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Le omelie di don Davide

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

Battesimo del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16. 21-22)

don Davide Milanesi

“Chiedo l’aiuto del pubblico”. Non è una richiesta di aiuto per fare l’omelia. Era una frase tipica, se non ricordo male, di una trasmissione, in cui il concorrente, se era in difficoltà, poteva chiedere l’aiuto del pubblico; ciò aiutava il concorrente a superare la difficoltà e a rispondere alla domanda che lo aveva messo in difficoltà.
Chiedere aiuto dal pubblico significava diventare più forte.
Il pubblico rendeva più forte il concorrente.
Oggi, nel Vangelo, il Battista dice che Gesù è più forte di lui.
Ma dove sta la forza di Gesù?
Non certo nel pubblico che lo aiuta, anzi: ci sarà un pubblico che, dopo aver cantato «Osanna», griderà «crocifiggilo».
Dove sta, quindi, la forza di Gesù?
È il Vangelo stesso che ce lo indica: Gesù, dopo aver ricevuto il Battesimo, sta in preghiera. Una preghiera che apre il cielo.
Potremmo dire che Gesù non chiede aiuto dal pubblico, ma chiede aiuto dall’alto.
La forza di Gesù sta nella preghiera.
Noi, spesso, quando pensiamo alla vita di Gesù, pensiamo ai miracoli o ai discorsi: difficilmente, però, fissiamo lo sguardo su Gesù che prega; eppure, la preghiera è il segreto della sua forza.
Forse, anche noi abbiamo fatto l’esperienza di come la preghiera ci abbia aiutato ad attraversare momenti faticosi della vita, di come la preghiera ci abbia aiutato a trovare risorse che non avremmo mai immaginato d’avere, che ci hanno aiutato ad attraversare passaggi difficili della vita.
Ma perché la preghiera diventa una forza?
Come è possibile che qualcosa di “inattivo”, come il pregare, diventi una forza?
Come è possibile che quel fermarci su una panca in silenzio, fissando lo sguardo al tabernacolo o al crocifisso diventi una forza? Diventa una forza, perché la preghiera - come dice il Vangelo - apre il cielo e ci fa scoprire, così come ha scoperto Gesù, che siamo figli amati da Dio.
La preghiera diventa questo aprire i cieli, questo mettersi in ascolto di Colui che sta nell’alto dei cieli.
È Colui che sta nell’alto dei cieli che rivela il senso del battesimo di Gesù (e del nostro).
Da quei cieli aperti, ecco una parola sacra, che rivela il senso del battesimo: «Tu sei il figlio mio, l’amato».
La preghiera per scoprire il senso del battesimo ci dona la consapevolezza di essere figli amati da Dio.
Quando noi scopriamo di essere amati, ci sentiamo amati, troviamo risorse e forze che non ci saremmo mai aspettati d’avere.
Quando uno si sente voluto bene, tira fuori il meglio di sé.
La preghiera ci fa riscoprire di essere figli amati da Dio e questo amore diventa la forza per tirare fuori il meglio di noi stessi.
C’è un salmo che dice “la tua bontà mi ha fatto crescere”: potremmo dire il tuo amore mi ha fatto crescere, mi ha fatto tirar fuori il meglio di me
L’amore fa della nostra vita un capolavoro, un’opera d’arte.Detta in altro modo: Dio mi ama perché vede in me l’opera d’arte che posso diventare.
Michelangelo, quando guardava un pezzo di marmo da scolpire, vedeva già l’opera d’arte dentro quel pezzo di marmo grezzo e diceva: «bisogna togliere solo il superfluo».
Così fa Dio: guardandoci, vede già l’opera d’arte che possiamo diventare e il suo amore è lo scalpello che toglie il superfluo; a volte, però, noi siamo un marmo molto duro, che non si lascia scalfire dallo scalpello dell’amore di Dio.
La forza di Gesù sta in una preghiera che, continuamente, gli ridona la consapevolezza di essere figlio amato da Dio.
Nella preghiera, anche noi torniamo, con la mente, al nostro battesimo, per riscoprire che, all’inizio della nostra vita, troviamo l’amore di Dio che – continuamente - la plasma, facendone un capolavoro.

  don Davide
Epifania del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

Epifania del Signore - Domenica 13 gennaio 2019 (Is 60,1-6; Tt 2,11-3.2; Mt 2,1-12)

don Davide Milanesi

Se ciascuno di noi fosse uno dei magi, aprendo il proprio scrigno, cosa offrirebbe al Signore?
Lo scrigno dovrebbe contenere qualcosa di prezioso, di significativo.
Ho provato a pensare che ciò che di molto prezioso ciascuno di noi ha è il proprio tempo.
Il tempo è - certamente - qualcosa di prezioso: basta vedere come lo difendiamo con cura, come cerchiamo di capitalizzarlo, di farlo rendere al meglio e, quando altri ce lo fanno perdere, ci innervosiamo. Il tempo è un dono prezioso che, come magi, oggi potremmo portare alla grotta di Betlemme.
Proviamo ad immaginare che ciascuno, aprendo il proprio scrigno, offra il proprio tempo a Gesù. Quanto e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Il tempo è fatto da un passato, un futuro ed un presente e, come dice la tartaruga (il maestro Oogway), nel film “Kung Fu Panda”: «Ieri è passato, domani è mistero, oggi è dono: per questo, si chiama presente».
Se pensiamo bene, anche i doni portati dai magi ricordano questi tre aspetti del tempo: la mirra serve per conservare un corpo nel sepolcro e ci ricorda il nostro passato da conservare e custodire; l’incenso richiama Dio, per questo è un mistero come il futuro e l’oro è prezioso come l’attimo che stiamo vivendo.
Come e quale tempo potremmo offriamo a Gesù?
Per offrire il nostro tempo, dobbiamo seguire la stella che ci porta a Betlemme. Quali sono le stelle che possono portarci a Betlemme, per offrire il nostro tempo a Gesù?
Una stella che ci porta diritti a Betlemme è la stella della libertà del cuore, di chi fa le cose per Gesù: non le fa per avere dei vantaggi, dei prestigi, ma fa le cose in gratuità. Questa stella è la direttissima verso Betlemme.
C’è poi la stella dei santi: leggere qualche vita dei santi, ci aiuta ad andare verso Betlemme, perché questi ultimi, con la loro vita illuminano la strada verso Betlemme. A volte, noi seguiamo le stelle del calcio, della musica ma queste - non sempre! - ci portano a Betlemme.
Ho messo solo due stelle, così che ciascuno possa trovare altre stelle che lo conducano a Gesù.
Se il seguire la stella ci dice come arrivare a Betlemme, dobbiamo però chiederci: una volta arrivati nella grotta di Betlemme, aprendo il nostro scrigno, quale tempo offriamo a Gesù?
Io suggerisco di non offrire il tempo della mirra, che, ricordando il passato, rischia di farci cadere nei toni nostalgici di qualcosa che non c’è più; neppure il tempo dell’incenso è opportuno, perché lo sguardo sul futuro potrebbe trasformarsi in preoccupazioni che portano al nostro cuore paura e ansia.
Io direi di offrire il tempo dell’oro: il nostro presente.
Un presente capace di contemplare, di vedere oggi la presenza di Dio nella nostra storia, nella nostra vita. La capacità di vedere - oggi! - la presenza di Dio può aiutarci a riconciliarci con il nostro passato, guardando con speranza al nostro futuro.
Mi piacerebbe che, all’inizio dell’anno, noi trovassimo spazi e tempi di contemplazione, durante i quali, guardando alla nostra vita adesso, riusciamo scorgere i segni della presenza di Dio. Il tempo dell’oro, nel quale, si scorge, nell’oggi, la presenza di Dio, è il tempo dell’adorazione.
I magi sono dei contemplatavi, perché, offrendo i loro doni, si mettono in adorazione del Bambino Gesù. Facciamo anche noi del nostro tempo un dono a Gesù, mettendoci in adorazione davanti a Lui!
A febbraio, vivremo le giornate eucaristiche (stiamo, quindi, entrando nella terza tappa del nostro cammino come comunità): saremo chiamati ad adorare l’Eucarestia, saremo chiamati a contemplare il mistero eucaristico.
Proviamo ad immaginare questa chiesa come la grotta di Betlemme: venire qui sia visto un po’ come essere dei magi, che aprono lo scrigno del loro tempo, per offrirlo in adorazione a Gesù.
Chiediamo al Signore che ciascuno di noi possa diventare, sempre più, come uno dei magi e aprire lo scrigno del proprio tempo, così da offrirlo al Signore in un atto di adorazione.

  don Davide
Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Ottava del Natale nella Circoncisione del Signore - Martedì 1 gennaio 2019 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Abbiamo concluso un anno e siamo pronti a ripartire con il nuovo, già iniziato: chiediamoci, nell’anno trascorso, dove ed in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone.
Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi. Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore. Vorrei fare un accenno al messaggio per la pace fatto da papa Francesco, dove mette in evidenza come la buona politica sia al servizio della pace.
Scrive il papa: la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.
Continua il papa: viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi, che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace”,che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre, che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.
Continuiamo la celebrazione eucaristica, ringraziando il Signore per quei volti di uomini e donne che hanno fatto risplendere il volto compassionevole di Dio. Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno, per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

Messa vespertina di ringraziamento - Lunedì 31 dicembre 2018 (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)

don Davide Milanesi

Vorrei che, questa sera, facessimo nostre le parole della benedizione che Mosè dovrà pronunciare su Israele. Dice così il libro dei Numeri: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Questa benedizione ci ricorda che, quando il volto del Signore risplende nella nostra vita, quando il volto del Signore si volge a noi, allora noi sperimentiamo un tempo di grazia e di pace.
Alla conclusione di quest’anno, possiamo chiederci: dove e in chi ho incontrato il volto del Signore?
Non dimentichiamo che siamo chiamati a riconoscere il volto del Signore Gesù negli altri.
Troviamo, infatti, il volto del Signore nei volti di chi, come ci ricorda san Paolo, cerca di avere gli stessi sentimenti di Gesù. Quei sentimenti di Gesù che possiamo raccogliere attorno ad un unico sentimento, quello della compassione.
Il cuore di Gesù è un cuore che prova compassione per le sofferenza dell’uomo: è un cuore, come quello del buon samaritano, che non rimane indifferente, di fronte alle sofferenze delle persone. Avere il volto del Signore è essere capaci di compassione, è avere un cuore non indurito dall’indifferenza, un cuore non raffreddato dalla diffidenza.
Volti di uomini e donne capaci di compassioni sono volti di uomini e donne che danno pace alla nostra vita. Incontrare volti così è una grazia.
Chiediamo al Signore la capacità di riconoscere, in questo mondo – in cui si tende a mettere in evidenza volti inquietanti, che non danno pace – i volti che hanno saputo far risplendere il volto del Signore, grazie alla loro bontà, grazie alla loro capacità di compassione, alla loro capacità di non rimanere indifferenti di fronte alle sofferenze della gente.
Io credo che, anche tra noi, anzi tutti noi, durante questo anno siamo stati capaci di offrire un volto compassionevole, che ha dato pace a chi abbiamo incontrato; eppure, nessuno di noi ha fatto notizia sui grandi schermi.
Io credo che ci siano, ancora oggi, tanti volti di uomini e donne che lasciano risplendere il volto compassionevole di Dio nella loro vita: per questo, ringraziamo il Signore.
Vorrei lasciare un tempo di silenzio prolungato, affinché ciascuno abbia modo di ringraziare il Signore per quando ha incontrato volti di uomini e donne capaci di compassione. Allo stesso tempo, rendiamo grazie al Signore per quando il nostro volto ha saputo dare pace ad altri.
Questa riconoscenza ci porti a rinnovare il nostro impegno per questo nuovo anno che inizia, affinché possiamo essere “artigiani della pace”.
 

