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OMELIE ANNO C 2018-19
 
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VI Domenica dopo l'Epifania - Domenica 17 Febbraio 2019 (Is 56,1-8; Rm 7,14-25a; Lc 17,11-19)

VI Domenica dopo l'Epifania - Domenica 17 Febbraio 2019 (Is 56,1-8; Rm 7,14-25a; Lc 17,11-19)

don Davide Milanesi

Vorrei fissare lo sguardo sul lebbroso che torna a ringraziare Gesù. Il Vangelo presenta una finezza, che può indicarci un sentiero molto fruttuoso per la nostra vita.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro da Gesù.
Gesù, solo a questo che torna indietro, dice: «la tua fede ti ha salvato»; non dice: «la tua fede ti ha guarito».
Sembra, conseguentemente, che ci sia una differenza tra guarigione e salvezza.
Gli altri nove sono guariti, ma non salvati.
Dove si può situare la differenza tra il guarire e l’essere salvati? La salvezza non è guarire dalla lebbra, ma incontrare Colui che ci ha guarito. La salvezza sta in quest’incontro con Gesù.
La guarigione da una malattia può essere l’occasione per incontrare Gesù, che è la nostra salvezza. Potrebbe, tuttavia, anche accadere il miracolo della guarigione, senza che questo sia l’occasione per incontrare Gesù. Come è stato per gli altri nove.
Nella storia, noi sappiamo di gente che, pur non guarendo dalla propria malattia, viene alla fede.
Emerge quindi la domanda: quali sono le condizioni per dire che si è incontrato Gesù?
Il lebbroso ringrazia.
Quando la nostra vita assume il registro del ringraziare, allora possiamo dire che l’incontro con Gesù è reale. Noi siamo salvati, infatti, quando facciamo della nostra vita un ringraziamento per i tanti doni che Dio ci ha fatto.
Per capire se uno ha incontrato Gesù, dobbiamo andare a vedere dove questo incontro è avvenuto. Il lebbroso che torna, incontra Gesù ai suoi piedi.
Quello che accade ai piedi di Gesù ci aiuta a comprendere se lo abbiamo incontrato o meno.
Andando a sbirciare nel vangelo di Luca, ai piedi di Gesù potremmo, infatti, trovare la peccatrice, che piange i propri peccati; oppure, potremmo trovare Maria, sorella di Marta, che ascolta la parola di Gesù. E, nel Vangelo odierno, il lebbroso guarito che ringrazia.
Ricapitolando, possiamo quindi dire che uno incontra Gesù quando piange i propri peccati (atto penitenziale), quando ascolta la Sua parola (liturgia) e quando lo ringrazia per i doni ricevuti (Eucaristia significa, del resto, “rendimento di grazie”).
Il brano evangelico di oggi ci insegna che la guarigione da una malattia può essere l’occasione per incontrare Gesù. Tuttavia, è l’incontro con Gesù a rappresentare la salvezza per la nostra vita.
Il Vangelo di questa domenica ci fa dire che ciò che conta non è guarire dalla malattia, ma incontrare Gesù.
Vorrei tentare di dire tutto questo raccontando un episodio che mi è accaduto da giovane prete.
Mentre andavo in chiesa alla messa delle 7, incontrai questa signora anziana di nome Maria, che stava andando anche lei in chiesa, e le chiesi: “Maria, come andiamo?”. Lei mi disse: “Bene, don Davide”; io, per fare il brillante, dissi una frase, che spesso avevo sentito dire: “Maria, quando c‘è la salute c’è tutto!”. Lei si fermò e mi disse: “No, don Davide: quando c’è la fede, c’è tutto”.
Non è importante guarire: è importante incontrare Gesù; la guarigione, così come la mancata guarigione sono solo un’occasione per propiziare tale incontro.
 

  don Davide
V Domenica dopo l'Epifania - Domenica 10 Febbraio 2019 (Ez 37,21-26; Rm 10,9-13; Mt 8,5-13)

V Domenica dopo l'Epifania - Domenica 10 Febbraio 2019 (Ez 37,21-26; Rm 10,9-13; Mt 8,5-13)

don Davide Milanesi

La scena raccontata dal Vangelo è molto semplice: un centurione ha un servo malato, paralizzato, che soffre e chiede a Gesù di guarirlo. Gesù è disponibile ad andare a casa del centurione per sanarlo, ma il centurione dice che basta una parola del Nazareno.
Questa semplice scena ci interroga sulla nostra fede nella parola di Gesù.
Innanzitutto, in un tempo in cui sentiamo molte parole, perché tutti vogliono dire qualcosa, forse abbiamo perso la consapevolezza che ogni parola porta in sé delle conseguenze. Si parla tanto per parlare: non si misurano le parole, basta dirle, senza essere preoccupati delle conseguenze, tanto è vero che – poi – ci si stupisce delle reazioni e si arriva a ritrattare le parole dette.
Il centurione, oggi, è qui a dirci che le parole hanno un peso e, una volta pronunciate, portano con sé delle conseguenze.
Noi sappiamo bene come ci siano parole che ci incoraggiano, mentre altre ci feriscono, ci fanno soffrire, ci sono parole che allargano il cuore ed altre che, invece, lo induriscono, parole che danno gioia ed altre che, infine, generano rabbia.
Il centurione sa che la parola di Gesù è una parola che guarisce.
Guarisce da cosa?
Il servo del centurione è paralizzato e per questo soffre molto.
La paralisi è un blocco.
Ora: ciò che blocca l’agire dell’uomo è la paura. Le paure sono le nostre paralisi.
La paura degli stranieri ci blocca nell’accoglienza, nell’andare loro incontro.
La paura per il futuro dei nostri figli ci blocca nel fargli vivere esperienze di autonomia, ci fa pretendere per loro garanzie e assicurazioni impossibili, perché sappiamo bene come ci sia un’imprevedibilità della vita, da cui nessuna assicurazione o garanzia può difenderci.
Il centurione sa che la parola di Gesù libera dalle paure e guarisce le paralisi.
In effetti, la parola che ricorre più spesso nella Bibbia, da parte di Dio, è l’espressione “non temere”.
La parola di Dio è una parola che incoraggia; nella parola incoraggiare c’è la parola cuore, per dire che la parola di Dio arriva al cuore, guarisce il nostro cuore dalle sue paralisi, perché lo libera dalle paure.
Infine, colui che viene guarito è un servo. Potremmo dire che la parola di Gesù ci libera, perché ciascuno di noi possa diventare un servo, possa fare della propria vita un servizio e il servo è colui che obbedisce alla parola del padrone.
Obbedire alla parola di Gesù è liberarci dalla nostre paure, per fare della nostra vita un servizio agli altri. Metterci al servizio degli altri è fare della nostra vita un canto d’amore, è amare gli altri.
La parola di Gesù ci incoraggia ad amare.
Ascoltiamo la parola di Gesù perché è una parola che ci fa credere, ancora oggi, nella forza dell’amore.
Credere alla parola di Gesù, ascoltare la sua parola è credere all’amore come scelta per una vita nella gioia.
Quando, prima della Comunione, diciamo le parole del centurione “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola ed io sarò salvato”, noi stiamo dicendo: «Con la tua parola, Signore, salvami dall’egoismo, dalla chiusura in me stesso ed insegnami a credere all’amore, quell’amore che diventa servizio per i miei fratelli».
Signore, la tua parola ci aiuti – ancora oggi – a credere alla forza dell’amore.

  don Davide

 

IV Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Febbraio 2019 (Gs 3,14-17; Ef 2,1-7; Mc 6,45-56)

