisce delle reazioni e si arriva a ritrattare le parole dette.
Il centurione, oggi, è qui a dirci che le parole hanno un peso e, una volta pronunciate, portano con sé delle conseguenze.
Noi sappiamo bene come ci siano parole che ci incoraggiano, mentre altre ci feriscono, ci fanno soffrire, ci sono parole che allargano il cuore ed altre che, invece, lo induriscono, parole che danno gioia ed altre che, infine, generano rabbia.
Il centurione sa che la parola di Gesù è una parola che guarisce.
Guarisce da cosa?
Il servo del centurione è paralizzato e per questo soffre molto.
La paralisi è un blocco.
Ora: ciò che blocca l’agire dell’uomo è la paura. Le paure sono le nostre paralisi.
La paura degli stranieri ci blocca nell’accoglienza, nell’andare loro incontro.
La paura per il futuro dei nostri figli ci blocca nel fargli vivere esperienze di autonomia, ci fa pretendere per loro garanzie e assicurazioni impossibili, perché sappiamo bene come ci sia un’imprevedibilità della vita, da cui nessuna assicurazione o garanzia può difenderci.
Il centurione sa che la parola di Gesù libera dalle paure e guarisce le paralisi.
In effetti, la parola che ricorre più spesso nella Bibbia, da parte di Dio, è l’espressione “non temere”.
La parola di Dio è una parola che incoraggia; nella parola incoraggiare c’è la parola cuore, per dire che la parola di Dio arriva al cuore, guarisce il nostro cuore dalle sue paralisi, perché lo libera dalle paure.
Infine, colui che viene guarito è un servo. Potremmo dire che la parola di Gesù ci libera, perché ciascuno di noi possa diventare un servo, possa fare della propria vita un servizio e il servo è colui che obbedisce alla parola del padrone.
Obbedire alla parola di Gesù è liberarci dalla nostre paure, per fare della nostra vita un servizio agli altri. Metterci al servizio degli altri è fare della nostra vita un canto d’amore, è amare gli altri.
La parola di Gesù ci incoraggia ad amare.
Ascoltiamo la parola di Gesù perché è una parola che ci fa credere, ancora oggi, nella forza dell’amore.
Credere alla parola di Gesù, ascoltare la sua parola è credere all’amore come scelta per una vita nella gioia.
Quando, prima della Comunione, diciamo le parole del centurione “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola ed io sarò salvato”, noi stiamo dicendo: «Con la tua parola, Signore, salvami dall’egoismo, dalla chiusura in me stesso ed insegnami a credere all’amore, quell’amore che diventa servizio per i miei fratelli».
Signore, la tua parola ci aiuti – ancora oggi – a credere alla forza dell’amore.

  don Davide

 

IV Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Febbraio 2019 (Gs 3,14-17; Ef 2,1-7; Mc 6,45-56)

IV Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Febbraio 2019 (Gs 3,14-17; Ef 2,1-7; Mc 6,45-56)

don Davide Milanesi

Fissiamo lo sguardo su questa barca, in cui troviamo i discepoli di Gesù.
La barca deve attraversare il lago, andare a Betsaida, che è sull’altra riva. La barca è in difficoltà, perché c’è il vento contrario, che non permette di alzare le vele per avanzare; si è quindi costretti a remare. I discepoli sono affaticati: c’è una fatica del remare, che sembra vada dalla sera all’ultima parte della notte… quante ore sono? Probabilmente 7 ore di fatica, col vento contrario. Sembra una fatica inconcludente: si rema, ma non si avanza. Solo l’arrivo di Gesù nella barca fa cessare il vento e si può approdare a riva.
Proviamo a rileggere tutto questo in chiave simbolica.
Ho provato a pensare che la barca possa rappresentare la nostra vita: siamo noi, con tutte le nostre relazioni, che attraversiamo la vita.
Ognuno, nella vita si dà un meta: una riva da raggiungere, un obiettivo (anche se non dichiarato, a volte sottinteso, comunque un obiettivo da raggiungere c’è sempre). Ciascuno provi a pensare dove sia la sua Betsaida, la riva da raggiungere. Succede, talvolta, che nel tentare di raggiungere la riva (gli obiettivi prefissati), capita - senza volerlo o cercarlo - il vento contrario.
Cos’è questo vento contrario?
È ciò che ci fa fare fatica nel raggiungere la riva (gli obiettivi prefissati): può essere una durezza di cuore, può essere un limite personale, oppure, ancora, un evento imprevisto della vita. Ciascuno ha il proprio.
Il vento contrario, oltre a farci fare fatica, ci dà la sensazione che lo sforzo che stiamo compiendo non porti a nulla: dalla sera all’ultima parte della notte, la barca era ancora in mezzo al lago, dice il Vangelo. Questi uomini, pur remando, non vanno avanti.
Non so se ci sia mai capitato di fare fatica e avere l’impressione che questa non porti alcun risultato. O, meglio, l’unico risultato di una fatica inconcludente è quello dello scoraggiamento, che ci porta a pensare di rinunciare a remare.
Proviamo a ritornare al Vangelo e ad immaginare i discepoli che rinunciano a remare: cosa sarebbe successo?
Il vento contrario li avrebbe portati alla deriva, magari a sfasciarsi contro qualche roccia.
Questo per dire che la fatica, anche quando ci sembra inconcludente, è necessaria per non peggiorare le situazione.
Quando la barca della nostra vita incontra venti contrari, cosa fare?
Se il nostro remare non porta nella direzione dove vorremmo andare, stiamo tranquilli, non ci scoraggiamo: smettere sarebbe peggio, rischierebbe di portarci alla deriva.
È necessario continuare a remare: il Vangelo, infatti, ci mostra come tutto si risolva, quando il Signore sale sulla barca.
Cosa vuol dire far salire Gesù sulla barca?
Gesù, nel brano evangelico, smette di essere un fantasma, quando inizia a parlare con quel “Coraggio, sono io: non temete!”. Accogliere Gesù, sulla barca della nostra vita, significa passare dal vederlo come un fantasma a riconoscerlo come Gesù di Nazareth. Vuol dire fornire consistenza, concretezza al nostro rapporto con Dio, fare in modo che Dio diventi davvero un interlocutore reale della nostra vita (e non solo qualcosa di effimero, di aleatorio, come un fantasma): è quindi – innanzi tutto – metterci in ascolto della sua Parola.
Quando Dio prende concretezza nella nostra vita, salendo sulla nostra barca, perché diamo ascolto alla Sua Parola, allora il vento contrario cessa. La Parola di Gesù – infatti – ci può aiutare ad orientare i venti contrari a nostro favore.
Nei passaggi della vita in cui soffia il vento contrario e sembra che la nostra fatica non porti a niente, cosa fare?
Continuiamo a remare, non scoraggiamoci mai, perché il fermarci potrebbe portarci alla deriva, ma, soprattutto: non lasciamo che Gesù rimanga un fantasma, facciamolo salire sulla barca della nostra vita!

  don Davide

 

Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria - Domenica 27 gennaio 2019 (Sir 44,23. 45,1.2-5; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23)

Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria - Domenica 27 gennaio 2019 (Sir 44,23. 45,1.2-5; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23)

don Davide Milanesi

Leggendo un romanzo sull’Inter, ho scoperto che fu “il mago” Helenio Herrera, l’allenatore che fece vincere la Coppa dei Campioni all’Inter negli anni Sessanta, ad inventare il ritiro. Il venerdì sera, i calciatori andavano in ritiro alla Pinetina, per preparare e studiare la partita della domenica.
Oggi, il Vangelo ci dice che anche Gesù va in ritiro: non per preparare la partita della domenica, ma per preparare la partita della vita. E non va alla Pinetina, ma va a Nazareth.
Mi ha incuriosito, in questa pagina di Vangelo, il fatto che Gesù, a motivo delle scelte di Giuseppe, guidato dall’angelo, si ritiri e vada ad abitare a Nazareth.
Questo luogo diventerà così significativo che Gesù verrà riconosciuto come il Nazareno. È interessante, infatti, notare come, nella narrazione della conversione di san Paolo, la voce che parla dalla luce, sia Gesù stesso, che si definisce “il Nazareno”: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
Il fatto che sia Gesù stesso a chiamarsi Nazareno mi fa dire che questa esperienza di Gesù a Nazareth è costitutiva della sua persona: non è qualcosa di secondario. Il fatto che sarà chiamato Nazareno dice che Nazareth è un’esperienza costitutiva per Gesù stesso.
Cos’è Nazareth, per Gesù?
Nazareth è il luogo dove Gesù si nasconde per trent’anni circa.
Mi chiedo perché la Parola fatta carne, il Figlio di Dio abbia bisogno di nascondersi per un periodo così lungo della propria vita in un villaggio del nord della Palestina. Perché il Figlio di Dio mette a tacere, per trent’anni, tutto ciò che potrebbe farlo riconoscere come il Figlio di Dio? Perché colui che è venuto per raccontarci Dio ha bisogno di nascondersi?
Ma poi, a Nazareth, Gesù cosa nasconde?
Gesù, a Nazareth, non si isola, ma nasconde la propria divinità. Gesù, a Nazareth, non dà segni che invitino a riconoscerlo come figlio di Dio; eppure, Lui lo è anche a Nazareth.
Di fatto, nei Vangeli, durante la vita pubblica di Gesù, nessuno dirà “lo si vedeva già quando era a Nazareth che era il figlio di Dio”.
Certo anche di fronte ai miracoli e alla sua predicazione, durante la sua vita pubblica qualcuno fatica a riconoscerlo come figlio di Dio, ma altri, invece, lo riconoscono come tale. Questo per dire che, durante la sua vita pubblica, qualche segno in più che potesse aiutare la gente a riconoscerlo come il Figlio di Dio lo ha dato.
Cos’è, dunque, Nazareth, per Gesù?
Mi piace guardare a Nazareth come il luogo dove Gesù tace la sua divinità e impara, ascolta l’umanità. Gesù, a Nazareth, è attento alla vita degli uomini perché lui in prima persona la vive: Gesù impara da loro, ascolta dagli uomini cosa vuol dire essere tali. Gesù ascolta, innanzitutto, la propria umanità.
C’è un tempo che prepara la vita pubblica di Gesù, che chiede l’umiltà di ascoltare gli uomini, di imparare dagli uomini. Credo che questa sia un po’ la pedagogia di Dio: all’inizio, taci, ascolta guarda e impara; solo dopo, potrai parlare e potrai esprimere meglio ciò che sei. In questa festa della famiglia cosa può suggerirci quest’atteggiamento di Gesù?
Spesso si sottolinea che, in famiglia, è importante dialogare e questo è vero; ma credo che, affinché un dialogo sia fecondo, è necessario mettere a tacere quello che siamo, per ascoltare l’altro, per chiederci: l’altro cosa sta vivendo in questo momento della sua vita?
Sarebbe bello che, tornando a casa uno possa chiedersi: mio marito, mia moglie, mio figlio cosa sta vivendo in questo momento della vita?
Cosa passa nel cuore di mio marito o mia moglie? Quali amarezze, quali desideri, stanno attraversando il suo cuore?
Senza avere la preoccupazione di dire e dare subito dei consigli ma mettersi in ascolto dell’altro.
All’interno della dinamica di una vita famigliare, diventa importante che uno si nasconda (non nel senso di isolarsi, ma nel senso di mettere a tacere se stesso, per ascoltare l’altro).
L’ascolto è il primo servizio che noi dobbiamo all’altro come segno del nostro amore.
Scrive Bonhoeffer: il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestare loro ascolto. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua Parola e, analogamente, l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo.
L’amore di Dio agisce in noi, non limitandosi a darci la sua Parola, ma prestandoci anche ascolto.
Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza, non sarà neppure capace di rivolgere veramente all’altro il proprio discorso, e alla fine non si accorgerà nemmeno di lui.
Chi pensa che il proprio tempo sia troppo prezioso perché sia speso nell’ascolto degli altri, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma lo riserverà solo a se stesso, per le proprie parole e i propri progetti.

Mi piace pensare che Nazareth sia il tempo che Dio ha dato per ascoltare gli uomini e mi pare interessante sottolineare che questo tempo sia maggiore rispetto a quello che lui ha usato per parlare agli uomini.

  don Davide

 

II Domenica dopo l'Epifania - Domenica 20 gennaio 2019 (Est 5,1-1c.2-5; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11)

II Domenica dopo l'Epifania - Domenica 20 gennaio 2019 (Est 5,1-1c.2-5; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11)