  don Davide
Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

Domenica nell'Ottava del Signore - Domenica 30 dicembre 2018 (Pr 8,22-31; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14)

don Davide Milanesi

Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplatola sua gloria.
A Natale, Dio viene ad abitare in mezzo a noi e noi siamo invitati a contemplare la sua gloria.
Contemplare è risvegliare in noi un senso di stupore, di fronte alla gloria di Dio. Non so se in questo Natale abbiamo provato stupore, per questo Dio che vene a visitarci.
Contemplare la gloria di Dio è qualcosa di sconvolgente, la gloria di Dio è la presenza stessa di Dio in mezzo alla sua gente: nella carne di Gesù di Nazareth, possiamo riconoscere la gloria di Dio, possiamo riconoscere la presenza di Dio.
Il libro dell’Esodo parlerà della gloria del Signore come un fuoco divorante (Es 24,17). Per questo, ho provato ad immaginare che la gloria di Dio non sia altro che il Suo amore: l’amore di Dio può essere visto come un fuoco divorante.
Non a caso, Gesù è il Figlio. Il figlio, dicevo già a Natale, è il volto dell’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra uomo e donna prende carne in un figlio.
Dio è amore, suo figlio è la carne, è il volto dell’amore.
Contemplare la gloria di Dio è contemplare l’amore.
Ma, a Natale, quale tratto dell’amore possiamo contemplare?
Mi pare che il tratto dell’amore che possiamo contemplare, a Natale, è quello del fare visita, facendo il primo passo nell’andare incontro all’altro.
L’amore si rivela in questa capacità di fare il primo passo, di non continuare a farsi cercare, a farsi desiderare; per dirla con un linguaggio giovanile, Dio non se la tira,perché prende l’iniziativa di farsi incontro all’uomo.
Dio non aspetta che l’uomo sia migliore di quello che è: ad un certo punto, Dio fa il primo passo e viene ad incontrare l’umanità così com’è. Probabilmente, a ben pensarci, se Dio avesse atteso che l’uomo divenisse migliore, ancora oggi non avremmo alcun Natale da festeggiare!
Quando qualcuno, con gratuità, si fa incontro ai nostri bisogni, viene a trovarci gratuitamente, noi rimaniamo stupiti: è uno stupore che nasce dal piacere di sentirci cercati in gratuità.
Quando qualcuno ci cerca in gratuità, noi ci sentiamo importanti, recuperiamo dignità; Dio, a Natale, viene a visitare l’uomo, per ridare dignità a ciascuno di noi.
Contemplare la gloria di Dio è rimanere stupiti di fronte all’amore che Dio ha per noi.
Quell’amore che, a Natale, si manifesta con il tratto del prendere l’iniziativa, del muovere il primo passo verso l’uomo, venendolo a trovare, nella gratuità.
Chiediamo al Signore che la contemplazione della sua gloria ci aiuti a capire dove sono chiamato a prendere l’iniziativa, a fare il primo passo per andare incontro gratuitamente a qualcuno.

  don Davide
Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

Natale del Signore - Martedì 25 dicembre 2018 (Is 8,23b - 9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14)

don Davide Milanesi

In quella notte, Luigi aveva perso il gruppo dei pastori e vagava per le colline della Giudea, cercando una strada.
Nel suo vagare, in quella notte stellata, non riusciva a trovare qualcuno che gli potesse indicare la strada.
Finalmente intravide, la nuca avvolta da uno scialle di una donna che, uscendo da una casa, andava alla fontana ad attingere acqua.
Gridando forte, così da farsi sentire prima che la donna potesse rientrare in casa, la fermò e le chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”.
La donna, quasi con voce metallica, rispose: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi rimase a bocca aperta, la donna rientrò in casa, chiuse la porta, e sparì.
Luigi continuò a vagare, senza seguire una strada, senza una meta, per circa un’ora, fin quando vide un anziano che, seduto su una roccia, contemplava le stelle.
Si avvicinò e chiese: “Mi sono perso, cerco la strada!”
L’uomo stacco gli occhi dal cielo stellato e disse: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Luigi, a bocca aperta, ancora una volta non riusciva a controbattere.
Il vecchio alzò lo sguardò e continuò a guardare le stelle.
Luigi riprese il suo cammino fin quando arrivò ad una stalla e, in una mangiatoia, vide un bambino, appena nato, avvolto in fasce.
Ecco il segno.
Ma il segno di cosa?
Forse anche noi, come Luigi, in questo mondo che, a volte, ci sembra confuso, stiamo cercando una strada.
Forse anche noi, come Luigi, stiamo cercando una strada da percorrere in questo mondo che non riesce a proporci strade sicure.
Forse anche noi stiamo cercando un segno che ci indichi una strada da percorrere.
Questo per noi il segno: un bambino avvolto in fasce, in una mangiatoia.
Quelle fasce ricordano tanto i teli del sepolcro e il legno duro della mangiatoia su cui il bambino è posto, rinviano al duro legno della croce.
Quel bambino avvolto in fasce, posto in una mangiatoia è il segno dell’Amore.
L’amore tra un uomo e una donna non si vede; si vedono, però, gesti e attenzioni che raccontano del loro amore e poi, ad un certo punto, questo amore prende un volto in un figlio.
Il figlio è il volto dell’amore.
Il figlio è il segno di un amore che prende carne.
Dio è amore e prende un volto nel suo figlio Gesù.
Il segno di quel bambino avvolto in fasce in una mangiatoia è qui a chiederci se crediamo ancora alla forza dell’amore. Gesù Bambino viene a chiederci: credi ancora alla possibilità di percorrere la strada dell’amore?
Se le vicende della vita hanno portato amarezza, delusione e rabbia al nostro cuore, Gesù Bambino ci invita a non indurire il nostro cuore, ma a credere ancora alla forza dell’amore.
Quel bambino nella mangiatoia, avvolto in fasce, è qui per darci coraggio nel continuare a percorrere la strada dell’amore.
A Natale siamo chiamati a guardare a Gesù Bambino per rinnovare la nostra fiducia nella forza dell’amore.
Credere all’amore è credere che la mitezza, sulla distanza, è più feconda della violenza.

  don Davide
Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

Divina Maternità della Vergina Maria - Domenica 23 dicembre 2018 (Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a)

don Davide Milanesi

La pagina dell’annunciazione è una pagina che ci proietta sul futuro, la tensione del dialogo tra l’angelo e Maria è rivolta a colui che nascerà. Potremmo quasi dire che il personaggio più importante di questa pagina è colui che non è presente: è colui del quale si parla, cioè colui che nascerà.
Ma proprio perché chi nascerà è l’atteso, lo si può sognare. Si sogna, infatti, ciò che desideriamo, ciò che attendiamo.
Vorrei tentare di dare colore a questo sogno perché colui che nascerà è anche il sogno di Dio.
Dio, quando sogno l’uomo, sogna Gesù: sogna un’umanità come quella di Gesù.
Sognare colui che nascerà è, sognare insieme con Dio, la nostra umanità.
L’angelo nel parlare di colui che nascerà è come se tratteggiasse la cornice di questo sogno, il profilo del volto di Gesù di Nazaret dice: Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.
Vorrei dare colore e contenuto a questo sogno, evocando qualche pagina del Vangelo, così da tener vivo dentro di noi il desiderio di incontrare il Signore Gesù.
Possiamo intravedere la grandezza di Gesù di Nazaret, il suo essere figlio dell’Altissimo nel suo stare con i piccoli, con gli ultimi.
Come non ricordare quel Gesù che siede a mensa con i peccatori, che condivide con loro i banchetti e ricorda che non è venuto per i sani, ma per i malati?
Come non ricordare le parole di Gesù verso i bambini (“lasciate che i bambini vengano a me perché è a chi è come loro appartiene il regno di Dio”)?
Colui che nascerà è grande, perché sta con i piccoli e gli ultimi.
Poi, l’angelo annuncia che Gesù siederà in trono, regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il Suo regno non avrà fine.
Ma qual è il modo di regnare di Gesù di Nazaret? Non certo gridando, umiliando chi si avvicina a lui; non certo con la violenza, bensì, con la mitezza, con la franchezza di una parola dolce, che raggiunge e provoca il cuore dell’uomo, senza dimenticare che la sua giustizia è la misericordia.
Come non ricordare il suo ingresso a Gerusalemme su un asinello, simbolo della sua mitezza?
Come non ricordare la dolcezza delle parole dette a Giuda mentre lo tradisce (“Amico”).
È indimenticabile quel Gesù che, di fronte alla donna adultera, dice “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno: va’ e non peccare più”.
Evocando queste pagine, ho voluto dare colore al sogno di Dio e al sogno di ogni uomo: quello di essere uomini e donne con i tratti di un’umanità come quella di Gesù.
Per questo, mi piacerebbe che, la notte di Natale, ciascuno sogni, insieme con Dio, un’ umanità come quella di Gesù.
Perché non pensare di mettere sotto al presepe, oltre ai regali, una pagina di Vangelo che, più di altre, esprime il tratto dell’umanità di Gesù che desideriamo incarnare, vivere.
Sì! Ciascuno metta di fianco al proprio presepe quella pagina di vangelo che, più di altre, l’affascina.
E, (perché no?), la notte di Natale, mentre si scartano i regali, diamo colore al nostro sogno, leggendo quella pagina di Vangelo che ci ricorda la grandezza di Colui che è nato.