IV Domenica dopo l'Epifania - Domenica 3 Febbraio 2019 (Gs 3,14-17; Ef 2,1-7; Mc 6,45-56)

don Davide Milanesi

Fissiamo lo sguardo su questa barca, in cui troviamo i discepoli di Gesù.
La barca deve attraversare il lago, andare a Betsaida, che è sull’altra riva. La barca è in difficoltà, perché c’è il vento contrario, che non permette di alzare le vele per avanzare; si è quindi costretti a remare. I discepoli sono affaticati: c’è una fatica del remare, che sembra vada dalla sera all’ultima parte della notte… quante ore sono? Probabilmente 7 ore di fatica, col vento contrario. Sembra una fatica inconcludente: si rema, ma non si avanza. Solo l’arrivo di Gesù nella barca fa cessare il vento e si può approdare a riva.
Proviamo a rileggere tutto questo in chiave simbolica.
Ho provato a pensare che la barca possa rappresentare la nostra vita: siamo noi, con tutte le nostre relazioni, che attraversiamo la vita.
Ognuno, nella vita si dà un meta: una riva da raggiungere, un obiettivo (anche se non dichiarato, a volte sottinteso, comunque un obiettivo da raggiungere c’è sempre). Ciascuno provi a pensare dove sia la sua Betsaida, la riva da raggiungere. Succede, talvolta, che nel tentare di raggiungere la riva (gli obiettivi prefissati), capita - senza volerlo o cercarlo - il vento contrario.
Cos’è questo vento contrario?
È ciò che ci fa fare fatica nel raggiungere la riva (gli obiettivi prefissati): può essere una durezza di cuore, può essere un limite personale, oppure, ancora, un evento imprevisto della vita. Ciascuno ha il proprio.
Il vento contrario, oltre a farci fare fatica, ci dà la sensazione che lo sforzo che stiamo compiendo non porti a nulla: dalla sera all’ultima parte della notte, la barca era ancora in mezzo al lago, dice il Vangelo. Questi uomini, pur remando, non vanno avanti.
Non so se ci sia mai capitato di fare fatica e avere l’impressione che questa non porti alcun risultato. O, meglio, l’unico risultato di una fatica inconcludente è quello dello scoraggiamento, che ci porta a pensare di rinunciare a remare.
Proviamo a ritornare al Vangelo e ad immaginare i discepoli che rinunciano a remare: cosa sarebbe successo?
Il vento contrario li avrebbe portati alla deriva, magari a sfasciarsi contro qualche roccia.
Questo per dire che la fatica, anche quando ci sembra inconcludente, è necessaria per non peggiorare le situazione.
Quando la barca della nostra vita incontra venti contrari, cosa fare?
Se il nostro remare non porta nella direzione dove vorremmo andare, stiamo tranquilli, non ci scoraggiamo: smettere sarebbe peggio, rischierebbe di portarci alla deriva.
È necessario continuare a remare: il Vangelo, infatti, ci mostra come tutto si risolva, quando il Signore sale sulla barca.
Cosa vuol dire far salire Gesù sulla barca?
Gesù, nel brano evangelico, smette di essere un fantasma, quando inizia a parlare con quel “Coraggio, sono io: non temete!”. Accogliere Gesù, sulla barca della nostra vita, significa passare dal vederlo come un fantasma a riconoscerlo come Gesù di Nazareth. Vuol dire fornire consistenza, concretezza al nostro rapporto con Dio, fare in modo che Dio diventi davvero un interlocutore reale della nostra vita (e non solo qualcosa di effimero, di aleatorio, come un fantasma): è quindi – innanzi tutto – metterci in ascolto della sua Parola.
Quando Dio prende concretezza nella nostra vita, salendo sulla nostra barca, perché diamo ascolto alla Sua Parola, allora il vento contrario cessa. La Parola di Gesù – infatti – ci può aiutare ad orientare i venti contrari a nostro favore.
Nei passaggi della vita in cui soffia il vento contrario e sembra che la nostra fatica non porti a niente, cosa fare?
Continuiamo a remare, non scoraggiamoci mai, perché il fermarci potrebbe portarci alla deriva, ma, soprattutto: non lasciamo che Gesù rimanga un fantasma, facciamolo salire sulla barca della nostra vita!

  don Davide

 

Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria - Domenica 27 gennaio 2019 (Sir 44,23. 45,1.2-5; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23)

Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria - Domenica 27 gennaio 2019 (Sir 44,23. 45,1.2-5; Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23)

don Davide Milanesi

Leggendo un romanzo sull’Inter, ho scoperto che fu “il mago” Helenio Herrera, l’allenatore che fece vincere la Coppa dei Campioni all’Inter negli anni Sessanta, ad inventare il ritiro. Il venerdì sera, i calciatori andavano in ritiro alla Pinetina, per preparare e studiare la partita della domenica.
Oggi, il Vangelo ci dice che anche Gesù va in ritiro: non per preparare la partita della domenica, ma per preparare la partita della vita. E non va alla Pinetina, ma va a Nazareth.
Mi ha incuriosito, in questa pagina di Vangelo, il fatto che Gesù, a motivo delle scelte di Giuseppe, guidato dall’angelo, si ritiri e vada ad abitare a Nazareth.
Questo luogo diventerà così significativo che Gesù verrà riconosciuto come il Nazareno. È interessante, infatti, notare come, nella narrazione della conversione di san Paolo, la voce che parla dalla luce, sia Gesù stesso, che si definisce “il Nazareno”: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
Il fatto che sia Gesù stesso a chiamarsi Nazareno mi fa dire che questa esperienza di Gesù a Nazareth è costitutiva della sua persona: non è qualcosa di secondario. Il fatto che sarà chiamato Nazareno dice che Nazareth è un’esperienza costitutiva per Gesù stesso.
Cos’è Nazareth, per Gesù?
Nazareth è il luogo dove Gesù si nasconde per trent’anni circa.
Mi chiedo perché la Parola fatta carne, il Figlio di Dio abbia bisogno di nascondersi per un periodo così lungo della propria vita in un villaggio del nord della Palestina. Perché il Figlio di Dio mette a tacere, per trent’anni, tutto ciò che potrebbe farlo riconoscere come il Figlio di Dio? Perché colui che è venuto per raccontarci Dio ha bisogno di nascondersi?
Ma poi, a Nazareth, Gesù cosa nasconde?
Gesù, a Nazareth, non si isola, ma nasconde la propria divinità. Gesù, a Nazareth, non dà segni che invitino a riconoscerlo come figlio di Dio; eppure, Lui lo è anche a Nazareth.
Di fatto, nei Vangeli, durante la vita pubblica di Gesù, nessuno dirà “lo si vedeva già quando era a Nazareth che era il figlio di Dio”.
Certo anche di fronte ai miracoli e alla sua predicazione, durante la sua vita pubblica qualcuno fatica a riconoscerlo come figlio di Dio, ma altri, invece, lo riconoscono come tale. Questo per dire che, durante la sua vita pubblica, qualche segno in più che potesse aiutare la gente a riconoscerlo come il Figlio di Dio lo ha dato.
Cos’è, dunque, Nazareth, per Gesù?
Mi piace guardare a Nazareth come il luogo dove Gesù tace la sua divinità e impara, ascolta l’umanità. Gesù, a Nazareth, è attento alla vita degli uomini perché lui in prima persona la vive: Gesù impara da loro, ascolta dagli uomini cosa vuol dire essere tali. Gesù ascolta, innanzitutto, la propria umanità.
C’è un tempo che prepara la vita pubblica di Gesù, che chiede l’umiltà di ascoltare gli uomini, di imparare dagli uomini. Credo che questa sia un po’ la pedagogia di Dio: all’inizio, taci, ascolta guarda e impara; solo dopo, potrai parlare e potrai esprimere meglio ciò che sei. In questa festa della famiglia cosa può suggerirci quest’atteggiamento di Gesù?
Spesso si sottolinea che, in famiglia, è importante dialogare e questo è vero; ma credo che, affinché un dialogo sia fecondo, è necessario mettere a tacere quello che siamo, per ascoltare l’altro, per chiederci: l’altro cosa sta vivendo in questo momento della sua vita?
Sarebbe bello che, tornando a casa uno possa chiedersi: mio marito, mia moglie, mio figlio cosa sta vivendo in questo momento della vita?
Cosa passa nel cuore di mio marito o mia moglie? Quali amarezze, quali desideri, stanno attraversando il suo cuore?
Senza avere la preoccupazione di dire e dare subito dei consigli ma mettersi in ascolto dell’altro.
All’interno della dinamica di una vita famigliare, diventa importante che uno si nasconda (non nel senso di isolarsi, ma nel senso di mettere a tacere se stesso, per ascoltare l’altro).
L’ascolto è il primo servizio che noi dobbiamo all’altro come segno del nostro amore.
Scrive Bonhoeffer: il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestare loro ascolto. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua Parola e, analogamente, l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo.
L’amore di Dio agisce in noi, non limitandosi a darci la sua Parola, ma prestandoci anche ascolto.
Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza, non sarà neppure capace di rivolgere veramente all’altro il proprio discorso, e alla fine non si accorgerà nemmeno di lui.
Chi pensa che il proprio tempo sia troppo prezioso perché sia speso nell’ascolto degli altri, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma lo riserverà solo a se stesso, per le proprie parole e i propri progetti.