don Davide Milanesi

“Non è ancora giunta la mia ora”: così risponde Gesù a sua madre, dopo la constatazione della mancanza del vino.
Il vangelo di Giovanni ricorda diverse volte quale sia l’ora di Gesù, dandole diverse sfaccettature.
In Gv 12,23.27 (Gesù rispose loro: "È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora. Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome"), è l’ora che Gesù accetta perché il Padre sia glorificato.
In Gv 13,1 (Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre), l’ora è quella di passare da questo mondo al Padre.
Gv 16,32 (Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me), è l’ora in cui i discepoli lo lasceranno solo.
Gv 17,1 (Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: "Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te) è l’ora della gloria.
Quest’ora di Gesù coincide con gli eventi pasquali, in cui verrà manifestata la gloria di Dio. Se l’ora coincide con gli eventi pasquali, perché la fine del brano evangelico delle nozze di Cana si conclude dicendo: Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero a lui?
Se l’ora coincide con il manifestarsi della gloria di Dio negli eventi pasquali, perché questa gloria si manifesta anche a Cana di Galilea?
Tutto ciò ci fa dire che tutto il ministero di Gesù appartiene all’ultima ora: tutto il ministero di Gesù manifesta la gloria di Dio.
La gloria, per l’evangelista Giovanni non è la vittoria, l’onore. È la presenza di Dio.
Manifestare la gloria è raccontare il volto di Dio.
Gesù lo racconta giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto per minuto perché è Lui la gloria di Dio.
È lecito ora chiederci: con quale segno, a Cana di Galilea, Gesù racconta la gloria di Dio?
Trasforma l’acqua in vino.
I segni che raccontano la gloria di Dio sono i gesti che trasformano l’acqua in vino.
Già altre volte ho detto che il vino è il simbolo della gioia.
Il segno che manifesta la gloria, il segno che racconta il volto di Dio è ciò che dà gioia.
Tutti noi siamo chiamati a raccontare la gloria di Dio, siamo chiamati a raccontare il volto di Dio in ogni nostra ora.
Oggi, il Vangelo ci suggerisce di raccontarlo attraverso il segno della gioia o, meglio, dalla gioia che nasce per aver trasformato l’acqua in vino.
Se vogliamo raccontare la gloria di Dio, dovremo trasformare le acque dell’amarezza a motivo di qualche delusione, nel vino spumeggiante di chi trova gioia, costruendo rapporti di fiducia.
Dovremo trasformare l’acqua torbida della menzogna nel vino spumeggiante di chi trova gioia nel costruire relazioni sulla sincerità e franchezza.
Dovremo trasformare l’acqua dura della violenza nel vino spumeggiante di chi trova gioia nella bontà.
L’ora per raccontare la gloria di Dio è ogni momento, perché, in ogni momento, noi siamo chiamati ad essere portatori di gioia trasformando l’acqua in vino.
Concludo citando l’inizio della bellissima esortazione apostolica di papa Francesco che è l’Evangelii Gaudium: La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo, sempre nasce e rinasce la gioia.

  don Davide

 

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

don Davide Milanesi

“Chiedo l’aiuto del pubblico”. Non è una richiesta di aiuto per fare l’omelia. Era una frase tipica, se non ricordo male, di una trasmissione, in cui il concorrente, se era in difficoltà, poteva chiedere l’aiuto del pubblico; ciò aiutava il concorrente a superare la difficoltà e a rispondere alla domanda che lo aveva messo in difficoltà.
Chiedere aiuto dal pubblico significava diventare più forte.
Il pubblico rendeva più forte il concorrente.
Oggi, nel Vangelo, il Battista dice che Gesù è più forte di lui.
Ma dove sta la forza di Gesù?
Non certo nel pubblico che lo aiuta, anzi: ci sarà un pubblico che, dopo aver cantato «Osanna», griderà «crocifiggilo».
Dove sta, quindi, la forza di Gesù?
È il Vangelo stesso che ce lo indica: Gesù, dopo aver ricevuto il Battesimo, sta in preghiera. Una preghiera che apre il cielo.
Potremmo dire che Gesù non chiede aiuto dal pubblico, ma chiede aiuto dall’alto.
La forza di Gesù sta nella preghiera.
Noi, spesso, quando pensiamo alla vita di Gesù, pensiamo ai miracoli o ai discorsi: difficilmente, però, fissiamo lo sguardo su Gesù che prega; eppure, la preghiera è il segreto della sua forza.
Forse, anche noi abbiamo fatto l’esperienza di come la preghiera ci abbia aiutato ad attraversare momenti faticosi della vita, di come la preghiera ci abbia aiutato a trovare risorse che non avremmo mai immaginato d’avere, che ci hanno aiutato ad attraversare passaggi difficili della vita.
Ma perché la preghiera diventa una forza?
Come è possibile che qualcosa di “inattivo”, come il pregare, diventi una forza?
Come è possibile che quel fermarci su una panca in silenzio, fissando lo sguardo al tabernacolo o al crocifisso diventi una forza? Diventa una forza, perché la preghiera - come dice il Vangelo - apre il cielo e ci fa scoprire, così come ha scoperto Gesù, che siamo figli amati da Dio.
La preghiera diventa questo aprire i cieli, questo mettersi in ascolto di Colui che sta nell’alto dei cieli.
È Colui che sta nell’alto dei cieli che rivela il senso del battesimo di Gesù (e del nostro).
Da quei cieli aperti, ecco una parola sacra, che rivela il senso del battesimo: «Tu sei il figlio mio, l’amato».
La preghiera per scoprire il senso del battesimo ci dona la consapevolezza di essere figli amati da Dio.
Quando noi scopriamo di essere amati, ci sentiamo amati, troviamo risorse e forze che non ci saremmo mai aspettati d’avere.
Quando uno si sente voluto bene, tira fuori il meglio di sé.
La preghiera ci fa riscoprire di essere figli amati da Dio e questo amore diventa la forza per tirare fuori il meglio di noi stessi.
C’è un salmo che dice “la tua bontà mi ha fatto crescere”: potremmo dire il tuo amore mi ha fatto crescere, mi ha fatto tirar fuori il meglio di me
L’amore fa della nostra vita un capolavoro, un’opera d’arte.Detta in altro modo: Dio mi ama perché vede in me l’opera d’arte che posso diventare.
Michelangelo, quando guardava un pezzo di marmo da scolpire, vedeva già l’opera d’arte dentro quel pezzo di marmo grezzo e diceva: «bisogna togliere solo il superfluo».
Così fa Dio: guardandoci, vede già l’opera d’arte che possiamo diventare e il suo amore è lo scalpello che toglie il superfluo; a volte, però, noi siamo un marmo molto duro, che non si lascia scalfire dallo scalpello dell’amore di Dio.
La forza di Gesù sta in una preghiera che, continuamente, gli ridona la consapevolezza di essere figlio amato da Dio.
Nella preghiera, anche noi torniamo, con la mente, al nostro battesimo, per riscoprire che, all’inizio della nostra vita, troviamo l’amore di Dio che – continuamente - la plasma, facendone un capolavoro.

  don Davide
Epifania del Signore - Domenica 6 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

Epifania del Signore - Domenica 6 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