  don Davide
V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

V domenica di Avvento - Domenica 16 dicembre 2018 (Is 30, 18-26b; 2 Cor 4, 1-6 ; Gv 3, 23-32a)

don Davide Milanesi

In questo cammino di Avvento, abbiamo voluto mettere al centro del nostro pellegrinare la Parola di Dio come lampada ai nostri passi, che illumina il nostro cammino e ci permette di raccogliere gli annunci di gioia che ci sono nella nostra vita.
In questa V domenica di Avvento, siamo chiamati ad ascoltare la Parola di Dio che ci viene dal Battista, il quale è riconosciuto dai propri discepoli come colui che ha dato testimonianza a Gesù. Il Battista dice di essere testimone, perché è l’amico dello sposo. Lo sposo è Gesù (lo sposo è chi dà il vino nuovo e Gesù, alle nozze di Cana, è colui che ha dato il vino nuovo).
Il Vangelo dice: L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
Noi siamo amici dello sposo, perché siamo presenti e lo ascoltiamo.
Vorrei fare un inciso sul valore dell’ascolto. Ascoltare è dare tempo a qualcuno e dare tempo è dare vita. Ascoltare Gesù è dargli vita.
Non solo: ascoltare Gesù fa esultare di gioia l’amico che lo ascolta.
Come non ricordare il Battista, che esulta, nel grembo di Elisabetta, quando incontra Maria, che porta nel grembo Gesù? Gesù è lo sposo e noi siamo suoi amici, quando lo ascoltiamo e questo ascolto ci fa esultare di gioia.
Ma quale parola ha da dirci Gesù; quale parola possiamo ascoltare da Gesù?
Prima di ascoltare quale parola Gesù deve dirci, dobbiamo avere la stessa consapevolezza del Battista: Lui deve crescere; io, invece, diminuire.
Ciò significa che, per poter ascoltare, dobbiamo mettere a tacere il nostro io (con le sue idee, con le sue convinzioni e preoccupazioni) e dobbiamo fare spazio ad un Altro: questo è il senso del diminuire.
L’io eccessivamente preoccupato del proprio benessere non lascia spazio alla parola di un altro. Questo io gigantesco, che non lascia spazio, non si accorge che quest’eccessiva preoccupazione di sé lo porterà a grandi solitudini, perché nessuno e niente potrà incontrarlo.
Non solo: l’io deve diminuire, ma Gesù deve crescere. Fino a quando dovrà crescere? Fino a quando sarà innalzato da terra, cioè fino a quando sarà inchiodato sulla croce.
Questa è la parola che dobbiamo ospitare nella nostra vita; la Parola della Croce. Il discorso della croce, in ultima analisi, è la Parola da ascoltare e a cui essere presenti.
Il Battista sembra dirci che Gesù viene per crescere, fino ad essere innalzato sulla croce. La Croce è la misura dell’amore che Dio ha per noi. Gesù viene per raccontarci quest’amore.
Noi stiamo andando fino a Betlemme, illuminati proprio dalla Parola di Gesù, che racconta tutto l’amore che Dio ha per noi.
Chiediamo al Signore di vivere questi giorni, nell’imminenza del Natale, come suoi amici, che esultano di gioia nell’ascoltare la sua parola, che racconta l’amore di Dio per noi.
Perché, in questi giorni, non ci dedichiamo alla lettura dei vangeli cosiddetti dell’infanzia (i capitoli da 1 a 3 del vangelo di Luca)? Oppure, perché non darci del tempo per partecipare all’Eucarestia feriale?
 

  don Davide
IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

IV domenica di Avvento - Domenica 9 dicembre 2018 (Is 4,2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38)

don Davide Milanesi

Oggi troviamo questo Gesù che entra a Gerusalemme.
L’entrata avviene cavalcando un puledro e scendendo dalla discesa del monte degli ulivi.
Questo ci fa pensare a Natale come Dio che scende dai cieli verso l’uomo e, quando Gesù inizia la discesa, la folla esprime la propria gioia lodando Dio a gran voce.
Quest’ingresso di Gesù a Gerusalemme avviene cavalcando un puledro. Un puledro, che prima era legato e che i discepoli hanno dovuto slegare.
Interessante: perché il Vangelo insiste molto su questo legare e slegare.
C’è un nodo da sciogliere, affinché Gesù possa montare sopra questa cavalcatura e possa così entrare a Gerusalemme.
Vorrei proprio attirare l’attenzione su questo legare e slegare.
Perché slegare questo nodo diventa la condizione affinché Gesù possa salire sul puledro e possa entrare in Gerusalemme. Tutto questo può suggerirci che, forse, nell’imminenza del Natale, affinché Gesù possa entrare nella nostra vita, possa cavalcare la nostra vita, possa montarci sopra, possa, insomma, nascere nella nostra vita, siamo chiamati a slegare qualche nodo.
Forse, il nodo da slegare potrebbe essere una diffidenza, una pigrizia, un rancore, una paura: slegare questi nodi è necessario, perché il Signore Gesù possa entrare nella nostra vita; slegare questi nodi è necessario perché ciascuno di noi possa diventare quell’asinello, su cui Gesù possa sedersi e fare strada con noi.
Come possiamo slegare questi nodi? A volte basta poco.
È interessante vedere come, in queste sere, girando per la visita alle famiglie c’è, spesso, un pronti-partenza-via di diffidenza, di paura, quando suono un campanello: non si sa chi ci sia dietro la porta e chi apre, nonostante abbia guardato dallo spioncino, non sa chi io sia e, quindi, quando la porta si apre, c’è sempre il nodo della diffidenza, della paura da sciogliere. Ma basta poco, perché si sciolga. Basta dire che sono un prete, basta un invito ad entrare in casa, basta un sorriso che il nodo della diffidenza e della paura si slegano.
Slegato il nodo della paura e della diffidenza, Gesù può cavalcare la vita di chi mi ha ospitato, Gesù entra in quella casa attraverso la preghiera semplice del Padre nostro.
Il nodo della diffidenza, della paura si slega facilmente: basta farsi conoscere, basta un sorriso, basta un’espressione accogliente.
Quando questo nodo si slega, Gesù può entrare nella vita di ciascuno di noi.
Un altro modo per slegare questi nodi è quello di celebrare il sacramento della riconciliazione: un rancore, un forte senso di colpa, una durezza di cuore possono essere slegati grazie alla bontà misericordiosa di Dio.
Infine, papa Francesco è molto devoto alla Madonna che scioglie i nodi: pregare Maria, di cui abbiamo appena celebrato la festa dell’Immacolata, può aiutarci a sciogliere i nodi, affinché Suo figlio possa entrare nella nostra vita.
Chiediamo a Gesù e a Maria che, nell’imminenza di questo Natale, ci aiutino a vedere i nodi che dobbiamo slegare.;

  don Davide
Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Sabato 8 dicembre 2018 (Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38)

don Davide Milanesi

Vorrei che, in questa solennità dell’Immacolata Concezione, raccogliessimo un invito, che voglio esprimere attraverso il titolo di una vecchia canzone di Renato Zero: “Niente trucco”.
Vedete, noi amiamo truccarci: anche quelli tra noi che sono acqua e sapone si sentono ogni tanto attratti dal trucco (sia esso il profumo, il modo di mettere i nostri capelli o tutto il resto).
Il trucco ci permette di nascondere alcuni difettucci, per offrirci agli altri meglio di quello che siamo: il trucco ci permette di sembrare diversi, il trucco è un po’ come una maschera; è camuffarsi, è il piacere di ingannare noi stessi e l’altro. Il trucco ci permette di nascondere la verità di ciò che siamo.
Dico così perché la pagina di Genesi ascoltata è introdotta da un versetto in cui, dopo la caduta dell’uomo per aver mangiato del frutto dell’albero che Dio aveva proibito, Dio passeggia nel giardino e l’uomo si nasconde. Dio domanda ad Adamo “dove sei?”. Domanda che potremmo tradurre con “Adamo, Niente trucco, non nasconderti, non avere paura, non difenderti di fronte a Dio che ti viene a cercare!”. Di fronte all’uomo che si nasconde da Dio, perché ha paura, Dio entra con molta discrezione: «hai forse mangiato?». “Forse”. Come se Dio non sapesse! Ma è una modalità che Dio utilizza affinché l’uomo si assuma le responsabilità di ciò che ha fatto; Adamo scarica il barile («è stata la donna») e la donna scarica il barile («è stato il serpente»): Dio ci chiede di stare davanti a lui senza trucco, mentre noi, continuamente, ci trucchiamo.
Il brano della Genesi sembra dire che, quando Dio ci viene a cercare, noi ci nascondiamo; appunto: ci trucchiamo.
Natale che si avvicina è questo Dio che viene a cercarci.
Ho provato a pensare che, tra i trucchi migliori per nasconderci da questo Dio che ci viene a cercare, c’è un rimmel della marca “È colpa tua” . Quello usato da Adamo ed Eva nella pagina di Genesi: è sempre colpa di un altro. Di questo rimmel sono finite le scorte. Il modo migliore per nasconderci e fuggire da Dio è quello di dare la colpa agli altri: è la società, è la stanchezza; insomma, si fugge da Dio e da ciò che siamo, dando la colpa agli altri, senza mai assumerci le nostre responsabilità.
Ho trovato, poi, un fondotinta della marca “ma che maniere!” ; ci nascondiamo, difendendoci, attaccando le modalità dell’altro: Dio che mi viene a cercare non ha mai i modi giusti per dirmi che mi sta cercando!
Infine, c’è in uso un rossetto ad un alto potere di seduzione e la sua marca è “non c’è niente di male” . Io non devo rendere conto a nessuno, perché io non ho fatto niente di male: io sto bene così, sono a posto così, nessuno deve intromettersi nella mia vita, nemmeno Dio.
Ma tutti questi trucchi ”È colpa tua”, “Ma che maniere!”, “Non c’è niente di male” , rivelano la nostra paura di Dio: rivelano la paura che noi abbiamo di noi stessi; abbiamo paura di mostrare a Dio quello che siamo, la nostra umanità.
Tutti questi trucchi non permettono a Dio di entrare nella nostra vita.
Una Donna niente trucco, una donna acqua e sapone è proprio Maria. L’Immacolata Concezione ci rivela Maria come una donna niente trucco: acqua e sapone.
Maria non si trucca, perché non ha paura di questo Dio che la viene a cercare. Maria accoglie la sua parola, non si difende di fronte alla parola di Dio che la invita ad essere la madre di suo figlio Gesù di Nazaret.
Un modo per rispondere, senza trucco, a questo Dio, che a Natale ci viene a cercare è quello di preparaci attraverso il sacramento della confessione. Nella confessione, noi ci mettiamo davanti a Dio senza trucco: siamo davanti a lui con la verità di ciò che siamo.
Non ci resta che andare verso il Natale come uomini e donne Niente trucco!