Mi piace pensare che Nazareth sia il tempo che Dio ha dato per ascoltare gli uomini e mi pare interessante sottolineare che questo tempo sia maggiore rispetto a quello che lui ha usato per parlare agli uomini.

  don Davide

 

II Domenica dopo l'Epifania - Domenica 20 gennaio 2019 (Est 5,1-1c.2-5; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11)

II Domenica dopo l'Epifania - Domenica 20 gennaio 2019 (Est 5,1-1c.2-5; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11)

don Davide Milanesi

“Non è ancora giunta la mia ora”: così risponde Gesù a sua madre, dopo la constatazione della mancanza del vino.
Il vangelo di Giovanni ricorda diverse volte quale sia l’ora di Gesù, dandole diverse sfaccettature.
In Gv 12,23.27 (Gesù rispose loro: "È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora. Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome"), è l’ora che Gesù accetta perché il Padre sia glorificato.
In Gv 13,1 (Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre), l’ora è quella di passare da questo mondo al Padre.
Gv 16,32 (Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me), è l’ora in cui i discepoli lo lasceranno solo.
Gv 17,1 (Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: "Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te) è l’ora della gloria.
Quest’ora di Gesù coincide con gli eventi pasquali, in cui verrà manifestata la gloria di Dio. Se l’ora coincide con gli eventi pasquali, perché la fine del brano evangelico delle nozze di Cana si conclude dicendo: Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero a lui?
Se l’ora coincide con il manifestarsi della gloria di Dio negli eventi pasquali, perché questa gloria si manifesta anche a Cana di Galilea?
Tutto ciò ci fa dire che tutto il ministero di Gesù appartiene all’ultima ora: tutto il ministero di Gesù manifesta la gloria di Dio.
La gloria, per l’evangelista Giovanni non è la vittoria, l’onore. È la presenza di Dio.
Manifestare la gloria è raccontare il volto di Dio.
Gesù lo racconta giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto per minuto perché è Lui la gloria di Dio.
È lecito ora chiederci: con quale segno, a Cana di Galilea, Gesù racconta la gloria di Dio?
Trasforma l’acqua in vino.
I segni che raccontano la gloria di Dio sono i gesti che trasformano l’acqua in vino.
Già altre volte ho detto che il vino è il simbolo della gioia.
Il segno che manifesta la gloria, il segno che racconta il volto di Dio è ciò che dà gioia.
Tutti noi siamo chiamati a raccontare la gloria di Dio, siamo chiamati a raccontare il volto di Dio in ogni nostra ora.
Oggi, il Vangelo ci suggerisce di raccontarlo attraverso il segno della gioia o, meglio, dalla gioia che nasce per aver trasformato l’acqua in vino.
Se vogliamo raccontare la gloria di Dio, dovremo trasformare le acque dell’amarezza a motivo di qualche delusione, nel vino spumeggiante di chi trova gioia, costruendo rapporti di fiducia.
Dovremo trasformare l’acqua torbida della menzogna nel vino spumeggiante di chi trova gioia nel costruire relazioni sulla sincerità e franchezza.
Dovremo trasformare l’acqua dura della violenza nel vino spumeggiante di chi trova gioia nella bontà.
L’ora per raccontare la gloria di Dio è ogni momento, perché, in ogni momento, noi siamo chiamati ad essere portatori di gioia trasformando l’acqua in vino.
Concludo citando l’inizio della bellissima esortazione apostolica di papa Francesco che è l’Evangelii Gaudium: La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo, sempre nasce e rinasce la gioia.

  don Davide

 

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

don Davide Milanesi

“Chiedo l’aiuto del pubblico”. Non è una richiesta di aiuto per fare l’omelia. Era una frase tipica, se non ricordo male, di una trasmissione, in cui il concorrente, se era in difficoltà, poteva chiedere l’aiuto del pubblico; ciò aiutava il concorrente a superare la difficoltà e a rispondere alla domanda che lo aveva messo in difficoltà.
Chiedere aiuto dal pubblico significava diventare più forte.
Il pubblico rendeva più forte il concorrente.
Oggi, nel Vangelo, il Battista dice che Gesù è più forte di lui.
Ma dove sta la forza di Gesù?
Non certo nel pubblico che lo aiuta, anzi: ci sarà un pubblico che, dopo aver cantato «Osanna», griderà «crocifiggilo».
Dove sta, quindi, la forza di Gesù?
È il Vangelo stesso che ce lo indica: Gesù, dopo aver ricevuto il Battesimo, sta in preghiera. Una preghiera che apre il cielo.
Potremmo dire che Gesù non chiede aiuto dal pubblico, ma chiede aiuto dall’alto.
La forza di Gesù sta nella preghiera.
Noi, spesso, quando pensiamo alla vita di Gesù, pensiamo ai miracoli o ai discorsi: difficilmente, però, fissiamo lo sguardo su Gesù che prega; eppure, la preghiera è il segreto della sua forza.
Forse, anche noi abbiamo fatto l’esperienza di come la preghiera ci abbia aiutato ad attraversare momenti faticosi della vita, di come la preghiera ci abbia aiutato a trovare risorse che non avremmo mai immaginato d’avere, che ci hanno aiutato ad attraversare passaggi difficili della vita.
Ma perché la preghiera diventa una forza?
Come è possibile che qualcosa di “inattivo”, come il pregare, diventi una forza?
Come è possibile che quel fermarci su una panca in silenzio, fissando lo sguardo al tabernacolo o al crocifisso diventi una forza? Diventa una forza, perché la preghiera - come dice il Vangelo - apre il cielo e ci fa scoprire, così come ha scoperto Gesù, che siamo figli amati da Dio.
La preghiera diventa questo aprire i cieli, questo mettersi in ascolto di Colui che sta nell’alto dei cieli.
È Colui che sta nell’alto dei cieli che rivela il senso del battesimo di Gesù (e del nostro).
Da quei cieli aperti, ecco una parola sacra, che rivela il senso del battesimo: «Tu sei il figlio mio, l’amato».
La preghiera per scoprire il senso del battesimo ci dona la consapevolezza di essere figli amati da Dio.
Quando noi scopriamo di essere amati, ci sentiamo amati, troviamo risorse e forze che non ci saremmo mai aspettati d’avere.
Quando uno si sente voluto bene, tira fuori il meglio di sé.
La preghiera ci fa riscoprire di essere figli amati da Dio e questo amore diventa la forza per tirare fuori il meglio di noi stessi.
C’è un salmo che dice “la tua bontà mi ha fatto crescere”: potremmo dire il tuo amore mi ha fatto crescere, mi ha fatto tirar fuori il meglio di me
L’amore fa della nostra vita un capolavoro, un’opera d’arte.Detta in altro modo: Dio mi ama perché vede in me l’opera d’arte che posso diventare.
Michelangelo, quando guardava un pezzo di marmo da scolpire, vedeva già l’opera d’arte dentro quel pezzo di marmo grezzo e diceva: «bisogna togliere solo il superfluo».
Così fa Dio: guardandoci, vede già l’opera d’arte che possiamo diventare e il suo amore è lo scalpello che toglie il superfluo; a volte, però, noi siamo un marmo molto duro, che non si lascia scalfire dallo scalpello dell’amore di Dio.
La forza di Gesù sta in una preghiera che, continuamente, gli ridona la consapevolezza di essere figlio amato da Dio.
Nella preghiera, anche noi torniamo, con la mente, al nostro battesimo, per riscoprire che, all’inizio della nostra vita, troviamo l’amore di Dio che – continuamente - la plasma, facendone un capolavoro.