don Davide Milanesi

Se ciascuno di noi fosse uno dei magi, aprendo il proprio scrigno, cosa offrirebbe al Signore?
Lo scrigno dovrebbe contenere qualcosa di prezioso, di significativo.
Ho provato a pensare che ciò che di molto prezioso ciascuno di noi ha è il proprio tempo.
Il tempo è - certamente - qualcosa di prezioso: basta vedere come lo difendiamo con cura, come cerchiamo di capitalizzarlo, di farlo rendere al meglio e, quando altri ce lo fanno perdere, ci innervosiamo. Il tempo è un dono prezioso che, come magi, oggi potremmo portare alla grotta di Betlemme.
Proviamo ad immaginare che ciascuno, aprendo il proprio scrigno, offra il proprio tempo a Gesù. Quanto e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Il tempo è fatto da un passato, un futuro ed un presente e, come dice la tartaruga (il maestro Oogway), nel film “Kung Fu Panda”: «Ieri è passato, domani è mistero, oggi è dono: per questo, si chiama presente».
Se pensiamo bene, anche i doni portati dai magi ricordano questi tre aspetti del tempo: la mirra serve per conservare un corpo nel sepolcro e ci ricorda il nostro passato da conservare e custodire; l’incenso richiama Dio, per questo è un mistero come il futuro e l’oro è prezioso come l’attimo che stiamo vivendo.
Come e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Per offrire il nostro tempo, dobbiamo seguire la stella che ci porta a Betlemme. Quali sono le stelle che possono portarci a Betlemme, per offrire il nostro tempo a Gesù?
Una stella che ci porta diritti a Betlemme è la stella della libertà del cuore, di chi fa le cose per Gesù: non le fa per avere dei vantaggi, dei prestigi, ma fa le cose in gratuità. Questa stella è la direttissima verso Betlemme.
C’è poi la stella dei santi: leggere qualche vita dei santi, ci aiuta ad andare verso Betlemme, perché questi ultimi, con la loro vita illuminano la strada verso Betlemme. A volte, noi seguiamo le stelle del calcio, della musica ma queste - non sempre! - ci portano a Betlemme.
Ho messo solo due stelle, così che ciascuno possa trovare altre stelle che lo conducano a Gesù.
Se il seguire la stella ci dice come arrivare a Betlemme, dobbiamo però chiederci: una volta arrivati nella grotta di Betlemme, aprendo il nostro scrigno, quale tempo offriamo a Gesù?
Io suggerisco di non offrire il tempo della mirra, che, ricordando il passato, rischia di farci cadere nei toni nostalgici di qualcosa che non c’è più; neppure il tempo dell’incenso è opportuno, perché lo sguardo sul futuro potrebbe trasformarsi in preoccupazioni che portano al nostro cuore paura e ansia.
Io direi di offrire il tempo dell’oro: il nostro presente.
Un presente capace di contemplare, di vedere oggi la presenza di Dio nella nostra storia, nella nostra vita. La capacità di vedere - oggi! - la presenza di Dio può aiutarci a riconciliarci con il nostro passato, guardando con speranza al nostro futuro.
Mi piacerebbe che, all’inizio dell’anno, noi trovassimo spazi e tempi di contemplazione, durante i quali, guardando alla nostra vita adesso, riusciamo scorgere i segni della presenza di Dio. Il tempo dell’oro, nel quale, si scorge, nell’oggi, la presenza di Dio, è il tempo dell’adorazione.
I magi sono dei contemplatavi, perché, offrendo i loro doni, si mettono in adorazione del Bambino Gesù. Facciamo anche noi del nostro tempo un dono a Gesù, mettendoci in adorazione davanti a Lui!
A febbraio, vivremo le giornate eucaristiche (stiamo, quindi, entrando nella terza tappa del nostro cammino come comunità): saremo chiamati ad adorare l’Eucarestia, saremo chiamati a contemplare il mistero eucaristico.
Proviamo ad immaginare questa chiesa come la grotta di Betlemme: venire qui sia visto un po’ come essere dei magi, che aprono lo scrigno del loro tempo, per offrirlo in adorazione a Gesù.
Chiediamo al Signore che ciascuno di noi possa diventare, sempre più, come uno dei magi e aprire lo scrigno del proprio tempo, così da offrirlo al Signore in un atto di adorazione.

  don Davide
Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Abbiamo concluso un anno e siamo pronti a ripartire con il nuovo, già iniziato: chiediamoci, nell’anno trascorso, dove ed in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone.
Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi. Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore. Vorrei fare un accenno al messaggio per la pace fatto da papa Francesco, dove mette in evidenza come la buona politica sia al servizio della pace.
Scrive il papa: la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.
Continua il papa: viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi, che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace”,che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre, che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.
Continuiamo la celebrazione eucaristica, ringraziando il Signore per quei volti di uomini e donne che hanno fatto risplendere il volto compassionevole di Dio. Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno, per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che, questa sera, facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Alla conclusione di quest’anno, possiamo chiederci: dove e in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone. Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore, grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi.
Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore.
Vorrei lasciare un tempo di silenzio prolungato, affinché ciascuno abbia modo di ringraziare il Signore per quando ha incontrato volti di uomini e donne capaci di compassione. Allo stesso tempo, rendiamo grazie al Signore per quando il nostro volto ha saputo dare pace ad altri.
Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

don Davide Milanesi

Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplatola sua gloria.
A Natale, Dio viene ad abitare in mezzo a noi e noi siamo invitati a contemplare la sua gloria.
Contemplare è risvegliare in noi un senso di stupore, di fronte alla gloria di Dio. Non so se in questo Natale abbiamo provato stupore, per questo Dio che vene a visitarci.
Contemplare la gloria di Dio è qualcosa di sconvolgente, la gloria di Dio è la presenza stessa di Dio in mezzo alla sua gente: nella carne di Gesù di Nazareth, possiamo riconoscere la gloria di Dio, possiamo riconoscere la presenza di Dio.
Il libro dell’Esodo parlerà della gloria del Signore come un fuoco divorante (Es 24,17). Per questo, ho provato ad immaginare che la gloria di Dio non sia altro che il Suo amore: l’amore di Dio può essere visto come un fuoco divorante.
Non a caso, Gesù è il Figlio. Il figlio, dicevo già a Natale, è il volto dell’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra uomo e donna prende carne in un figlio.
Dio è amore, suo figlio è la carne, è il volto dell’amore.
Contemplare la gloria di Dio è contemplare l’amore.
Ma, a Natale, quale tratto dell’amore possiamo contemplare?
Mi pare che il tratto dell’amore che possiamo contemplare, a Natale, è quello del fare visita, facendo il primo passo nell’andare incontro all’altro.
L’amore si rivela in questa capacità di fare il primo passo, di non continuare a farsi cercare, a farsi desiderare; per dirla con un linguaggio giovanile, Dio non se la tira,perché prende l’iniziativa di farsi incontro all’uomo.
Dio non aspetta che l’uomo sia migliore di quello che è: ad un certo punto, Dio fa il primo passo e viene ad incontrare l’umanità così com’è. Probabilmente, a ben pensarci, se Dio avesse atteso che l’uomo divenisse migliore, ancora oggi non avremmo alcun Natale da festeggiare!
Quando qualcuno, con gratuità, si fa incontro ai nostri bisogni, viene a trovarci gratuitamente, noi rimaniamo stupiti: è uno stupore che nasce dal piacere di sentirci cercati in gratuità.
Quando qualcuno ci cerca in gratuità, noi ci sentiamo importanti, recuperiamo dignità; Dio, a Natale, viene a visitare l’uomo, per ridare dignità a ciascuno di noi.
Contemplare la gloria di Dio è rimanere stupiti di fronte all’amore che Dio ha per noi.
Quell’amore che, a Natale, si manifesta con il tratto del prendere l’iniziativa, del muovere il primo passo verso l’uomo, venendolo a trovare, nella gratuità.
Chiediamo al Signore che la contemplazione della sua gloria ci aiuti a capire dove sono chiamato a prendere l’iniziativa, a fare il primo passo per andare incontro gratuitamente a qualcuno.