  don Davide
III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

III domenica di Avvento - Domenica 2 dicembre 2018 (Is 45,1-8; Rm 9,1-5; Lc 7,18-28)

don Davide Milanesi

Vorrei raccogliere questa pagina di vangelo attorno ad un verbo: vedere.
Sia perché Gesù, per ben tre volte, parlando di Giovanni il Battista, chiede alla gente “cosa siete andati a vedere?”, sia perché ai discepoli (mandati dallo stesso Battista) dice di raccontare quello che hanno visto a chi li aveva inviati.
Da dove nasce questa insistenza sul vedere?
A me pare che questa insistenza sul vedere nasca da un dubbio del Battista, o, meglio, dalla paura di Giovanni Battista di aver sbagliato tutto nella propria vita, di aver preparato la via a colui che non è il Messia.
Il Battista, in carcere, ha paura che Gesù non sia il Messia.
Giovanni Battista, però, non fugge da questa sua paura, ma cerca di comprenderla: cerca di fare chiarezza. Se immaginiamo la paura come una zona d’ombra, una zona buia, il Battista cerca di abitare questa zona d’ombra, facendo chiarezza, facendo luce.
Giovanni, di fronte a questa sua paura, non semplifica, non taglia corto sulla questione, bensì vuole vederci chiaro, cercando di capire se davvero Gesù sia il Messia, colui che doveva venire, colui al quale preparare la via, mandando dei suoi discepoli a Gesù per chiedere se veramente sia lui colui che deve venire.
Gesù, se pensiamo bene alla domanda che riceve (sei tu colui che deve venire?), a cui si poteva semplicemente rispondere sì o no, non risponde. Non rispondendo, invita Giovanni a guardare i segni raccontati dai sui discepoli.
Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto….
Gesù non risponde direttamente alla domanda dei discepoli di Giovanni, piuttosto, invita Giovanni stesso ad essere più attento: a guardare dentro ciò che accade e trovare lui la risposta alla propria domanda. Sarà Giovanni che dovrà interpretare quei segni (guarigioni, dare la vista ai ciechi) come l’agire di Dio nella storia.
Gesù sta dicendo a Giovanni: di fronte alle tue paure, guarda a quei segni che dicono l’agire di Dio nella storia. Dio non ti abbandona alle tue paure.
Anche noi, forse, siamo abitati dalla paura, che nasce dalle violenze che spesso ci vengono raccontate, oppure paure che nascono dall’incontro con chi è diverso da noi, per cultura e religione.
Il Battista ci insegna che la paura va abitata, va innanzitutto riconosciuta: chiede il coraggio di fare chiarezza, senza rifugiarci in risposte semplici e banali, senza un’azione di semplificazione della realtà.
La violenza raccontata, le questioni dell’immigrazione, da cui possono nascere le nostre paure, legittime e fondate, non si risolvono dando risposte semplici e banali, abbiamo bisogno di sguardi di fede, che invitano alla lungimiranza.
Dobbiamo guardare bene dentro tutte queste situazioni: osservare con gli occhi della fede, che sa cogliere dentro queste zone d’ombra i segni dell’agire di Dio e, per questo, è capace di trasformare la paura in speranza.
Quello che voglio dire è che, di fronte a ciò che sta accadendo, siamo chiamati a fare la fatica di capire dove il Signore Dio ci stia portando, evitando di semplificare la realtà attraverso slogan banali e superficiali, che sono solo il terreno fertile per ogni dittatura.
Cominciamo almeno a dirci che il mondo sta cambiando e, in parte, è già cambiato e che tutto questo ci chiederà la fatica di accettare i cambiamenti. Perché questi cambiamenti avvengano a favore dell’umanità, dobbiamo dimorarvi con gli occhi della fede, che non semplifica, ma vede l’azione di Dio, anche dentro passaggi oscuri.
In questo tempo d’Avvento, nel quale abbiamo messo al centro al Parola di Dio, chiediamo che la Sacra Scrittura ci aiuti a cogliere i segni dello Spirito, per capire dove stiamo andando.
 

  don Davide
II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

II domenica di Avvento - Domenica 25 novembre 2018 (Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

don Davide Milanesi

In questo tempo di Avvento, anche noi stiamo preparando la via per accogliere Gesù nella nostra vita, attraverso l’ascolto della Parola di Dio. Anche il Vangelo, oggi, ci chiede di preparare la via al Signore Gesù che viene ad incontraci.
Preparare la via è preparare il nostro cuore, affinché sia attento alla venuta del Signore nella nostra vita quotidiana.
Nel brano evangelico, per preparare la via al Signore, la gente va da Giovanni il Battista.
Chi è Giovanni il Battista?
Vediamo come il Vangelo lo descrive. Ci racconta come era vestito e cosa mangiava, come se dal vestito e dall’alimentazione si possa capire il cuore del Battista, così che anche il nostro cuore possa essere simile al suo.
Innanzitutto, i suoi pasti: cavallette e miele selvatico. Questi cibi ci suggeriscono che il Battista mangiava quello che trovava. Tutto questo ci fa pensare che il cuore del Battista è un cuore che vive della provvidenza di Dio, è un cuore che sa raccogliere i doni di Dio. Il Battista vive di ciò che Dio gli dona.
Poi, il vestito: peli di cammello e cintura ai fianchi dicono che il Battista non è particolarmente ricercato nel suo abbigliamento, ma veste in modo sobrio. Il cuore del Battista è un cuore sobrio. La sobrietà, così come la povertà, è segno che non si riempie la vita con tante cose: in questo modo, è possibile lasciare spazio a Dio.
Questo andare a preparare la via del Signore, andando da un uomo come il Battista, dal cuore sobrio e che crede alla provvidenza di Dio, ci suggerisce che preparare la via al Signore, prepararci al Natale, è custodire una sobrietà della vita e un cuore che confida nella provvidenza di Dio.
Potremmo pensare qualche gesto di sobrietà. Proviamo a guardare in casa nostra a quante cose inutili abbiamo, oggetti che da tanto tempo non usiamo o tocchiamo solo per fare la polvere. Potrebbe essere l’occasione per togliere qualcosa e realizzare un angolo curato, per dare spazio alla Bibbia aperta in casa.
Questo togliere oggetti superflui può essere segno di un cuore che fa spazio a Dio. Oppure, nelle tante cose che facciamo, proviamo a pensare se proprio tutto quello che facciamo è essenziale; è vero: oggi tutto è importante, ma cosa è realmente essenziale? Magari, potremmo scoprire che alcune cose che facciamo non sono così essenziali e potremmo evitare di farle, per dare più tempo a Dio.
Per quanto riguarda un cuore che crede nella provvidenza di Dio, dovremmo vedere quante volte, nella vita, facciamo qualcosa, pur riconoscendo la sproporzione tra quanto richiesto e ciò che noi riusciamo – effettivamente – a fare.
Tutte le volte che ci sembra poco quello che possiamo fare rispetto al bisogno e comunque decidiamo di farlo, mettiamo in campo un cuore che crede nella provvidenza di Dio, perché il poco che abbiamo lo mettiamo nelle mani di Dio, fiduciosi che Lui farà il resto.
In questo tempo di Avvento, andiamo come i pastori verso Betlemme, mettendo al centro della nostra vita la Parola di Dio, raccogliendo annunci di gioia e preparando la via al Signore attraverso un cuore sobrio che crede all’amore provvidenziale di Dio.
 

  don Davide
I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

I domenica di Avvento - Domenica 18 novembre 2018 (Is 13,4-11; Ef 5,1-11; Lc 21,5-28)

don Davide Milanesi

Il Vangelo di questa domenica sembra voglia fare da cassa di risonanza alle nostre paure. Gesù, con le sue parole – con cui, continuamente, ribadisce “badate a voi stessi”, “fate attenzione” – ci mette in guardia da eventi come carestie, terremoti, guerre, segni cosmici sconvolgenti (il sole si oscura, la luna non darà luce), persecuzioni ed omicidi.
Insomma, il Signore sembra proprio voler dar voce alle paure dell’uomo.
Certo, alcune ci sembrano lontane dalla nostra vita (come la paura della carestia) ma, in realtà, ci sono ben altre carestie di cui aver paura: non tanto quella legata all’avarizia della terra, ma, piuttosto, quella legata all’avarizia e all’egoismo del cuore di molti uomini.
Queste situazioni portano a sperare di non aver mai bisogno di nessuno, fino a pensare (e dire): “speriamo di non rimanere qui in qualche modo”; quest’espressione, in realtà, traduce la paura di dover aver bisogno di qualcuno, perché non sai se qualcuno ti aiuterà.
La paura legata all’oscurarsi del sole e della luna possono sembrarci lontane, ma quanto buio nasce dalla violenza che, tutti i giorni, ci viene raccontata; le giornate, anche se c’è il sole, con tutta la violenza raccontata, diventano grigie. La violenza spegne la fiducia nell’uomo.
Di fronte a queste paure che, comunque, risuonano nel cuore dell’uomo, cosa fa il Signore? Continua a dipingere di nero le giornate già fosche del nostro tempo?
Il termine paura deriva dal latino pavorem (dal verbo paveo = atterrire), che ha la stessa radice di pavimento. Terrore ha lo stesso suono di terra. Questo per dire che la paura ci butta a terra.
Gesù, dopo aver fatto da cassa di risonanza alle nostre paure, apre uno spiraglio: vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Cioè: dall’essere a terra, sul pavimento, a motivo delle nostre paure, siamo chiamati a guardare in alto e vedere il Figlio dell’Uomo che verrà, con potenza e gloria, a sconfiggere le nostre paure. Nel vangelo di Marco, si precisa che, in questa venuta, il Figlio dell’Uomo compie il gesto del radunare gli uomini grazie ai suoi angeli. Quasi a dire che, per sconfiggere le nostre paure, il Figlio dell’Uomo compirà questo gesto. Di fronte alle paure, ci terrà uniti: l’unione fa la forza!
La paura, infatti, talvolta, ci porta a disperderci, al “si salvi chi può”, ad alimentare ancor di più l’egoismo di cui abbiamo paura. La paura rischia, insomma, di raddoppiare la carestia, legata all’avarizia del cuore.
Nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella cappella Sistina, è possibile vedere il tentativo di uno dei dannati di salvarsi da solo, mentre un diavolo lo tira verso il basso. Quest’immagine significativa ci dice che non ci si salva da soli ed è rinforzata da un’altra, di opposta simbologia: dall’altra parte, vicino al gruppo di angeli an centro che suonano la tromba, uno viene sollevato dagli inferi e portato in cielo, grazie alla corona del rosario, ricordando a ciascuno che la preghiera degli altri mi può salvare.
In questo Avvento, proviamo ad indossare occhiali che ci permettano di vedere il venire del Figlio dell’Uomo che ci raduna. Questi, infatti, con la sua Parola, ci raduna, creando comunione.
Sappiamo bene che ci sono parole che dividono e parole che uniscono: l’ascolto della parola di Dio libera energie per creare comunione. La parola di Dio è una parola che raduna, che unisce. In questo Avvento, rimettiamo al centro la Parola di Dio, per essere uomini e donne di comunione, così da affrontare le nostre paure. La Parola di Dio ci aiuti ad affinare lo sguardo su ciò che ci unisce, piuttosto che su ciò che ci divide. La parola di Dio diventi quella forza che ci fa mettere in pratica le cose che ci raccolgono e creano comunione.
Chiediamo, in questo tempo d’Avvento, di saper vedere, pur in mezzo alle nostre paure, il Figlio dell’Uomo, che viene per radunarci con la sua Parola: mettiamo al centro la Sua Parola, così da compiere gesti di comunione, che possano avvicinarci gli uni agli altri.
 