  don Davide
Epifania del Signore - Domenica 6 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

Epifania del Signore - Domenica 6 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

don Davide Milanesi

Se ciascuno di noi fosse uno dei magi, aprendo il proprio scrigno, cosa offrirebbe al Signore?
Lo scrigno dovrebbe contenere qualcosa di prezioso, di significativo.
Ho provato a pensare che ciò che di molto prezioso ciascuno di noi ha è il proprio tempo.
Il tempo è - certamente - qualcosa di prezioso: basta vedere come lo difendiamo con cura, come cerchiamo di capitalizzarlo, di farlo rendere al meglio e, quando altri ce lo fanno perdere, ci innervosiamo. Il tempo è un dono prezioso che, come magi, oggi potremmo portare alla grotta di Betlemme.
Proviamo ad immaginare che ciascuno, aprendo il proprio scrigno, offra il proprio tempo a Gesù. Quanto e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Il tempo è fatto da un passato, un futuro ed un presente e, come dice la tartaruga (il maestro Oogway), nel film “Kung Fu Panda”: «Ieri è passato, domani è mistero, oggi è dono: per questo, si chiama presente».
Se pensiamo bene, anche i doni portati dai magi ricordano questi tre aspetti del tempo: la mirra serve per conservare un corpo nel sepolcro e ci ricorda il nostro passato da conservare e custodire; l’incenso richiama Dio, per questo è un mistero come il futuro e l’oro è prezioso come l’attimo che stiamo vivendo.
Come e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Per offrire il nostro tempo, dobbiamo seguire la stella che ci porta a Betlemme. Quali sono le stelle che possono portarci a Betlemme, per offrire il nostro tempo a Gesù?
Una stella che ci porta diritti a Betlemme è la stella della libertà del cuore, di chi fa le cose per Gesù: non le fa per avere dei vantaggi, dei prestigi, ma fa le cose in gratuità. Questa stella è la direttissima verso Betlemme.
C’è poi la stella dei santi: leggere qualche vita dei santi, ci aiuta ad andare verso Betlemme, perché questi ultimi, con la loro vita illuminano la strada verso Betlemme. A volte, noi seguiamo le stelle del calcio, della musica ma queste - non sempre! - ci portano a Betlemme.
Ho messo solo due stelle, così che ciascuno possa trovare altre stelle che lo conducano a Gesù.
Se il seguire la stella ci dice come arrivare a Betlemme, dobbiamo però chiederci: una volta arrivati nella grotta di Betlemme, aprendo il nostro scrigno, quale tempo offriamo a Gesù?
Io suggerisco di non offrire il tempo della mirra, che, ricordando il passato, rischia di farci cadere nei toni nostalgici di qualcosa che non c’è più; neppure il tempo dell’incenso è opportuno, perché lo sguardo sul futuro potrebbe trasformarsi in preoccupazioni che portano al nostro cuore paura e ansia.
Io direi di offrire il tempo dell’oro: il nostro presente.
Un presente capace di contemplare, di vedere oggi la presenza di Dio nella nostra storia, nella nostra vita. La capacità di vedere - oggi! - la presenza di Dio può aiutarci a riconciliarci con il nostro passato, guardando con speranza al nostro futuro.
Mi piacerebbe che, all’inizio dell’anno, noi trovassimo spazi e tempi di contemplazione, durante i quali, guardando alla nostra vita adesso, riusciamo scorgere i segni della presenza di Dio. Il tempo dell’oro, nel quale, si scorge, nell’oggi, la presenza di Dio, è il tempo dell’adorazione.
I magi sono dei contemplatavi, perché, offrendo i loro doni, si mettono in adorazione del Bambino Gesù. Facciamo anche noi del nostro tempo un dono a Gesù, mettendoci in adorazione davanti a Lui!
A febbraio, vivremo le giornate eucaristiche (stiamo, quindi, entrando nella terza tappa del nostro cammino come comunità): saremo chiamati ad adorare l’Eucarestia, saremo chiamati a contemplare il mistero eucaristico.
Proviamo ad immaginare questa chiesa come la grotta di Betlemme: venire qui sia visto un po’ come essere dei magi, che aprono lo scrigno del loro tempo, per offrirlo in adorazione a Gesù.
Chiediamo al Signore che ciascuno di noi possa diventare, sempre più, come uno dei magi e aprire lo scrigno del proprio tempo, così da offrirlo al Signore in un atto di adorazione.

  don Davide
Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Abbiamo concluso un anno e siamo pronti a ripartire con il nuovo, già iniziato: chiediamoci, nell’anno trascorso, dove ed in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone.
Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi. Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore. Vorrei fare un accenno al messaggio per la pace fatto da papa Francesco, dove mette in evidenza come la buona politica sia al servizio della pace.
Scrive il papa: la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.
Continua il papa: viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi, che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace”,che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre, che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.
Continuiamo la celebrazione eucaristica, ringraziando il Signore per quei volti di uomini e donne che hanno fatto risplendere il volto compassionevole di Dio. Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno, per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che, questa sera, facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Alla conclusione di quest’anno, possiamo chiederci: dove e in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone. Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore, grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi.
Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore.
Vorrei lasciare un tempo di silenzio prolungato, affinché ciascuno abbia modo di ringraziare il Signore per quando ha incontrato volti di uomini e donne capaci di compassione. Allo stesso tempo, rendiamo grazie al Signore per quando il nostro volto ha saputo dare pace ad altri.
Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