  don Davide
Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

don Davide Milanesi

In quella notte, Luigi aveva perso il gruppo dei pastori e vagava per le colline della Giudea, cercando una strada.
Nel suo vagare, in quella notte stellata, non riusciva a trovare qualcuno che gli potesse indicare la strada.
Finalmente intravide, la nuca avvolta da uno scialle di una donna che, uscendo da una casa, andava alla fontana ad attingere acqua.
Gridando forte, così da farsi sentire prima che la donna potesse rientrare in casa, la fermò e le chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”.
La donna, quasi con voce metallica, rispose: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi rimase a bocca aperta, la donna rientrò in casa, chiuse la porta, e sparì.
Luigi continuò a vagare, senza seguire una strada, senza una meta, per circa un’ora, fin quando vide un anziano che, seduto su una roccia, contemplava le stelle.
Si avvicinò e chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”
L’uomo stacco gli occhi dal cielo stellato e disse: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi, a bocca aperta, ancora una volta non riusciva a controbattere.
Il vecchio alzò lo sguardò e continuò a guardare le stelle.
Luigi riprese il suo cammino fin quando arrivò ad una stalla e, in una mangiatoia, vide un bambino, appena nato, avvolto in fasce.
Ecco il segno.
Ma il segno di cosa?
Forse anche noi, come Luigi, in questo mondo che, a volte, ci sembra confuso, stiamo cercando una strada.
Forse anche noi, come Luigi, stiamo cercando una strada da percorrere in questo mondo che non riesce a proporci strade sicure.
Forse anche noi stiamo cercando un segno che ci indichi una strada da percorrere.
Questo per noi il segno: un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Quelle fasce ricordano tanto i teli del sepolcro e il legno duro della mangiatoia su cui il bambino è posto, rinviano al duro legno della croce.
Quel bambino avvolto in fasce, posto in una mangiatoia è il segno dell’Amore.
L’amore tra un uomo e una donna non si vede; si vedono, però, gesti e attenzioni che raccontano del loro amore e poi, ad un certo punto, questo amore prende un volto in un figlio.
Il figlio è il volto dell’amore.
Il figlio è il segno di un amore che prende carne.
Dio è amore e prende un volto nel suo figlio Gesù.
Il segno di quel bambino avvolto in fasce in una mangiatoia è qui a chiederci se crediamo ancora alla forza dell’amore. Gesù Bambino viene a chiederci: credi ancora alla possibilità di percorrere la strada dell’amore?
Se le vicende della vita hanno portato amarezza, delusione e rabbia al nostro cuore, Gesù Bambino ci invita a non indurire il nostro cuore, ma a credere ancora alla forza dell’amore.
Quel bambino nella mangiatoia, avvolto in fasce, è qui per darci coraggio nel continuare a percorrere la strada dell’amore.
A Natale siamo chiamati a guardare a Gesù Bambino per rinnovare la nostra fiducia nella forza dell’amore.
Credere all’amore è credere che la mitezza, sulla distanza, è più feconda della violenza.

  don Davide
Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

don Davide Milanesi

La pagina dell’annunciazione è una pagina che ci proietta sul futuro, la tensione del dialogo tra l’angelo e Maria è rivolta a colui che nascerà. Potremmo quasi dire che il personaggio più importante di questa pagina è colui che non è presente: è colui del quale si parla, cioè colui che nascerà.
Ma proprio perché chi nascerà è l’atteso, lo si può sognare. Si sogna, infatti, ciò che desideriamo, ciò che attendiamo.
Vorrei tentare di dare colore a questo sogno perché colui che nascerà è anche il sogno di Dio.
Dio, quando sogno l’uomo, sogna Gesù: sogna un’umanità come quella di Gesù.
Sognare colui che nascerà è, sognare insieme con Dio, la nostra umanità.
L’angelo nel parlare di colui che nascerà è come se tratteggiasse la cornice di questo sogno, il profilo del volto di Gesù di Nazaret dice: Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.
Vorrei dare colore e contenuto a questo sogno, evocando qualche pagina del Vangelo, così da tener vivo dentro di noi il desiderio di incontrare il Signore Gesù.
Possiamo intravedere la grandezza di Gesù di Nazaret, il suo essere figlio dell’Altissimo nel suo stare con i piccoli, con gli ultimi.
Come non ricordare quel Gesù che siede a mensa con i peccatori, che condivide con loro i banchetti e ricorda che non è venuto per i sani, ma per i malati?
Come non ricordare le parole di Gesù verso i bambini (“lasciate che i bambini vengano a me perché è a chi è come loro appartiene il regno di Dio”)?
Colui che nascerà è grande, perché sta con i piccoli e gli ultimi.
Poi, l’angelo annuncia che Gesù siederà in trono, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il Suo regno non avrà fine.
Ma qual è il modo di regnare di Gesù di Nazaret? Non certo gridando, umiliando chi si avvicina a lui; non certo con la violenza, bensì, con la mitezza, con la franchezza di una parola dolce, che raggiunge e provoca il cuore dell’uomo, senza dimenticare che la sua giustizia è la misericordia.
Come non ricordare il suo ingresso a Gerusalemme su un asinello, simbolo della sua mitezza?
Come non ricordare la dolcezza delle parole dette a Giuda mentre lo tradisce (“Amico”).
È indimenticabile quel Gesù che, di fronte alla donna adultera, dice “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno: va’ e non peccare più”.
Evocando queste pagine, ho voluto dare colore al sogno di Dio e al sogno di ogni uomo: quello di essere uomini e donne con i tratti di un’umanità come quella di Gesù.
Per questo, mi piacerebbe che, la notte di Natale, ciascuno sogni, insieme con Dio, un’ umanità come quella di Gesù.
Perché non pensare di mettere sotto al presepe, oltre ai regali, una pagina di Vangelo che, più di altre, esprime il tratto dell’umanità di Gesù che desideriamo incarnare, vivere.
Sì! Ciascuno metta di fianco al proprio presepe quella pagina di vangelo che, più di altre, l’affascina.
E, (perché no?), la notte di Natale, mentre si scartano i regali, diamo colore al nostro sogno, leggendo quella pagina di Vangelo che ci ricorda la grandezza di Colui che è nato.