  don Davide
N.S. Gesù Cristo, Re dell'universo - Domenica 11 novembre 2018 (Is 49,1-7; Fil 2,5- 11; Lc 23,36-43)

N.S. Gesù Cristo, Re dell'universo - Domenica 11 novembre 2018 (Is 49,1-7; Fil 2,5- 11; Lc 23,36-43)

don Davide Milanesi

L’anno liturgico si conclude con la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, per poi riprendere con l’avvento (la domenica successiva).
Oggi celebriamo il fatto che Gesù sia re dell’universo. Ma cosa vuol dire che Gesù è re dell’universo?
Vorrei tentare di rispondere a questa domanda, facendoci aiutare dai due malfattori crocifissi con Gesù. Lo sguardo e le parole di questi due malfattori crocifissi con Gesù possono aiutarci a comprendere cosa vuol dire che Gesù re dell’universo.
Non li distinguerei tra il buon ladrone e il cattivo ladrone, perché entrambi rimangono ladroni, cioè malfattori; anzi, il cosiddetto buon ladrone compie il furto più importante della sua vita: strappa il paradiso a Gesù. Quindi, preferirei distinguerli tra il primo e il secondo malfattore.
Il primo malfattore dice così a Gesù: Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi. Vale a dire: se tu sei re, dovresti salvarti, dovresti essere capace di tirarti fuori da questa situazione che ci inchioda. Il primo malfattore comprende la regalità di Gesù nella modalità di una potenza capace di tirarsi fuori da quella situazione di sofferenza che porta alla morte. Il re è talmente potente che evita il male(«Salva te stesso»). È in linea con quello che dicono i soldati (“Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”). Per il primo malfattore, quindi, la regalità sta nella capacità di vincere il male evitandolo, non lasciandosi prendere dal male.
Il secondo malfattore ha uno sguardo diverso: innanzitutto riconosce Gesù come Dio; infatti, dice al primo malfattore non hai alcun timore di Dio. Ma perché lo riconosce come Dio? Lo dice bene con le parole che pronuncia dopo: tu sei condannato alla stessa pena di Dio, ma noi la meritiamo per il male che abbiamo fatto, mentre lui non ha fatto nulla di male. Ecco, il volto di Dio è questo: colui che non ha fatto nulla di male decide liberamente di portarlo sopra di sé, decide di attraversare il male, non scappa, si lascia prendere dal male. Lo attraversa. È Dio perché pur potendo risparmiarsi il dolore decide di condividerlo insieme a chi soffre.
È Dio, è re perché decide di condividere il dolore. La croce di Gesù si innalza insieme alle croci degli uomini. C’è una regalità in questa capacità di condividere il dolore. Gesù è re perché, pur potendo evitare il male ed il dolore, li attraversa così che nessuno si senta solo e abbandonato quando li sperimenta.
Se questa è la regalità di Gesù che accetta il dolore, affinché nessun uomo si senta solo nel proprio dolore, vorrei invitare ciascuno di noi alla preghiera per quelle persone che vivono quella forma di sofferenza, che talvolta anche noi possiamo vivere, che è la solitudine.
La solitudine di chi avanti con gli anni viene abbandonato dai propri figli; la solitudine di chi non si sente capito, ascoltato;
la solitudine dei profughi e dei migranti, che scappano dalla guerre lasciando il proprio paese;
la solitudine di tanti giovani nel trovare una strada che li renda felici nella vita;
la solitudine di chi, pur avendo tanti mezzi sofisticati di divertimento, sperimenta un vuoto profondo nel cuore.
Di fronte al dolore della solitudine sperimentata da tante persone vorrei che, come Gesù, re dell’universo, provassimo a condividere questo dolore così che le persone attorno a noi si sentano meno sole.
Allontaniamo da noi il pensiero del primo malfattore (“salva te stesso”), che ci conduce a chiuderci in un’indifferenza che fa solo male a noi stessi e a quanti ci stanno accanto. Piuttosto, come il secondo malfattore, chiediamo a qualcuno di ricordarsi di noi e, come Gesù, impariamo a ricordarci di quanti stanno accanto a noi e stanno attraversando il deserto della solitudine.
Inventiamo un gesto (una telefonata, una email, una spesa sospesa..) per dire a qualcuno che ci siamo ricordati di lui: allora, potrà, forse, uscire dall’inferno della solitudine, per sperimentare la gioia del Paradiso!
 

  don Davide
II Domenica dopo la Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 4 novembre 2018 (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24)

II Domenica dopo la Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 4 novembre 2018 (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24)

don Davide Milanesi

Quando qualcuno ci invita a cena, è perché ha piacere a stare con noi e ci ritiene importanti. Nella parabola, troviamo Dio stesso che invita per condividere la cena. Questo ci dice che Dio ha piacere a stare con noi e che noi siamo importanti per lui.
Di fronte a questo invito, però, qualcuno rifiuta.
Dio non si scoraggia di fronte al rifiuto, ma cerca altri, che, invece, rispondono al suo invito.
Perché i primi tre rifiutano? Il campo, i buoi, la moglie. Si potrebbe dire che la loro ricchezza diventa il motivo del rifiuto. Chi ha tanto non sente il bisogno di rispondere all’invito di Dio: il campo, i buoi, la moglie bastano; non c’è bisogno di nient’altro.
Dio invita a un banchetto e il banchetto vive della logica di comunione, di condivisone che genera festa e gioia. Chi rifiuta non entra nella logica di comunione e condivisone del banchetto, ma resta con le sue proprietà; questo, però, non porta a gustare la cena. Come dice il Vangelo: alla fine, non porta a gustare la festa e la gioia.
Troppo preoccupati di difendere quello che si ha, non si entra nella logica della comunione e della condivisone tipiche di un banchetto e non si gusta la gioia della vita.
Chi risponde all’invito?
Sono i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi: coloro a cui manca qualcosa.
Non a caso, nel testo delle beatitudini, si dice “beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli”. Insomma, per rispondere a questo invito di Dio bisogna sentirci poveri, capire che ci manca qualcosa. Capire che non ci bastano il campo, i buoi, la moglie, ma abbiamo bisogno di qualcosa di più per poter vivere.
Mi piacerebbe rileggere questa parabola applicandola alla preghiera. La preghiera è il luogo dove Dio regna.
Quante scuse noi portiamo davanti a gli inviti a pregare?
C’è sempre qualcosa di più importante che fermarsi a pregare: sembra che le cose che dobbiamo fare ci bastino, non avvertiamo il bisogno di sederci a tavola con Dio, di metterci a chiacchierare con lui per ascoltare cosa debba dirci. C’è sempre qualcosa di più importante che rispondere all’invito di Dio.
Per poter rispondere all’invito alla preghiera, dovremmo riconoscerci poveri, storpi, ciechi e zoppi. Cioè, riconoscere che troviamo il gusto e il senso della vita e di tutte le cose che facciamo solo nell’incontro con Dio. Tutto sommato, noi, in fondo in fondo, pensiamo di non aver bisogno di Dio; pensiamo di essere in grado di farcela da soli.
Perché, nella nostra vita, chi deve aspettare è sempre il Signore?
Non possiamo far aspettare qualcun altro o qualcos’altro?
 

  don Davide
Tutti i Santi - Giovedì 1 Novembre 2018 (Ap 7,2-4.9-14; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12)

Tutti i Santi - Giovedì 1 Novembre 2018 (Ap 7,2-4.9-14; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12)

don Davide Milanesi

In questi giorni, pensando a questa festa di tutti i Santi, mi chiedevo quale legame ci fosse tra questa celebrazione e la commemorazione dei nostri morti. Certamente, c’è un primo livello di legame, che ci rimanda alla Pasqua di Gesù, in cui la morte è riletta come il passaggio per entrare in quella gloria di Dio, nella quale si gode della gioia eterna della beatitudine senza fine.
Ho, però, provato a pensare ad un tratto della santità che può nascere dal pensare alla propria morte (in realtà è solamente un tratto: non ho la pretesa di dire che questo sia l’unico tratto della santità). Il tratto a cui mi riferisco è la capacità di ridere di sé.
Forse, parlando un po’ fuori dal linguaggio canonico, possiamo dire che il santo ride di sé.
La santità è – insomma – questa via verso la capacità di ridere di sé. Ridere di sé è prendere le distanze dal proprio io: è la prima cura contro l’individualismo, è la capacità di relativizzare molte cose per lasciare spazio a Dio nella nostra vita.
Credo che, in tutto questo, il pensiero alla nostra morte, pur nella sua drammaticità, può aiutarci a ridere di noi stessi.
Dovremmo imparare a ridere di noi stessi quando, a motivo delle cose che abbiamo, ci vantiamo, oppure quando costruiamo la dignità della nostra persona e di quella degli altri a partire da ciò che si possiede: siamo ridicoli quando ci lasciamo invadere da un senso di onnipotenza a partire da ciò che abbiamo. La morte è li a ricordarci che lasceremo tutto, che ritorneremo alla terra nudi, come siamo usciti dal grembo di nostra madre. Gesù, non a caso, oggi ci ha detto “Beati i poveri”.
Dovremmo imparare a ridere di noi stessi, quando combattiamo delle battaglie di principio, con spirito vendicativo, senza poter minimamente pensare al perdono come possibile soluzione dei conflitti. La morte è lì a ricordarci che non fa differenze e che Gesù è morto anche per quel fratello che io non voglio perdonare: per questo, è meglio morire in pace con tutti. Gesù, non a caso, oggi ci ha detto “beati i miti, beati gli operatori di pace, beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”.
Dovremmo imparare a ridere di noi stessi, quando ci riempiamo la bocca di parole che inneggiano alla giustizia, all’amore fraterno incondizionato, senza, però, far seguire alle parole gesti di giustizia e di carità. Senza essere, insomma, disposti a pagare il prezzo della giustizia e dell’amore incondizionato. La morte è lì a ricordarci che le nostre parole cadranno nel vuoto, mentre i gesti e il sangue versato in nome della giustizia porteranno ad un mondo nuovo. Gesù, non a caso, oggi ha detto “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli”.
Dovremmo imparare a ridere di noi stessi, quando ci pavoneggiamo dentro il nostro corpo giovane e forte, quando lo ostentiamo e lo curiamo come se fosse l’unica cosa a dare dignità alla nostra persona (quante sofferenze, dietro alla cultura dell’essere sani e belli, senza un chilo di più e un chilo di meno!). La morte è lì a ricordarci che i nostri capelli diventeranno bianchi e i nostri muscoli si afflosceranno e non ci porteranno sempre dove vorremo. Gesù, non a caso, oggi ha detto: “Beati i puri di cuore”.
Manca l’ultima beatitudine: “Beati gli afflitti beati voi quando vi insulteranno...”. Credo che dovremmo imparare a ridere di noi stessi, quando cerchiamo il divertimento a tutti i costi, quando siamo disposti a pagare prezzi alti per ogni forma di evasione dalla tristezza. Dimenticando che la tristezza fa parte della vita e va accolta e portata senza disperazione. Perché, se la morte è lì a ricordarci questo, la Pasqua di Gesù ci offre, invece, sempre una speranza: ci offre la possibilità di sorridere nuovamente, per ricominciare.
Oggi, proviamo a pensare ai santi come a coloro che si appoggiano sulle piccole gioie della vita, perché sanno che la più persa di tutte le giornate è quella in cui non si è riso. E noi, pensando alla nostra morte, cosa aspettiamo a ridere di noi stessi?
È questa la via della santità!
 