don Davide Milanesi

Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplatola sua gloria.
A Natale, Dio viene ad abitare in mezzo a noi e noi siamo invitati a contemplare la sua gloria.
Contemplare è risvegliare in noi un senso di stupore, di fronte alla gloria di Dio. Non so se in questo Natale abbiamo provato stupore, per questo Dio che vene a visitarci.
Contemplare la gloria di Dio è qualcosa di sconvolgente, la gloria di Dio è la presenza stessa di Dio in mezzo alla sua gente: nella carne di Gesù di Nazareth, possiamo riconoscere la gloria di Dio, possiamo riconoscere la presenza di Dio.
Il libro dell’Esodo parlerà della gloria del Signore come un fuoco divorante (Es 24,17). Per questo, ho provato ad immaginare che la gloria di Dio non sia altro che il Suo amore: l’amore di Dio può essere visto come un fuoco divorante.
Non a caso, Gesù è il Figlio. Il figlio, dicevo già a Natale, è il volto dell’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra uomo e donna prende carne in un figlio.
Dio è amore, suo figlio è la carne, è il volto dell’amore.
Contemplare la gloria di Dio è contemplare l’amore.
Ma, a Natale, quale tratto dell’amore possiamo contemplare?
Mi pare che il tratto dell’amore che possiamo contemplare, a Natale, è quello del fare visita, facendo il primo passo nell’andare incontro all’altro.
L’amore si rivela in questa capacità di fare il primo passo, di non continuare a farsi cercare, a farsi desiderare; per dirla con un linguaggio giovanile, Dio non se la tira,perché prende l’iniziativa di farsi incontro all’uomo.
Dio non aspetta che l’uomo sia migliore di quello che è: ad un certo punto, Dio fa il primo passo e viene ad incontrare l’umanità così com’è. Probabilmente, a ben pensarci, se Dio avesse atteso che l’uomo divenisse migliore, ancora oggi non avremmo alcun Natale da festeggiare!
Quando qualcuno, con gratuità, si fa incontro ai nostri bisogni, viene a trovarci gratuitamente, noi rimaniamo stupiti: è uno stupore che nasce dal piacere di sentirci cercati in gratuità.
Quando qualcuno ci cerca in gratuità, noi ci sentiamo importanti, recuperiamo dignità; Dio, a Natale, viene a visitare l’uomo, per ridare dignità a ciascuno di noi.
Contemplare la gloria di Dio è rimanere stupiti di fronte all’amore che Dio ha per noi.
Quell’amore che, a Natale, si manifesta con il tratto del prendere l’iniziativa, del muovere il primo passo verso l’uomo, venendolo a trovare, nella gratuità.
Chiediamo al Signore che la contemplazione della sua gloria ci aiuti a capire dove sono chiamato a prendere l’iniziativa, a fare il primo passo per andare incontro gratuitamente a qualcuno.

  don Davide
Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

don Davide Milanesi

In quella notte, Luigi aveva perso il gruppo dei pastori e vagava per le colline della Giudea, cercando una strada.
Nel suo vagare, in quella notte stellata, non riusciva a trovare qualcuno che gli potesse indicare la strada.
Finalmente intravide, la nuca avvolta da uno scialle di una donna che, uscendo da una casa, andava alla fontana ad attingere acqua.
Gridando forte, così da farsi sentire prima che la donna potesse rientrare in casa, la fermò e le chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”.
La donna, quasi con voce metallica, rispose: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi rimase a bocca aperta, la donna rientrò in casa, chiuse la porta, e sparì.
Luigi continuò a vagare, senza seguire una strada, senza una meta, per circa un’ora, fin quando vide un anziano che, seduto su una roccia, contemplava le stelle.
Si avvicinò e chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”
L’uomo stacco gli occhi dal cielo stellato e disse: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi, a bocca aperta, ancora una volta non riusciva a controbattere.
Il vecchio alzò lo sguardò e continuò a guardare le stelle.
Luigi riprese il suo cammino fin quando arrivò ad una stalla e, in una mangiatoia, vide un bambino, appena nato, avvolto in fasce.
Ecco il segno.
Ma il segno di cosa?
Forse anche noi, come Luigi, in questo mondo che, a volte, ci sembra confuso, stiamo cercando una strada.
Forse anche noi, come Luigi, stiamo cercando una strada da percorrere in questo mondo che non riesce a proporci strade sicure.
Forse anche noi stiamo cercando un segno che ci indichi una strada da percorrere.
Questo per noi il segno: un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Quelle fasce ricordano tanto i teli del sepolcro e il legno duro della mangiatoia su cui il bambino è posto, rinviano al duro legno della croce.
Quel bambino avvolto in fasce, posto in una mangiatoia è il segno dell’Amore.
L’amore tra un uomo e una donna non si vede; si vedono, però, gesti e attenzioni che raccontano del loro amore e poi, ad un certo punto, questo amore prende un volto in un figlio.
Il figlio è il volto dell’amore.
Il figlio è il segno di un amore che prende carne.
Dio è amore e prende un volto nel suo figlio Gesù.
Il segno di quel bambino avvolto in fasce in una mangiatoia è qui a chiederci se crediamo ancora alla forza dell’amore. Gesù Bambino viene a chiederci: credi ancora alla possibilità di percorrere la strada dell’amore?
Se le vicende della vita hanno portato amarezza, delusione e rabbia al nostro cuore, Gesù Bambino ci invita a non indurire il nostro cuore, ma a credere ancora alla forza dell’amore.
Quel bambino nella mangiatoia, avvolto in fasce, è qui per darci coraggio nel continuare a percorrere la strada dell’amore.
A Natale siamo chiamati a guardare a Gesù Bambino per rinnovare la nostra fiducia nella forza dell’amore.
Credere all’amore è credere che la mitezza, sulla distanza, è più feconda della violenza.

  don Davide
Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

don Davide Milanesi

La pagina dell’annunciazione è una pagina che ci proietta sul futuro, la tensione del dialogo tra l’angelo e Maria è rivolta a colui che nascerà. Potremmo quasi dire che il personaggio più importante di questa pagina è colui che non è presente: è colui del quale si parla, cioè colui che nascerà.
Ma proprio perché chi nascerà è l’atteso, lo si può sognare. Si sogna, infatti, ciò che desideriamo, ciò che attendiamo.
Vorrei tentare di dare colore a questo sogno perché colui che nascerà è anche il sogno di Dio.
Dio, quando sogno l’uomo, sogna Gesù: sogna un’umanità come quella di Gesù.
Sognare colui che nascerà è, sognare insieme con Dio, la nostra umanità.
L’angelo nel parlare di colui che nascerà è come se tratteggiasse la cornice di questo sogno, il profilo del volto di Gesù di Nazaret dice: Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.
Vorrei dare colore e contenuto a questo sogno, evocando qualche pagina del Vangelo, così da tener vivo dentro di noi il desiderio di incontrare il Signore Gesù.
Possiamo intravedere la grandezza di Gesù di Nazaret, il suo essere figlio dell’Altissimo nel suo stare con i piccoli, con gli ultimi.
Come non ricordare quel Gesù che siede a mensa con i peccatori, che condivide con loro i banchetti e ricorda che non è venuto per i sani, ma per i malati?
Come non ricordare le parole di Gesù verso i bambini (“lasciate che i bambini vengano a me perché è a chi è come loro appartiene il regno di Dio”)?
Colui che nascerà è grande, perché sta con i piccoli e gli ultimi.
Poi, l’angelo annuncia che Gesù siederà in trono, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il Suo regno non avrà fine.
Ma qual è il modo di regnare di Gesù di Nazaret? Non certo gridando, umiliando chi si avvicina a lui; non certo con la violenza, bensì, con la mitezza, con la franchezza di una parola dolce, che raggiunge e provoca il cuore dell’uomo, senza dimenticare che la sua giustizia è la misericordia.
Come non ricordare il suo ingresso a Gerusalemme su un asinello, simbolo della sua mitezza?
Come non ricordare la dolcezza delle parole dette a Giuda mentre lo tradisce (“Amico”).
È indimenticabile quel Gesù che, di fronte alla donna adultera, dice “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno: va’ e non peccare più”.
Evocando queste pagine, ho voluto dare colore al sogno di Dio e al sogno di ogni uomo: quello di essere uomini e donne con i tratti di un’umanità come quella di Gesù.
Per questo, mi piacerebbe che, la notte di Natale, ciascuno sogni, insieme con Dio, un’ umanità come quella di Gesù.
Perché non pensare di mettere sotto al presepe, oltre ai regali, una pagina di Vangelo che, più di altre, esprime il tratto dell’umanità di Gesù che desideriamo incarnare, vivere.
Sì! Ciascuno metta di fianco al proprio presepe quella pagina di vangelo che, più di altre, l’affascina.
E, (perché no?), la notte di Natale, mentre si scartano i regali, diamo colore al nostro sogno, leggendo quella pagina di Vangelo che ci ricorda la grandezza di Colui che è nato.