  don Davide
V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

don Davide Milanesi

In questo cammino di Avvento, abbiamo voluto mettere al centro del nostro pellegrinare la Parola di Dio come lampada ai nostri passi, che illumina il nostro cammino e ci permette di raccogliere gli annunci di gioia che ci sono nella nostra vita.
In questa V domenica di Avvento, siamo chiamati ad ascoltare la Parola di Dio che ci viene dal Battista, il quale è riconosciuto dai propri discepoli come colui che ha dato testimonianza a Gesù. Il Battista dice di essere testimone, perché è l’amico dello sposo. Lo sposo è Gesù (lo sposo è chi dà il vino nuovo e Gesù, alle nozze di Cana, è colui che ha dato il vino nuovo).
Il Vangelo dice: L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
Noi siamo amici dello sposo, perché siamo presenti e lo ascoltiamo.
Vorrei fare un inciso sul valore dell’ascolto. Ascoltare è dare tempo a qualcuno e dare tempo è dare vita. Ascoltare Gesù è dargli vita.
Non solo: ascoltare Gesù fa esultare di gioia l’amico che lo ascolta.
Come non ricordare il Battista, che esulta, nel grembo di Elisabetta, quando incontra Maria, che porta nel grembo Gesù? Gesù è lo sposo e noi siamo suoi amici, quando lo ascoltiamo e questo ascolto ci fa esultare di gioia.
Ma quale parola ha da dirci Gesù; quale parola possiamo ascoltare da Gesù?
Prima di ascoltare quale parola Gesù deve dirci, dobbiamo avere la stessa consapevolezza del Battista: Lui deve crescere; io, invece, diminuire.
Ciò significa che, per poter ascoltare, dobbiamo mettere a tacere il nostro io (con le sue idee, con le sue convinzioni e preoccupazioni) e dobbiamo fare spazio ad un Altro: questo è il senso del diminuire.
L’io eccessivamente preoccupato del proprio benessere non lascia spazio alla parola di un altro. Questo io gigantesco, che non lascia spazio, non si accorge che quest’eccessiva preoccupazione di sé lo porterà a grandi solitudini, perché nessuno e niente potrà incontrarlo.
Non solo: l’io deve diminuire, ma Gesù deve crescere. Fino a quando dovrà crescere? Fino a quando sarà innalzato da terra, cioè fino a quando sarà inchiodato sulla croce.
Questa è la parola che dobbiamo ospitare nella nostra vita; la Parola della Croce. Il discorso della croce, in ultima analisi, è la Parola da ascoltare e a cui essere presenti.
Il Battista sembra dirci che Gesù viene per crescere, fino ad essere innalzato sulla croce. La Croce è la misura dell’amore che Dio ha per noi. Gesù viene per raccontarci quest’amore.
Noi stiamo andando fino a Betlemme, illuminati proprio dalla Parola di Gesù, che racconta tutto l’amore che Dio ha per noi.
Chiediamo al Signore di vivere questi giorni, nell’imminenza del Natale, come suoi amici, che esultano di gioia nell’ascoltare la sua parola, che racconta l’amore di Dio per noi.
Perché, in questi giorni, non ci dedichiamo alla lettura dei vangeli cosiddetti dell’infanzia (i capitoli da 1 a 3 del vangelo di Luca)? Oppure, perché non darci del tempo per partecipare all’Eucarestia feriale?
 

  don Davide
IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

don Davide Milanesi

Oggi troviamo questo Gesù che entra a Gerusalemme.
L’entrata avviene cavalcando un puledro e scendendo dalla discesa del monte degli ulivi.
Questo ci fa pensare a Natale come Dio che scende dai cieli verso l’uomo e, quando Gesù inizia la discesa, la folla esprime la propria gioia lodando Dio a gran voce.
Quest’ingresso di Gesù a Gerusalemme avviene cavalcando un puledro. Un puledro, che prima era legato e che i discepoli hanno dovuto slegare.
Interessante: perché il Vangelo insiste molto su questo legare e slegare.
C’è un nodo da sciogliere, affinché Gesù possa montare sopra questa cavalcatura e possa così entrare a Gerusalemme.
Vorrei proprio attirare l’attenzione su questo legare e slegare.
Perché slegare questo nodo diventa la condizione affinché Gesù possa salire sul puledro e possa entrare in Gerusalemme. Tutto questo può suggerirci che, forse, nell’imminenza del Natale, affinché Gesù possa entrare nella nostra vita, possa cavalcare la nostra vita, possa montarci sopra, possa, insomma, nascere nella nostra vita, siamo chiamati a slegare qualche nodo.
Forse, il nodo da slegare potrebbe essere una diffidenza, una pigrizia, un rancore, una paura: slegare questi nodi è necessario, perché il Signore Gesù possa entrare nella nostra vita; slegare questi nodi è necessario perché ciascuno di noi possa diventare quell’asinello, su cui Gesù possa sedersi e fare strada con noi.
Come possiamo slegare questi nodi? A volte basta poco.
È interessante vedere come, in queste sere, girando per la visita alle famiglie c’è, spesso, un pronti-partenza-via di diffidenza, di paura, quando suono un campanello: non si sa chi ci sia dietro la porta e chi apre, nonostante abbia guardato dallo spioncino, non sa chi io sia e, quindi, quando la porta si apre, c’è sempre il nodo della diffidenza, della paura da sciogliere. Ma basta poco, perché si sciolga. Basta dire che sono un prete, basta un invito ad entrare in casa, basta un sorriso che il nodo della diffidenza e della paura si slegano.
Slegato il nodo della paura e della diffidenza, Gesù può cavalcare la vita di chi mi ha ospitato, Gesù entra in quella casa attraverso la preghiera semplice del Padre nostro.
Il nodo della diffidenza, della paura si slega facilmente: basta farsi conoscere, basta un sorriso, basta un’espressione accogliente.
Quando questo nodo si slega, Gesù può entrare nella vita di ciascuno di noi.
Un altro modo per slegare questi nodi è quello di celebrare il sacramento della riconciliazione: un rancore, un forte senso di colpa, una durezza di cuore possono essere slegati grazie alla bontà misericordiosa di Dio.
Infine, papa Francesco è molto devoto alla Madonna che scioglie i nodi: pregare Maria, di cui abbiamo appena celebrato la festa dell’Immacolata, può aiutarci a sciogliere i nodi, affinché Suo figlio possa entrare nella nostra vita.
Chiediamo a Gesù e a Maria che, nell’imminenza di questo Natale, ci aiutino a vedere i nodi che dobbiamo slegare.;