  don Davide
I Domenica dopo la Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 28 ottobre 2018 (At 8,26-39; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20)

I Domenica dopo la Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 28 ottobre 2018 (At 8,26-39; 1Tm 2,1-5; Mc 16,14b-20)

don Davide Milanesi

In un momento di silenzio, Giovanni cominciò a pensare alla sua vita e, quasi proiettando un film attraverso i suoi pensieri, si accorse di come la sua vita fosse caratterizzata dalla tavola. Anzi: da molte tavole.
La tavola diventava allora l’immagine sintetica, capace di raccontare la sua vita.
Innanzitutto, la tavola della sua famiglia: segno di una certa serenità di fondo, che sosteneva la sua vita. Una serenità e allegria che si intravedevano, quando papà era in forma e cominciava raccontare della sua giovinezza, perché spesso si scoppiava a ridere, prendendolo in giro per degli usi e costumi del suo tempo ormai in disuso tra i giovani di oggi dicendo: “papà, sei di un'altra epoca”. Era sempre a quella tavola di casa che, qualche volta, nascevano discussioni e si dava spazio a qualche tensione e conflitto, che poi la mamma doveva appianare, con pazienza e calma. Comunque, alla tavola di casa, quando la mamma preparava la pastiera napoletana e papà stappava una buona bottiglia di vino, i cuori di tutti si incontravano in una sorta di armonia e complicità, che ridava gusto e serenità alla vita.
La tavola di casa, per Giovanni, era quella della serenità, nonostante fosse, talvolta, attraversata da qualche tensione inevitabile, segno di una vita che cresce e matura.
C’era, poi, la tavola degli amici: quella della birreria di Jerry, frequentata soprattutto al sabato sera, dove, davanti ad una bella birra, si cercava di ammazzare il tempo con qualche battuta sul più ingenuo della compagnia. Dove, mentre qualcuno parlava, qualcun altro non riusciva a staccare gli occhi dallo smartphone per curiosare cosa ci fosse scritto sulla bacheca di Aldo, lo stupido del paese, e trovare, così, altri motivi per ridere. A volte, Giovanni si alzava da quella tavola con un senso di vuoto, di chi, pur non avendo fatto nulla di male, non aveva nemmeno combinato qualcosa di buono nella vita: per questo, cercava di stare il più possibile seduto attorno a quella tavola, bevendo alcool, per anestetizzare la noia e il vuoto, che, a volte, come una morsa, prendevano la sua vita.
La tavola degli amici alla birreria di Jerry non era la tavola dei sogni, bensì la tavola dove si cercava di ammazzare la noia.
Infine, c’era ancora un'altra tavola, alla quale Giovanni non andava con grande voglia (andava, più che altro, per compiacere la mamma e per non deludere la nonna): era la tavola dell’Eucaristia. Abitualmente, andava a Messa un pelino in ritardo, cercando i posti in fondo, dietro la colonna, e, se riusciva a sedersi vicino ad un suo amico, qualche chiacchieratina su come era andato il sabato sera ci scappava, così la noia dell’omelia e di gesti e parole sempre uguali si sopportava meglio. Quella domenica di ottobre, non si sa il perché, arrivò in chiesa puntuale; per ammazzare il tempo, memore degli insegnamenti ricevuti da chierichetto di prepararsi alla Messa leggendo il Vangelo scritto sul foglietto, cominciò a leggere il Vangelo: Gesù apparve agli undici mentre erano a tavola…. andate in tutto il mondo e predicate. Gesù, con la sua Parola, veniva a scomodare gli undici seduti a tavola per mandarli in tutto il mondo a portare la buona notizia.
Anche Giovanni si lasciò scomodare dalla Parola di Gesù (“Andate”): si alzò dalla tavola della serenità di casa sua, si alzò dalla tavola degli amici, con grande libertà, senza guardare cosa facevano gli altri e andò a predicare dappertutto la buona notizia del Vangelo.
Cominciò a frequentare i percorsi “Giovani e missione” al Pime, facendo un viaggio missionario durante l’estate, fino a diventare un padre del PIME.
Ora, in Africa, ha trovato altre tavole a cui sedersi: sono le tavole dei poveri, meno imbandite di quella di casa sua, senza birra, ma a quelle tavole ha trovato la stessa serenità e allegria di casa sua; a quelle tavole non si ammazza il tempo e la noia con una birra, perché, a quelle tavole, si sogna come migliorare la vita.
A queste nuove tavole, Giovanni porta una parola di speranza con la sua stessa vita e la sua vita ha trovato un senso: è una vita piena, realizzata. Giovanni è contento.
La ragione di tutto questo arriva da quella tavola, che aveva frequentato, per molti anni, solo per compiacere la mamma e non deludere la nonna: la tavola dell’Eucarestia. A questa tavola, ora, Giovanni spezza il Pane e lo mette nelle mani di molta gente, con la fiducia di chi sa che quel Pane sosterrà il cammino della vita di quelle persone.
Alla tavola dell’Eucarestia, Giovanni racconta e annuncia una speranza che sostiene la sua vita e quella di molti altri, perché, a quella tavola, in molti scoprono di sentirsi amati da Dio.
È la tavola dell’Eucarestia che viene sempre a scomodarlo da altre tavole, per alzarsi e andare alle tavole dei poveri, dove trovare serenità e costruire sogni necessari nel cammino della vita.
Lasciamoci scomodare anche noi, come Giovanni, dalla Parola di Gesù “Andate”: proviamo, ogni tanto, ad alzarci dalle nostre tavole imbandite, serene e - a volte - vissute per ammazzare la noia, per sederci alla tavola dei poveri.
 

  don Davide
Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 21 ottobre 2018 (Ap 21,9a.c-27; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30)

Dedicazione della Chiesa Cattedrale - Domenica 21 ottobre 2018 (Ap 21,9a.c-27; 1Cor 3,9-17; Gv 10,22-30)

don Davide Milanesi

Il libro dell’Apocalisse, oggi, ci descrive la città santa, cioè la sposa dell’Agnello. L’Agnello è Gesù e la sposa è la Chiesa.
L’Apocalisse ci parla della Chiesa e oggi noi celebriamo la festa della dedicazione del Duomo di Milano.
Sia la festa con cui ricordiamo la consacrazione del Duomo che il testo dell’Apocalisse ci danno l’occasione di parlare della Chiesa: di quella Chiesa, che siamo noi.
Vorrei, però, attirare l’attenzione su un gesto che, come Chiesa, fra poco vivremo: la visita alle famiglie.
Vorrei che il testo dell’Apocalisse, in questa giornata in cui ricordiamo la consacrazione del Duomo di Milano, ci aiuti a rileggere questo gesto della visita di Natale alle famiglie.
Riprendendo il cammino dell’anno, potremmo dire che, come pellegrini in cammino, siamo chiamati a camminare verso le famiglie del nostro quartiere.
Innanzitutto, nel testo dell’Apocalisse, leggiamo che la Chiesanon ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. Ciò che illumina la chiesa è Gesù. Gesù è la luce che viene nel mondo.
Cosa vuol dire che Gesù è la luce che illumina la Chiesa ?
Che differenza c’è tra stare in una camera al buio e in una camera con la luce ?
Se ci pensiamo bene, nessuna: sia al buio che con la luce, le cose, in quella stanza, sono sempre quelle. La differenza sta nel fatto che, se c’è luce, noi riusciamo a dare un nome alle cose che stanno in quella stanza.
La luce ci consente di dare un significato a ciò che ci sta attorno: ci permette di darne un senso.
La visita di Natale alle famiglie è come portare ad ogni famiglia la luce di Gesù. Incontrando le famiglie e chiedendo di pregare un Padre nostro, noi domandiamo di lasciare che la luce di Gesù illumini la loro vita: nella preghiera, rivolgendoci a Dio, noi ricorderemo ad ogni famiglia che, grazie alla luce di Dio, noi possiamo ritrovare, dare un senso alla nostra vita.
In un tempo di smarrimento, non mi sembra poca cosa ricordare ad ogni uomo che la luce di Gesù può aiutare a ritrovare un senso, una direzione alla propria vita !
La pagina dell’Apocalisse, poi, nel descrivere la Chiesa, ci ricorda che i dodici basamenti delle mura sono adorni di pietre preziose.
Mi sono chiesto cosa ci sia di prezioso nel gesto di andare a visitare le famiglie.
Devo confessare che queste pietre preziose mi sono state suggerite dal consiglio pastorale di venerdì sera, durante il quale abbiamo chiesto a ciascuno di suggerire una pagina evangelica, che potesse interpretare meglio il gesto della vista alle famiglie.
La prima pietra preziosa a cui guardare è il topazio (che, spesso, è di colore giallo); potrebbe ricordarci come questa visita è rispondere a un mandato di Gesù che ci invita ad andare dai nostri fratelli. Non possiamo trattenere la gioia dell’incontro con Gesù, che, al contrario, va raccontata ed annunciata.
C’è poi il giacinto, spesso di colore rosso – arancio: ci ricorda la gioia, che nasce dal portare Gesù e dall’incontrare gli altri, creando comunione, creando armonia, grazie anche a una semplice preghiera. Una visita può ridare vita, quando uno si sente cercato in modo gratuito, per il semplice fatto di esserci: allora, dal cuore di chi cerca e da chi è cercato, può sgorgare la gioia.
C’è poi lo zaffiro, di colore azzurro, che potrebbe richiamare lo stile della semplicità e gratuità con cui vivere questa visita: non cerchiamo e non vogliamo niente, se non pregare insieme nella semplicità (affermiamo, infatti, che le persone sono importanti unicamente per il fatto che sono amate da Dio – e non per tornaconto personale).
Il crisolito, spesso usato come gemma, ci ricorda che i fratelli che visitiamo sono il volto di Gesù. Gli altri sono gemme preziose.
Lo smeraldo verde, inoltre, ricorda la speranza che un gesto simile può riaccendere nel cuore di molte persone che, spesso, nella solitudine, attraversano i sentieri dello scoraggiamento.
Infine, abbiamo l’ametista, di colore viola: ci fa memoria della gratuità di questo gesto, con il quale non vogliamo pretendere niente, né vogliamo vedere dei risultati, bensì lasciare che lo Spirito Santo lavori, tramite noi e meglio di noi, come vuole e quando vuole, nel cuore delle persone incontrate e di chi va visitare.
Chiediamo al Signore anche noi di essere una chiesa, che, nel gesto della visita alle famiglie, possa riscoprire la preziosità delle nostra fondamenta e faccia risplendere la lampada, che è l’Agnello !