  don Davide
V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

don Davide Milanesi

In questo cammino di Avvento, abbiamo voluto mettere al centro del nostro pellegrinare la Parola di Dio come lampada ai nostri passi, che illumina il nostro cammino e ci permette di raccogliere gli annunci di gioia che ci sono nella nostra vita.
In questa V domenica di Avvento, siamo chiamati ad ascoltare la Parola di Dio che ci viene dal Battista, il quale è riconosciuto dai propri discepoli come colui che ha dato testimonianza a Gesù. Il Battista dice di essere testimone, perché è l’amico dello sposo. Lo sposo è Gesù (lo sposo è chi dà il vino nuovo e Gesù, alle nozze di Cana, è colui che ha dato il vino nuovo).
Il Vangelo dice: L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
Noi siamo amici dello sposo, perché siamo presenti e lo ascoltiamo.
Vorrei fare un inciso sul valore dell’ascolto. Ascoltare è dare tempo a qualcuno e dare tempo è dare vita. Ascoltare Gesù è dargli vita.
Non solo: ascoltare Gesù fa esultare di gioia l’amico che lo ascolta.
Come non ricordare il Battista, che esulta, nel grembo di Elisabetta, quando incontra Maria, che porta nel grembo Gesù? Gesù è lo sposo e noi siamo suoi amici, quando lo ascoltiamo e questo ascolto ci fa esultare di gioia.
Ma quale parola ha da dirci Gesù; quale parola possiamo ascoltare da Gesù?
Prima di ascoltare quale parola Gesù deve dirci, dobbiamo avere la stessa consapevolezza del Battista: Lui deve crescere; io, invece, diminuire.
Ciò significa che, per poter ascoltare, dobbiamo mettere a tacere il nostro io (con le sue idee, con le sue convinzioni e preoccupazioni) e dobbiamo fare spazio ad un Altro: questo è il senso del diminuire.
L’io eccessivamente preoccupato del proprio benessere non lascia spazio alla parola di un altro. Questo io gigantesco, che non lascia spazio, non si accorge che quest’eccessiva preoccupazione di sé lo porterà a grandi solitudini, perché nessuno e niente potrà incontrarlo.
Non solo: l’io deve diminuire, ma Gesù deve crescere. Fino a quando dovrà crescere? Fino a quando sarà innalzato da terra, cioè fino a quando sarà inchiodato sulla croce.
Questa è la parola che dobbiamo ospitare nella nostra vita; la Parola della Croce. Il discorso della croce, in ultima analisi, è la Parola da ascoltare e a cui essere presenti.
Il Battista sembra dirci che Gesù viene per crescere, fino ad essere innalzato sulla croce. La Croce è la misura dell’amore che Dio ha per noi. Gesù viene per raccontarci quest’amore.
Noi stiamo andando fino a Betlemme, illuminati proprio dalla Parola di Gesù, che racconta tutto l’amore che Dio ha per noi.
Chiediamo al Signore di vivere questi giorni, nell’imminenza del Natale, come suoi amici, che esultano di gioia nell’ascoltare la sua parola, che racconta l’amore di Dio per noi.
Perché, in questi giorni, non ci dedichiamo alla lettura dei vangeli cosiddetti dell’infanzia (i capitoli da 1 a 3 del vangelo di Luca)? Oppure, perché non darci del tempo per partecipare all’Eucarestia feriale?
 

  don Davide
IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

don Davide Milanesi

Oggi troviamo questo Gesù che entra a Gerusalemme.
L’entrata avviene cavalcando un puledro e scendendo dalla discesa del monte degli ulivi.
Questo ci fa pensare a Natale come Dio che scende dai cieli verso l’uomo e, quando Gesù inizia la discesa, la folla esprime la propria gioia lodando Dio a gran voce.
Quest’ingresso di Gesù a Gerusalemme avviene cavalcando un puledro. Un puledro, che prima era legato e che i discepoli hanno dovuto slegare.
Interessante: perché il Vangelo insiste molto su questo legare e slegare.
C’è un nodo da sciogliere, affinché Gesù possa montare sopra questa cavalcatura e possa così entrare a Gerusalemme.
Vorrei proprio attirare l’attenzione su questo legare e slegare.
Perché slegare questo nodo diventa la condizione affinché Gesù possa salire sul puledro e possa entrare in Gerusalemme. Tutto questo può suggerirci che, forse, nell’imminenza del Natale, affinché Gesù possa entrare nella nostra vita, possa cavalcare la nostra vita, possa montarci sopra, possa, insomma, nascere nella nostra vita, siamo chiamati a slegare qualche nodo.
Forse, il nodo da slegare potrebbe essere una diffidenza, una pigrizia, un rancore, una paura: slegare questi nodi è necessario, perché il Signore Gesù possa entrare nella nostra vita; slegare questi nodi è necessario perché ciascuno di noi possa diventare quell’asinello, su cui Gesù possa sedersi e fare strada con noi.
Come possiamo slegare questi nodi? A volte basta poco.
È interessante vedere come, in queste sere, girando per la visita alle famiglie c’è, spesso, un pronti-partenza-via di diffidenza, di paura, quando suono un campanello: non si sa chi ci sia dietro la porta e chi apre, nonostante abbia guardato dallo spioncino, non sa chi io sia e, quindi, quando la porta si apre, c’è sempre il nodo della diffidenza, della paura da sciogliere. Ma basta poco, perché si sciolga. Basta dire che sono un prete, basta un invito ad entrare in casa, basta un sorriso che il nodo della diffidenza e della paura si slegano.
Slegato il nodo della paura e della diffidenza, Gesù può cavalcare la vita di chi mi ha ospitato, Gesù entra in quella casa attraverso la preghiera semplice del Padre nostro.
Il nodo della diffidenza, della paura si slega facilmente: basta farsi conoscere, basta un sorriso, basta un’espressione accogliente.
Quando questo nodo si slega, Gesù può entrare nella vita di ciascuno di noi.
Un altro modo per slegare questi nodi è quello di celebrare il sacramento della riconciliazione: un rancore, un forte senso di colpa, una durezza di cuore possono essere slegati grazie alla bontà misericordiosa di Dio.
Infine, papa Francesco è molto devoto alla Madonna che scioglie i nodi: pregare Maria, di cui abbiamo appena celebrato la festa dell’Immacolata, può aiutarci a sciogliere i nodi, affinché Suo figlio possa entrare nella nostra vita.
Chiediamo a Gesù e a Maria che, nell’imminenza di questo Natale, ci aiutino a vedere i nodi che dobbiamo slegare.;