  don Davide
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

don Davide Milanesi

Vorrei che, in questa solennità dell’Immacolata Concezione, raccogliessimo un invito, che voglio esprimere attraverso il titolo di una vecchia canzone di Renato Zero: “Niente trucco”.
Vedete, noi amiamo truccarci: anche quelli tra noi che sono acqua e sapone si sentono ogni tanto attratti dal trucco (sia esso il profumo, il modo di mettere i nostri capelli o tutto il resto).
Il trucco ci permette di nascondere alcuni difettucci, per offrirci agli altri meglio di quello che siamo: il trucco ci permette di sembrare diversi, il trucco è un po’ come una maschera; è camuffarsi, è il piacere di ingannare noi stessi e l’altro. Il trucco ci permette di nascondere la verità di ciò che siamo.
Dico così perché la pagina di Genesi ascoltata è introdotta da un versetto in cui, dopo la caduta dell’uomo per aver mangiato del frutto dell’albero che Dio aveva proibito, Dio passeggia nel giardino e l’uomo si nasconde. Dio domanda ad Adamo “dove sei?”. Domanda che potremmo tradurre con “Adamo, Niente trucco, non nasconderti, non avere paura, non difenderti di fronte a Dio che ti viene a cercare!”. Di fronte all’uomo che si nasconde da Dio, perché ha paura, Dio entra con molta discrezione: «hai forse mangiato?». “Forse”. Come se Dio non sapesse! Ma è una modalità che Dio utilizza affinché l’uomo si assuma le responsabilità di ciò che ha fatto; Adamo scarica il barile («è stata la donna») e la donna scarica il barile («è stato il serpente»): Dio ci chiede di stare davanti a lui senza trucco, mentre noi, continuamente, ci trucchiamo.
Il brano della Genesi sembra dire che, quando Dio ci viene a cercare, noi ci nascondiamo; appunto: ci trucchiamo.
Natale che si avvicina è questo Dio che viene a cercarci.
Ho provato a pensare che, tra i trucchi migliori per nasconderci da questo Dio che ci viene a cercare, c’è un rimmel della marca “È colpa tua” . Quello usato da Adamo ed Eva nella pagina di Genesi: è sempre colpa di un altro. Di questo rimmel sono finite le scorte. Il modo migliore per nasconderci e fuggire da Dio è quello di dare la colpa agli altri: è la società, è la stanchezza; insomma, si fugge da Dio e da ciò che siamo, dando la colpa agli altri, senza mai assumerci le nostre responsabilità.
Ho trovato, poi, un fondotinta della marca “ma che maniere!” ; ci nascondiamo, difendendoci, attaccando le modalità dell’altro: Dio che mi viene a cercare non ha mai i modi giusti per dirmi che mi sta cercando!
Infine, c’è in uso un rossetto ad un alto potere di seduzione e la sua marca è “non c’è niente di male” . Io non devo rendere conto a nessuno, perché io non ho fatto niente di male: io sto bene così, sono a posto così, nessuno deve intromettersi nella mia vita, nemmeno Dio.
Ma tutti questi trucchi ”È colpa tua”, “Ma che maniere!”, “Non c’è niente di male” , rivelano la nostra paura di Dio: rivelano la paura che noi abbiamo di noi stessi; abbiamo paura di mostrare a Dio quello che siamo, la nostra umanità.
Tutti questi trucchi non permettono a Dio di entrare nella nostra vita.
Una Donna niente trucco, una donna acqua e sapone è proprio Maria. L’Immacolata Concezione ci rivela Maria come una donna niente trucco: acqua e sapone.
Maria non si trucca, perché non ha paura di questo Dio che la viene a cercare. Maria accoglie la sua parola, non si difende di fronte alla parola di Dio che la invita ad essere la madre di suo figlio Gesù di Nazaret.
Un modo per rispondere, senza trucco, a questo Dio, che a Natale ci viene a cercare è quello di preparaci attraverso il sacramento della confessione. Nella confessione, noi ci mettiamo davanti a Dio senza trucco: siamo davanti a lui con la verità di ciò che siamo.
Non ci resta che andare verso il Natale come uomini e donne Niente trucco!

  don Davide
III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

don Davide Milanesi

Vorrei raccogliere questa pagina di vangelo attorno ad un verbo: vedere.
Sia perché Gesù, per ben tre volte, parlando di Giovanni il Battista, chiede alla gente “cosa siete andati a vedere?”, sia perché ai discepoli (mandati dallo stesso Battista) dice di raccontare quello che hanno visto a chi li aveva inviati.
Da dove nasce questa insistenza sul vedere?
A me pare che questa insistenza sul vedere nasca da un dubbio del Battista, o, meglio, dalla paura di Giovanni Battista di aver sbagliato tutto nella propria vita, di aver preparato la via a colui che non è il Messia.
Il Battista, in carcere, ha paura che Gesù non sia il Messia.
Giovanni Battista, però, non fugge da questa sua paura, ma cerca di comprenderla: cerca di fare chiarezza. Se immaginiamo la paura come una zona d’ombra, una zona buia, il Battista cerca di abitare questa zona d’ombra, facendo chiarezza, facendo luce.
Giovanni, di fronte a questa sua paura, non semplifica, non taglia corto sulla questione, bensì vuole vederci chiaro, cercando di capire se davvero Gesù sia il Messia, colui che doveva venire, colui al quale preparare la via, mandando dei suoi discepoli a Gesù per chiedere se veramente sia lui colui che deve venire.
Gesù, se pensiamo bene alla domanda che riceve (sei tu colui che deve venire?), a cui si poteva semplicemente rispondere sì o no, non risponde. Non rispondendo, invita Giovanni a guardare i segni raccontati dai sui discepoli.
Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto….
Gesù non risponde direttamente alla domanda dei discepoli di Giovanni, piuttosto, invita Giovanni stesso ad essere più attento: a guardare dentro ciò che accade e trovare lui la risposta alla propria domanda. Sarà Giovanni che dovrà interpretare quei segni (guarigioni, dare la vista ai ciechi) come l’agire di Dio nella storia.
Gesù sta dicendo a Giovanni: di fronte alle tue paure, guarda a quei segni che dicono l’agire di Dio nella storia. Dio non ti abbandona alle tue paure.
Anche noi, forse, siamo abitati dalla paura, che nasce dalle violenze che spesso ci vengono raccontate, oppure paure che nascono dall’incontro con chi è diverso da noi, per cultura e religione.
Il Battista ci insegna che la paura va abitata, va innanzitutto riconosciuta: chiede il coraggio di fare chiarezza, senza rifugiarci in risposte semplici e banali, senza un’azione di semplificazione della realtà.
La violenza raccontata, le questioni dell’immigrazione, da cui possono nascere le nostre paure, legittime e fondate, non si risolvono dando risposte semplici e banali, abbiamo bisogno di sguardi di fede, che invitano alla lungimiranza.
Dobbiamo guardare bene dentro tutte queste situazioni: osservare con gli occhi della fede, che sa cogliere dentro queste zone d’ombra i segni dell’agire di Dio e, per questo, è capace di trasformare la paura in speranza.
Quello che voglio dire è che, di fronte a ciò che sta accadendo, siamo chiamati a fare la fatica di capire dove il Signore Dio ci stia portando, evitando di semplificare la realtà attraverso slogan banali e superficiali, che sono solo il terreno fertile per ogni dittatura.
Cominciamo almeno a dirci che il mondo sta cambiando e, in parte, è già cambiato e che tutto questo ci chiederà la fatica di accettare i cambiamenti. Perché questi cambiamenti avvengano a favore dell’umanità, dobbiamo dimorarvi con gli occhi della fede, che non semplifica, ma vede l’azione di Dio, anche dentro passaggi oscuri.
In questo tempo d’Avvento, nel quale abbiamo messo al centro al Parola di Dio, chiediamo che la Sacra Scrittura ci aiuti a cogliere i segni dello Spirito, per capire dove stiamo andando.
 