  don Davide
VII Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 14 ottobre 2018 (Is 43,10-21; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43)

VII Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 14 ottobre 2018 (Is 43,10-21; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43)

don Davide Milanesi

Oggi siamo di fronte a tre parabole che parlano del regno di Dio.
Conosciamo bene la prima: è quella della zizzania, nella quale il regno di Dio è paragonato ad un uomo che semina del buon grano.
La seconda, invece, paragona il regno di Dio al granellino di senape.
La terza, infine, lo paragona al lievito.
Gesù spiega la prima parabola, nella quale dice che quest’uomo che semina il buon grano è il Figlio dell’Uomo (termine utilizzato da Matteo per indicare il Messia: Gesù). È Gesù che semina il buon grano della Parola nel mondo. Gesù stesso è il regno di Dio.
Se Gesù è il regno di Dio, allora lo si può paragonare al granellino di senape, piccolo, che si nasconde nella terra, marcisce e fa crescere un albero molto grande, su cui possono posarsi gli uccelli. Se Gesù è il regno di Dio, allora lo si può paragonare al lievito che, nascosto e impastato con la farina, la fa lievitare.
Da queste due parabole, che seguono quella della zizzania, possiamo tratteggiare due caratteristiche di questo regno di Dio: la piccolezza e il nascondimento.
La piccolezza del granellino di senape dà vita ad un albero molto grande;
il lievito nascosto nella farina la fa lievitare per essere utilizzata come pasta.
Se piccolezza e nascondimento caratterizzano il regno di Dio, sono costitutive anche della vita di Gesù. Dio, in Gesù, si è nascosto per 30 anni a Nazareth. Dio ha scelto la piccolezza di un uomo, Gesù, per raccontarsi agli uomini, non ha fatto i fuochi d’artificio !
Per noi, cosa vogliono dire piccolezza e nascondimento ?
Ho provato a pensare alla piccolezza come la capacità di riconoscere il bene che abbiamo e facciamo per metterlo nelle mani di Dio. Tutti noi siamo capaci di fare qualcosa di bene; talvolta, in riferimento ai bisogni del mondo, il bene che facciamo ci sembra piccola cosa; in effetti, è piccolo il bene che possiamo fare, di fronte ai bisogni di questo mondo !
Ma la piccolezza è proprio la capacità di riconoscere quel poco di bene che sappiamo fare e abbiamo nel cuore, mettendolo nelle mani di Dio, così che possa diventare qualcosa di grande, sul quale molti potranno appoggiarsi per farsi forza.
Ho provato a pensare al nascondimento come la capacità di condividere la vita di tutti gli uomini, di stare in mezzo agli altri con lo stile di chi crede più nella forza irradiante del bene che nella indignazione nei confronti del male. Gesù, per trent’anni, rimane nascosto a Nazareth, senza denunciare il male, ma facendo il bene. Per tornare alla parabola della zizzania, potremmo dire: nascosti in questo mondo, preoccupati di far crescere il buon grano più che di cogliere la zizzania, perché solo così faremo fiorire il regno di Dio, che è il regno dell’amore.
Credere alla forza irradiante del bene è cercare di non amplificare il male, di non dargli voce: questo lo fanno già i mass media. Poiché lo scopo del male della zizzania è toglierci la voglia di fare il bene, il male vince, soprattutto, quando ci toglie la voglia di fare il bene.
La zizzania della furbizia ci toglie la voglia di seminare il buon grano dell’onestà, la zizzania della dell’egoismo ci toglie la voglia di seminare il buon grano della generosità, la zizzania della vendetta ci toglie la voglia di seminare il buon grano della misericordia.
Di fronte alle sfide di questo mondo, scegliamo anche noi di essere lievito e granellino di senape.
Scegliamo il tratto della piccolezza e del nascondimento. La piccolezza di chi riconosce che è piccola cosa il bene che facciamo, ma, se messo nelle mani di Dio, può diventare forza per molti. Il nascondimento di chi sta nel mondo, guardando al buon grano più che alla zizzania.

  don Davide
VI Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 7 ottobre 2018 (Is 45,20-24a; Ef 2,5c-13; Mt 20,1-16)

VI Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 7 ottobre 2018 (Is 45,20-24a; Ef 2,5c-13; Mt 20,1-16)

don Davide Milanesi

Mi piacerebbe che provassimo ad immaginare di essere noi i lavoratori di questa vigna. Anzi, mi piacerebbe che ciascuno si immaginasse, scegliendo lui di essere un lavoratore della prima ora o dell’ultima: ciascuno scelga quello che preferisce.
Ma, ancor di più, mi piacerebbe che provassimo ad immaginare il giorno dopo.
Cosa facciamo, il giorno dopo: andiamo o non andiamo a lavorare da un padrone che retribuisce in questo modo? Il giorno dopo, a che ora ci facciamo trovare sulla piazza?
Ho provato a pensare a tre tipi di soluzioni:
La prima: Il contestatore. Uno potrebbe decidere di non andare da un padrone così: è troppo fuori da ogni schema, come si fa a lavorare da uno così, che non riconosce le differenze, che non gratifica chi ha lavorato di più?
La seconda: il furbo. Vedendo la bontà del padrone, pensando che il padrone è un bonaccione, allora se ne approfitta, dunque si fa trovare sulla piazza all’ultima ora. Il furbo decide di lavorare un’ora, perché tanto prende sempre lo stesso.
La terza: il sindacalista. Prende, va a parlare con il padrone, cercando di spiegargli meglio come retribuire i suoi dipendenti, cercando di fargli fare un contratto che tenga conto di chi ha lavorato di più rispetto a chi ha lavorato meno, un contratto comprensivo di premio di produzione, tredicesima e quattordicesima: insomma, un contratto giusto, che si rispetti.
Cosa hanno in comune queste tre personaggi? La presunzione! La presunzione di sapere loro che cosa è giusto.
Il contestatore decide di non andare, perché sa che il padrone, facendo così, sbaglia perché non paga in base al merito; da uno che non premia chi merita, meglio non lavorare.
Il furbo, proprio in quanto furbo, se ne approfitta. È presuntuoso perché, pensando che il padrone sbagli, se ne approfitta.
Il sindacalista, per il fatto stesso che voglia spiegare al padrone come retribuire i suoi operai, vive, infine, nella presunzione di sapere cosa è giusto.
Insomma ciò che è giusto lo sanno i lavoratori e non il padrone; ciò che il padrone deve fare lo sanno i lavoratori.
Ma nella parabola vi leggiamo che è il padrone a dire: “ciò che è giusto, te lo darò”.La parabola mette in evidenza il fatto che noi siamo sempre pronti a costruirci un Dio a nostra immagine e somiglianza. Noi siamo proprio bravi a dire che Dio mi lascia libero, ma non proviamo a pensare che anche Dio è libero di fare ciò che vuole. Abbiamo sempre la tentazione di ingabbiare Dio dentro le nostre idee i nostri modi di pensare, viaggiamo sempre con la presunzione che Dio entri dentro le nostre logiche, invece di pensare che siamo noi ad essere chiamati ad entrare nella logica di Dio.
In realtà, oggi la parabola ci chiede di pensare il rapporto tra Dio e l’uomo come il rapporto tra due libertà: la mia e quella di Dio; talvolta, però, noi ci prendiamo la libertà di ingabbiare Dio, di vincolare Dio ai nostri bisogni.
Dentro questo rapporto libero, la parabola vuole farci scoprire la bontà di Dio. “Tu sei invidioso perché io sono buono”? dice il padrone a coloro che mormoravano.
La parabola ci mette di fronte al fatto che la bontà, di cui molti potrebbero approfittarsene, può generare invidia.
Noi chiediamo al Signore di lasciaci affascinare dalla sua bontà, una bontà che dovrebbe farci riconoscere gli uni gli altri come fratelli da amare e non persone da fregare, per cui, se Dio tratta con bontà e generosità i nostri fratelli, noi dovremmo essere contenti.
Lasciamoci affascinare dalla bontà di Dio: solo così, il giorno dopo, ci faremo trovare sulla piazza alla prima ora.

  don Davide
V Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 30 settembre 2018 (Dt 6,1-9; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-37)

V Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 30 settembre 2018 (Dt 6,1-9; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-37)