  don Davide
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

don Davide Milanesi

Vorrei che, in questa solennità dell’Immacolata Concezione, raccogliessimo un invito, che voglio esprimere attraverso il titolo di una vecchia canzone di Renato Zero: “Niente trucco”.
Vedete, noi amiamo truccarci: anche quelli tra noi che sono acqua e sapone si sentono ogni tanto attratti dal trucco (sia esso il profumo, il modo di mettere i nostri capelli o tutto il resto).
Il trucco ci permette di nascondere alcuni difettucci, per offrirci agli altri meglio di quello che siamo: il trucco ci permette di sembrare diversi, il trucco è un po’ come una maschera; è camuffarsi, è il piacere di ingannare noi stessi e l’altro. Il trucco ci permette di nascondere la verità di ciò che siamo.
Dico così perché la pagina di Genesi ascoltata è introdotta da un versetto in cui, dopo la caduta dell’uomo per aver mangiato del frutto dell’albero che Dio aveva proibito, Dio passeggia nel giardino e l’uomo si nasconde. Dio domanda ad Adamo “dove sei?”. Domanda che potremmo tradurre con “Adamo, Niente trucco, non nasconderti, non avere paura, non difenderti di fronte a Dio che ti viene a cercare!”. Di fronte all’uomo che si nasconde da Dio, perché ha paura, Dio entra con molta discrezione: «hai forse mangiato?». “Forse”. Come se Dio non sapesse! Ma è una modalità che Dio utilizza affinché l’uomo si assuma le responsabilità di ciò che ha fatto; Adamo scarica il barile («è stata la donna») e la donna scarica il barile («è stato il serpente»): Dio ci chiede di stare davanti a lui senza trucco, mentre noi, continuamente, ci trucchiamo.
Il brano della Genesi sembra dire che, quando Dio ci viene a cercare, noi ci nascondiamo; appunto: ci trucchiamo.
Natale che si avvicina è questo Dio che viene a cercarci.
Ho provato a pensare che, tra i trucchi migliori per nasconderci da questo Dio che ci viene a cercare, c’è un rimmel della marca “È colpa tua” . Quello usato da Adamo ed Eva nella pagina di Genesi: è sempre colpa di un altro. Di questo rimmel sono finite le scorte. Il modo migliore per nasconderci e fuggire da Dio è quello di dare la colpa agli altri: è la società, è la stanchezza; insomma, si fugge da Dio e da ciò che siamo, dando la colpa agli altri, senza mai assumerci le nostre responsabilità.
Ho trovato, poi, un fondotinta della marca “ma che maniere!” ; ci nascondiamo, difendendoci, attaccando le modalità dell’altro: Dio che mi viene a cercare non ha mai i modi giusti per dirmi che mi sta cercando!
Infine, c’è in uso un rossetto ad un alto potere di seduzione e la sua marca è “non c’è niente di male” . Io non devo rendere conto a nessuno, perché io non ho fatto niente di male: io sto bene così, sono a posto così, nessuno deve intromettersi nella mia vita, nemmeno Dio.
Ma tutti questi trucchi ”È colpa tua”, “Ma che maniere!”, “Non c’è niente di male” , rivelano la nostra paura di Dio: rivelano la paura che noi abbiamo di noi stessi; abbiamo paura di mostrare a Dio quello che siamo, la nostra umanità.
Tutti questi trucchi non permettono a Dio di entrare nella nostra vita.
Una Donna niente trucco, una donna acqua e sapone è proprio Maria. L’Immacolata Concezione ci rivela Maria come una donna niente trucco: acqua e sapone.
Maria non si trucca, perché non ha paura di questo Dio che la viene a cercare. Maria accoglie la sua parola, non si difende di fronte alla parola di Dio che la invita ad essere la madre di suo figlio Gesù di Nazaret.
Un modo per rispondere, senza trucco, a questo Dio, che a Natale ci viene a cercare è quello di preparaci attraverso il sacramento della confessione. Nella confessione, noi ci mettiamo davanti a Dio senza trucco: siamo davanti a lui con la verità di ciò che siamo.
Non ci resta che andare verso il Natale come uomini e donne Niente trucco!

  don Davide
III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

don Davide Milanesi

Vorrei raccogliere questa pagina di vangelo attorno ad un verbo: vedere.
Sia perché Gesù, per ben tre volte, parlando di Giovanni il Battista, chiede alla gente “cosa siete andati a vedere?”, sia perché ai discepoli (mandati dallo stesso Battista) dice di raccontare quello che hanno visto a chi li aveva inviati.
Da dove nasce questa insistenza sul vedere?
A me pare che questa insistenza sul vedere nasca da un dubbio del Battista, o, meglio, dalla paura di Giovanni Battista di aver sbagliato tutto nella propria vita, di aver preparato la via a colui che non è il Messia.
Il Battista, in carcere, ha paura che Gesù non sia il Messia.
Giovanni Battista, però, non fugge da questa sua paura, ma cerca di comprenderla: cerca di fare chiarezza. Se immaginiamo la paura come una zona d’ombra, una zona buia, il Battista cerca di abitare questa zona d’ombra, facendo chiarezza, facendo luce.
Giovanni, di fronte a questa sua paura, non semplifica, non taglia corto sulla questione, bensì vuole vederci chiaro, cercando di capire se davvero Gesù sia il Messia, colui che doveva venire, colui al quale preparare la via, mandando dei suoi discepoli a Gesù per chiedere se veramente sia lui colui che deve venire.
Gesù, se pensiamo bene alla domanda che riceve (sei tu colui che deve venire?), a cui si poteva semplicemente rispondere sì o no, non risponde. Non rispondendo, invita Giovanni a guardare i segni raccontati dai sui discepoli.
Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto….
Gesù non risponde direttamente alla domanda dei discepoli di Giovanni, piuttosto, invita Giovanni stesso ad essere più attento: a guardare dentro ciò che accade e trovare lui la risposta alla propria domanda. Sarà Giovanni che dovrà interpretare quei segni (guarigioni, dare la vista ai ciechi) come l’agire di Dio nella storia.
Gesù sta dicendo a Giovanni: di fronte alle tue paure, guarda a quei segni che dicono l’agire di Dio nella storia. Dio non ti abbandona alle tue paure.
Anche noi, forse, siamo abitati dalla paura, che nasce dalle violenze che spesso ci vengono raccontate, oppure paure che nascono dall’incontro con chi è diverso da noi, per cultura e religione.
Il Battista ci insegna che la paura va abitata, va innanzitutto riconosciuta: chiede il coraggio di fare chiarezza, senza rifugiarci in risposte semplici e banali, senza un’azione di semplificazione della realtà.
La violenza raccontata, le questioni dell’immigrazione, da cui possono nascere le nostre paure, legittime e fondate, non si risolvono dando risposte semplici e banali, abbiamo bisogno di sguardi di fede, che invitano alla lungimiranza.
Dobbiamo guardare bene dentro tutte queste situazioni: osservare con gli occhi della fede, che sa cogliere dentro queste zone d’ombra i segni dell’agire di Dio e, per questo, è capace di trasformare la paura in speranza.
Quello che voglio dire è che, di fronte a ciò che sta accadendo, siamo chiamati a fare la fatica di capire dove il Signore Dio ci stia portando, evitando di semplificare la realtà attraverso slogan banali e superficiali, che sono solo il terreno fertile per ogni dittatura.
Cominciamo almeno a dirci che il mondo sta cambiando e, in parte, è già cambiato e che tutto questo ci chiederà la fatica di accettare i cambiamenti. Perché questi cambiamenti avvengano a favore dell’umanità, dobbiamo dimorarvi con gli occhi della fede, che non semplifica, ma vede l’azione di Dio, anche dentro passaggi oscuri.
In questo tempo d’Avvento, nel quale abbiamo messo al centro al Parola di Dio, chiediamo che la Sacra Scrittura ci aiuti a cogliere i segni dello Spirito, per capire dove stiamo andando.
 