  don Davide
II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

don Davide Milanesi

In questo tempo di Avvento, anche noi stiamo preparando la via per accogliere Gesù nella nostra vita, attraverso l’ascolto della Parola di Dio. Anche il Vangelo, oggi, ci chiede di preparare la via al Signore Gesù che viene ad incontraci.
Preparare la via è preparare il nostro cuore, affinché sia attento alla venuta del Signore nella nostra vita quotidiana.
Nel brano evangelico, per preparare la via al Signore, la gente va da Giovanni il Battista.
Chi è Giovanni il Battista?
Vediamo come il Vangelo lo descrive. Ci racconta come era vestito e cosa mangiava, come se dal vestito e dall’alimentazione si possa capire il cuore del Battista, così che anche il nostro cuore possa essere simile al suo.
Innanzitutto, i suoi pasti: cavallette e miele selvatico. Questi cibi ci suggeriscono che il Battista mangiava quello che trovava. Tutto questo ci fa pensare che il cuore del Battista è un cuore che vive della provvidenza di Dio, è un cuore che sa raccogliere i doni di Dio. Il Battista vive di ciò che Dio gli dona.
Poi, il vestito: peli di cammello e cintura ai fianchi dicono che il Battista non è particolarmente ricercato nel suo abbigliamento, ma veste in modo sobrio. Il cuore del Battista è un cuore sobrio. La sobrietà, così come la povertà, è segno che non si riempie la vita con tante cose: in questo modo, è possibile lasciare spazio a Dio.
Questo andare a preparare la via del Signore, andando da un uomo come il Battista, dal cuore sobrio e che crede alla provvidenza di Dio, ci suggerisce che preparare la via al Signore, prepararci al Natale, è custodire una sobrietà della vita e un cuore che confida nella provvidenza di Dio.
Potremmo pensare qualche gesto di sobrietà. Proviamo a guardare in casa nostra a quante cose inutili abbiamo, oggetti che da tanto tempo non usiamo o tocchiamo solo per fare la polvere. Potrebbe essere l’occasione per togliere qualcosa e realizzare un angolo curato, per dare spazio alla Bibbia aperta in casa.
Questo togliere oggetti superflui può essere segno di un cuore che fa spazio a Dio. Oppure, nelle tante cose che facciamo, proviamo a pensare se proprio tutto quello che facciamo è essenziale; è vero: oggi tutto è importante, ma cosa è realmente essenziale? Magari, potremmo scoprire che alcune cose che facciamo non sono così essenziali e potremmo evitare di farle, per dare più tempo a Dio.
Per quanto riguarda un cuore che crede nella provvidenza di Dio, dovremmo vedere quante volte, nella vita, facciamo qualcosa, pur riconoscendo la sproporzione tra quanto richiesto e ciò che noi riusciamo – effettivamente – a fare.
Tutte le volte che ci sembra poco quello che possiamo fare rispetto al bisogno e comunque decidiamo di farlo, mettiamo in campo un cuore che crede nella provvidenza di Dio, perché il poco che abbiamo lo mettiamo nelle mani di Dio, fiduciosi che Lui farà il resto.
In questo tempo di Avvento, andiamo come i pastori verso Betlemme, mettendo al centro della nostra vita la Parola di Dio, raccogliendo annunci di gioia e preparando la via al Signore attraverso un cuore sobrio che crede all’amore provvidenziale di Dio.
 

  don Davide
I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

don Davide Milanesi

Il Vangelo di questa domenica sembra voglia fare da cassa di risonanza alle nostre paure. Gesù, con le sue parole – con cui, continuamente, ribadisce “badate a voi stessi”, “fate attenzione” – ci mette in guardia da eventi come carestie, terremoti, guerre, segni cosmici sconvolgenti (il sole si oscura, la luna non darà luce), persecuzioni ed omicidi.
Insomma, il Signore sembra proprio voler dar voce alle paure dell’uomo.
Certo, alcune ci sembrano lontane dalla nostra vita (come la paura della carestia) ma, in realtà, ci sono ben altre carestie di cui aver paura: non tanto quella legata all’avarizia della terra, ma, piuttosto, quella legata all’avarizia e all’egoismo del cuore di molti uomini.
Queste situazioni portano a sperare di non aver mai bisogno di nessuno, fino a pensare (e dire): “speriamo di non rimanere qui in qualche modo”; quest’espressione, in realtà, traduce la paura di dover aver bisogno di qualcuno, perché non sai se qualcuno ti aiuterà.
La paura legata all’oscurarsi del sole e della luna possono sembrarci lontane, ma quanto buio nasce dalla violenza che, tutti i giorni, ci viene raccontata; le giornate, anche se c’è il sole, con tutta la violenza raccontata, diventano grigie. La violenza spegne la fiducia nell’uomo.
Di fronte a queste paure che, comunque, risuonano nel cuore dell’uomo, cosa fa il Signore? Continua a dipingere di nero le giornate già fosche del nostro tempo?
Il termine paura deriva dal latino pavorem (dal verbo paveo = atterrire), che ha la stessa radice di pavimento. Terrore ha lo stesso suono di terra. Questo per dire che la paura ci butta a terra.
Gesù, dopo aver fatto da cassa di risonanza alle nostre paure, apre uno spiraglio: vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Cioè: dall’essere a terra, sul pavimento, a motivo delle nostre paure, siamo chiamati a guardare in alto e vedere il Figlio dell’Uomo che verrà, con potenza e gloria, a sconfiggere le nostre paure. Nel vangelo di Marco, si precisa che, in questa venuta, il Figlio dell’Uomo compie il gesto del radunare gli uomini grazie ai suoi angeli. Quasi a dire che, per sconfiggere le nostre paure, il Figlio dell’Uomo compirà questo gesto. Di fronte alle paure, ci terrà uniti: l’unione fa la forza!
La paura, infatti, talvolta, ci porta a disperderci, al “si salvi chi può”, ad alimentare ancor di più l’egoismo di cui abbiamo paura. La paura rischia, insomma, di raddoppiare la carestia, legata all’avarizia del cuore.
Nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella cappella Sistina, è possibile vedere il tentativo di uno dei dannati di salvarsi da solo, mentre un diavolo lo tira verso il basso. Quest’immagine significativa ci dice che non ci si salva da soli ed è rinforzata da un’altra, di opposta simbologia: dall’altra parte, vicino al gruppo di angeli an centro che suonano la tromba, uno viene sollevato dagli inferi e portato in cielo, grazie alla corona del rosario, ricordando a ciascuno che la preghiera degli altri mi può salvare.
In questo Avvento, proviamo ad indossare occhiali che ci permettano di vedere il venire del Figlio dell’Uomo che ci raduna. Questi, infatti, con la sua Parola, ci raduna, creando comunione.
Sappiamo bene che ci sono parole che dividono e parole che uniscono: l’ascolto della parola di Dio libera energie per creare comunione. La parola di Dio è una parola che raduna, che unisce. In questo Avvento, rimettiamo al centro la Parola di Dio, per essere uomini e donne di comunione, così da affrontare le nostre paure. La Parola di Dio ci aiuti ad affinare lo sguardo su ciò che ci unisce, piuttosto che su ciò che ci divide. La parola di Dio diventi quella forza che ci fa mettere in pratica le cose che ci raccolgono e creano comunione.
Chiediamo, in questo tempo d’Avvento, di saper vedere, pur in mezzo alle nostre paure, il Figlio dell’Uomo, che viene per radunarci con la sua Parola: mettiamo al centro la Sua Parola, così da compiere gesti di comunione, che possano avvicinarci gli uni agli altri.
 

  don Davide

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