  don Davide
II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

don Davide Milanesi

In questo tempo di Avvento, anche noi stiamo preparando la via per accogliere Gesù nella nostra vita, attraverso l’ascolto della Parola di Dio. Anche il Vangelo, oggi, ci chiede di preparare la via al Signore Gesù che viene ad incontraci.
Preparare la via è preparare il nostro cuore, affinché sia attento alla venuta del Signore nella nostra vita quotidiana.
Nel brano evangelico, per preparare la via al Signore, la gente va da Giovanni il Battista.
Chi è Giovanni il Battista?
Vediamo come il Vangelo lo descrive. Ci racconta come era vestito e cosa mangiava, come se dal vestito e dall’alimentazione si possa capire il cuore del Battista, così che anche il nostro cuore possa essere simile al suo.
Innanzitutto, i suoi pasti: cavallette e miele selvatico. Questi cibi ci suggeriscono che il Battista mangiava quello che trovava. Tutto questo ci fa pensare che il cuore del Battista è un cuore che vive della provvidenza di Dio, è un cuore che sa raccogliere i doni di Dio. Il Battista vive di ciò che Dio gli dona.
Poi, il vestito: peli di cammello e cintura ai fianchi dicono che il Battista non è particolarmente ricercato nel suo abbigliamento, ma veste in modo sobrio. Il cuore del Battista è un cuore sobrio. La sobrietà, così come la povertà, è segno che non si riempie la vita con tante cose: in questo modo, è possibile lasciare spazio a Dio.
Questo andare a preparare la via del Signore, andando da un uomo come il Battista, dal cuore sobrio e che crede alla provvidenza di Dio, ci suggerisce che preparare la via al Signore, prepararci al Natale, è custodire una sobrietà della vita e un cuore che confida nella provvidenza di Dio.
Potremmo pensare qualche gesto di sobrietà. Proviamo a guardare in casa nostra a quante cose inutili abbiamo, oggetti che da tanto tempo non usiamo o tocchiamo solo per fare la polvere. Potrebbe essere l’occasione per togliere qualcosa e realizzare un angolo curato, per dare spazio alla Bibbia aperta in casa.
Questo togliere oggetti superflui può essere segno di un cuore che fa spazio a Dio. Oppure, nelle tante cose che facciamo, proviamo a pensare se proprio tutto quello che facciamo è essenziale; è vero: oggi tutto è importante, ma cosa è realmente essenziale? Magari, potremmo scoprire che alcune cose che facciamo non sono così essenziali e potremmo evitare di farle, per dare più tempo a Dio.
Per quanto riguarda un cuore che crede nella provvidenza di Dio, dovremmo vedere quante volte, nella vita, facciamo qualcosa, pur riconoscendo la sproporzione tra quanto richiesto e ciò che noi riusciamo – effettivamente – a fare.
Tutte le volte che ci sembra poco quello che possiamo fare rispetto al bisogno e comunque decidiamo di farlo, mettiamo in campo un cuore che crede nella provvidenza di Dio, perché il poco che abbiamo lo mettiamo nelle mani di Dio, fiduciosi che Lui farà il resto.
In questo tempo di Avvento, andiamo come i pastori verso Betlemme, mettendo al centro della nostra vita la Parola di Dio, raccogliendo annunci di gioia e preparando la via al Signore attraverso un cuore sobrio che crede all’amore provvidenziale di Dio.
 

  don Davide
I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

don Davide Milanesi

Il Vangelo di questa domenica sembra voglia fare da cassa di risonanza alle nostre paure. Gesù, con le sue parole – con cui, continuamente, ribadisce “badate a voi stessi”, “fate attenzione” – ci mette in guardia da eventi come carestie, terremoti, guerre, segni cosmici sconvolgenti (il sole si oscura, la luna non darà luce), persecuzioni ed omicidi.
Insomma, il Signore sembra proprio voler dar voce alle paure dell’uomo.
Certo, alcune ci sembrano lontane dalla nostra vita (come la paura della carestia) ma, in realtà, ci sono ben altre carestie di cui aver paura: non tanto quella legata all’avarizia della terra, ma, piuttosto, quella legata all’avarizia e all’egoismo del cuore di molti uomini.
Queste situazioni portano a sperare di non aver mai bisogno di nessuno, fino a pensare (e dire): “speriamo di non rimanere qui in qualche modo”; quest’espressione, in realtà, traduce la paura di dover aver bisogno di qualcuno, perché non sai se qualcuno ti aiuterà.
La paura legata all’oscurarsi del sole e della luna possono sembrarci lontane, ma quanto buio nasce dalla violenza che, tutti i giorni, ci viene raccontata; le giornate, anche se c’è il sole, con tutta la violenza raccontata, diventano grigie. La violenza spegne la fiducia nell’uomo.
Di fronte a queste paure che, comunque, risuonano nel cuore dell’uomo, cosa fa il Signore? Continua a dipingere di nero le giornate già fosche del nostro tempo?
Il termine paura deriva dal latino pavorem (dal verbo paveo = atterrire), che ha la stessa radice di pavimento. Terrore ha lo stesso suono di terra. Questo per dire che la paura ci butta a terra.
Gesù, dopo aver fatto da cassa di risonanza alle nostre paure, apre uno spiraglio: vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Cioè: dall’essere a terra, sul pavimento, a motivo delle nostre paure, siamo chiamati a guardare in alto e vedere il Figlio dell’Uomo che verrà, con potenza e gloria, a sconfiggere le nostre paure. Nel vangelo di Marco, si precisa che, in questa venuta, il Figlio dell’Uomo compie il gesto del radunare gli uomini grazie ai suoi angeli. Quasi a dire che, per sconfiggere le nostre paure, il Figlio dell’Uomo compirà questo gesto. Di fronte alle paure, ci terrà uniti: l’unione fa la forza!
La paura, infatti, talvolta, ci porta a disperderci, al “si salvi chi può”, ad alimentare ancor di più l’egoismo di cui abbiamo paura. La paura rischia, insomma, di raddoppiare la carestia, legata all’avarizia del cuore.
Nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella cappella Sistina, è possibile vedere il tentativo di uno dei dannati di salvarsi da solo, mentre un diavolo lo tira verso il basso. Quest’immagine significativa ci dice che non ci si salva da soli ed è rinforzata da un’altra, di opposta simbologia: dall’altra parte, vicino al gruppo di angeli an centro che suonano la tromba, uno viene sollevato dagli inferi e portato in cielo, grazie alla corona del rosario, ricordando a ciascuno che la preghiera degli altri mi può salvare.
In questo Avvento, proviamo ad indossare occhiali che ci permettano di vedere il venire del Figlio dell’Uomo che ci raduna. Questi, infatti, con la sua Parola, ci raduna, creando comunione.
Sappiamo bene che ci sono parole che dividono e parole che uniscono: l’ascolto della parola di Dio libera energie per creare comunione. La parola di Dio è una parola che raduna, che unisce. In questo Avvento, rimettiamo al centro la Parola di Dio, per essere uomini e donne di comunione, così da affrontare le nostre paure. La Parola di Dio ci aiuti ad affinare lo sguardo su ciò che ci unisce, piuttosto che su ciò che ci divide. La parola di Dio diventi quella forza che ci fa mettere in pratica le cose che ci raccolgono e creano comunione.
Chiediamo, in questo tempo d’Avvento, di saper vedere, pur in mezzo alle nostre paure, il Figlio dell’Uomo, che viene per radunarci con la sua Parola: mettiamo al centro la Sua Parola, così da compiere gesti di comunione, che possano avvicinarci gli uni agli altri.
 

  don Davide

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