don Davide Milanesi

L’occasione, che permette a Gesù di raccontare la parabola del buon samaritano, nasce da una domanda che – se ci pensiamo bene – accomuna tutti: Cosa devo fare per ereditare la vita eterna ? L’eternità è la pienezza della vita, è un modo per dire “una vita non sciupata”. Per questo, la domanda del dottore della legge possiamo tradurla in questo modo: Cosa devo fare per non sciupare la vita ?
Noi intuiamo che la vita, che ci siamo trovati a vivere, dipende anche dalle scelte che facciamo. Possiamo sciupare un dono come quello della vita a partire dalle scelte che facciamo, da come decidiamo di giocarci questa nostra esistenza.
Gesù sembra suggerire che la strada per non sciupare la vita è legata al prossimo. Il dottore della legge chiede «chi è il mio prossimo?» e Gesù, dopo aver raccontato la parabola, chiede al dottore della legge chi sia stato prossimo. Gesù pare dire: «Non preoccuparti di chi devi aiutare: preoccupati, piuttosto, di aiutare chi si trova nel bisogno».
Per non sciupare la vita, bisogna assumere l’atteggiamento del farsi prossimo, del farsi vicino, del mettersi al servizio di chi è nel bisogno.
Tenendo sullo sfondo questa parabola, questo Gesù che invita ad uno stile di servizio per non sciupare la vita, entriamo nella festa della nostra comunità, per vedere e riconoscere come molte persone si mettano al servizio di essa.
Potremmo dire che la nostra comunità è abitata da diversi samaritani che, scesi dalla loro cavalcatura, si mettono a servizio degli altri. Scendere dalla cavalcatura è scendere dal percorrere la strada della vita, guidati dal criterio della comodità. Scendere dalla cavalcatura, per farsi vicino a chi ha bisogno, è farsi scomodare. Innanzitutto, è importante che ciascuno scenda dalla cavalcatura per farsi prossimo alle persone che ha vicino: come il proprio marito, la propria moglie i propri figli i propri genitori; farsi prossimo nella vita di tutti i giorni in ufficio a scuola al lavoro.
Quello del farsi prossimo è uno stile che ci deve accompagnare nel quotidiano. Se questo stile del farsi prossimo abita la mia vita quotidiana perché non pensare che ci sia un servizio in comunità, capace di arricchire la mia famiglia i mie figli ?
A volte, parlano di più i fatti che le parole: si semina, spesso, con più frutto, nel cuore dei nostri figli con l’esempio.
Vedere i propri genitori che, gratuitamente, si mettono insieme ad altri per costruire qualcosa di bello, di evangelico credo che sia una testimonianza che – a lungo andare – darà i propri frutti: diventa, infatti, la testimonianza che la vita non si sciupa, se la si spende per gli altri.
Vorrei che, all’inizio di questo anno, come comunità, avessimo un cuore che ringrazia per i tanti “samaritani” della nostra comunità. A partire da chi vive il servizio di consigliere, prendendo parte al consiglio pastorale parrocchiale, affinché si possano fare scelte sempre più evangeliche; a chi consiglia e aiuta, nell’amministrazione dei beni della parrocchia; a chi si rende presente per l’animazione liturgica (dal far parte nel coro, da chi aiuta nel servizio all’eucarestia come ministri straordinari o come lettori o come chierichetti).
C’è poi un servizio molto prezioso, certo impegnativo, che è quello di parlare di Gesù ai bambini nella catechesi. Chi parla di Gesù ai bambini oggi ? L’insegnante di religione ? Dobbiamo ammettere che abbiamo relegato l’annuncio di Gesù ai bambini all’istituzione statale e come comunità fatichiamo a parlare di Gesù ai bambini ? Eppure, se una comunità sta in piedi, è proprio grazie a questo Gesù che siamo chiamati ad annunciare.
C’è il servizio educativo dei giovani verso i più piccoli del post cresima, nell’aiutarli a comprendere come una vita con Gesù non sia sciupata.
C’è il servizio di chi aiuta i ragazzi delle medie nello studio, con il dopo scuola.
C’è il servizio dell’allena-educatore che, attraverso la disciplina dello sport, prepara quelle condizioni umane affinché un ragazzo, un giovane possa aprirsi alla fede.
C’è tutto il servizio della Caritas, attraverso il centro di ascolto e la Bottega Amica, che aiuta davvero molte persone, spesso per terra, nel cammino della vita, a tentare di rialzarsi.
Ci sono altri sevizi legati alla cucina nelle feste, nei ritiri, durante l’oratorio estivo. Preparare da mangiare per qualcuno, in un momento di festa, oppure in un ritiro è invitarlo ad uscire dalle proprie solitudini per stare con gli altri, per condividere un momento con altre persone.
C’è, poi, un punto di ristoro, in oratorio, come quello del bar, che offre sempre qualcosa di fresco e di dolce a chi lo desidera.
C’è, inoltre, tutto un servizio di segreteria, che diventa il primo volto accogliente di chi si affaccia alla nostra chiesa.
C’è anche il servizio, umile e nascosto, di chi tiene pulito e in ordine i nostri ambienti per dire la dignità di chi li frequenta.
Ancora, c’è chi, attraverso il teatro e l’arte della musica, ci aiuta a condividere momenti belli, che danno respiro al cuore, perché capaci di toccare valori in cui crediamo.
C’è, infine, chi, sfidando l’individualismo del nostro tempo, si associa per mettersi al servizio delle famiglie.
Sono molti i samaritani che si mettono al servizio di questa comunità: se ho dimenticato qualcuno, chiedo scusa !
Se uno guarda il telegiornale, oppure clicca sull’app delle news sul telefonino, non trova i volti dei tanti samaritani presenti nella nostra comunità per cui oggi rendere lode al Signore.
Se, nel nostro cuore, si fa breccia la sensazione di sentirci come il sacerdote e il levita della parabola, non continuare a passare oltre, ma torna indietro: c’è sempre la possibilità di dire, come introduce il vangelo la figura del samaritano, “invece”. Possiamo anche noi, guardando alla nostra vita, dire: “invece”, io mi metto al servizio di questa comunità, perché è nel farsi prossimo che non si sciupa la vita.
Per dirla con una canzone di Ligabue: “metti in circolo l’amore”. Non continuiamo a lamentarci del nostro tempo, del nostro mondo ma mettiamo in circolo l’amore.
Per trovare il coraggio, lo slancio per fare questo dobbiamo curare il nostro cuore.
Il samaritano scende dalla cavalcatura perché prova compassione. C’è un farsi prossimo che nasce da un cuore compassionevole.
Il samaritano ha un cuore che sente le sofferenze dell’altro per questo ne vede i bisogni: il suo non è un cuore indurito, gelido, freddo, amareggiato per tanti screzi, che la storia, spesso, può aver procurato. Il cuore del samaritano va al di là di tutto questo.
Chi può curare il nostro cuore, affinché non si indurisca e non rimanga diffidente e scoraggiato è solo il Signore Gesù.
Per questo, vorrei, durante quest’anno, in cui il nostro vescovo ci chiede di riscoprire la nostra vita come un pellegrinaggio, invitare tutti a dei momenti comunitari dove contemplare il mistero di Dio, dove stare davanti a Dio, perché possa sciogliere alcune durezze del nostro cuore e, in questo cammino della vita, renderci sempre più come il samaritano. Ne “Il seme” trovate spiegato meglio il cammino di quest’anno, con gli appuntamenti in cui convergere come comunità. Vogliono essere momenti dove ci fermiamo e lasciamo che il Dio di Gesù conformi sempre più il nostro cuore al Suo, così da essere sempre più come il samaritano, con il coraggio di dire diversi “invece” nella nostra vita: molti fanno così, io “invece” posso fare diversamente .
Vorrei incoraggiare ciascuno a farsi avanti, con il cuore del samaritano, a dire le proprie disponibilità; io non rinuncerò a chiedere. Qualcuno potrebbe rendersi disponibile come lettore, oppure entrando nel coro della domenica; qualcuno potrebbe rendersi disponibile come catechista, come allena-educatore, come volontario del dopo scuola, come volontario alla Bottega Amica, come volontario nel tener puliti gli ambienti della parrocchia e la chiesa stessa: qualcuno si è fatto avanti e ringrazio, ma, se si aggiungesse ancora qualcuno, potremmo fare sempre meglio.
Lo so: la vita è già complessa e frenetica ed è giusto che ciascuno si faccia prossimo lì dove la vita lo chiama nel quotidiano, ma, se qualcuno riuscisse a capire che può scendere dalla cavalcatura e farsi vicino ai bisogni della comunità, alzi la mano.
Una prima richiesta è legata al fatto che quest’anno, da novembre, vorrei fare visita alle famiglie, portando gli auguri di Natale. Vorrei dividere la parrocchia in tre zone e, nel giro di tre anni, visitare tutte le famiglie; c’è bisogno di volontari, che portino gli auguri agli altri due terzi della parrocchia. Mi pare che questo possa essere un servizio circoscritto nel tempo prima di Natale, ma che possa rappresentare il cuore del samaritano, che si fa vicino gratuitamente alle persone.
Chiudo dicendo “grazie” ai tanti samaritani della nostra comunità: per questo, non ci resta che fare festa !

  don Davide
IV Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 23 settembre 2018 (1Re 19,4-8; 1Cor 11,23-26; Gv 6,41-51)

IV Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 23 settembre 2018 (1Re 19,4-8; 1Cor 11,23-26; Gv 6,41-51)

don Davide Milanesi

Oggi troviamo i Giudei che mormorano contro Gesù perché dice di provenire dal cielo.
Da una parte, abbiamo Gesù che ha affermato le sue origini celesti – quindi, divine - e, dall’altra, i giudei che sminuiscono tutto questo e che riducono Gesù a uno di loro. Assistiamo, conseguentemente, ad un’operazione di “riduzione” della figura di Gesù da parte dei Giudei.
Ho provato a pensare che anche noi siamo questi Giudei, tutte le volte che riduciamo Gesù o che lo sminuiamo.
Proviamo a pensare al tempo ridotto che dedichiamo a Gesù; proviamo a pensare a quando, nella nostra vita, pensiamo che tutto dipenda da noi, come se il Dio di Gesù non c’entrasse niente con la nostra vita.
Ci sono ambiti della vita in cui Dio non entra: lo abbiamo ridotto, relegato a poca cosa.
Nel Vangelo, Gesù, di fronte a questa mormorazione, sembra non agitarsi: al contrario, è consapevole che la fede in Lui è un dono del Padre.
Con quelle parole (“Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre”), Gesù ci ricorda come la fede sia un dono.
L’azione di riduzione della figura di Gesù viene contrastata dall’agire del Padre, che ci attira verso Gesù. È il Padre che apre il nostro cuore alla fede.
Mi sono chiesto: quando noi facciamo esperienza, nella vita, di un Dio che è Padre e che ci attira, che crea le condizioni di possibilità affinché il nostro cuore si apra alla fede ?
Potremmo riformulare la domanda in questo modo: è possibile rinvenire, nella vita, esperienze in cui avvertiamo che Dio ci attira ? Nella vita è possibile fare esperienza di Dio ?
La vita ci offre esperienze in cui intuiamo che la vita stessa non è nelle nostre mani, ma ci supera e diciamo che è nelle mani di qualcuno o qualcosa di più grande di noi ? La vita può regalarci alcuni passaggi in cui si risveglia in noi la nostalgia di Dio ?
Se così fosse, potremmo dire che la vita è questo Padre che ci attira.
Ho provato a pensare che, effettivamente, nella vita, se noi stessimo attenti, vi sono esperienze che ci fanno intuire che la vita stessa è nelle mani di qualcosa e qualcuno più grande di noi.
Prendo un primo esempio dall’esperienza dell’amore tra un uomo e una donna. Dove trova il coraggio uomo o una donna di dire all’altro “ti amerò per sempre” ? Non si può trovare questo coraggio in se stessi perché, se uno è onesto, sappiamo quanto la nostra umanità sia segnata da molte contraddizioni, da quanto siamo fragili e incoerenti; eppure, l’amore verso l’altro ci porta fuori da noi stessi e ci fa dire all’altro “ti amerò per sempre”. Non si può trovare il coraggio di dire “ti amerò per sempre” nemmeno nell’altro a cui lo si dice perché anche l’altro, in quanto appartenente alla carovana dell’umanità, rimane segnato dalle proprie contraddizioni e fragilità.
L’esperienza dell’amore è qualcosa di più grande di noi. Non a caso, noi diciamo che Dio è amore. Dentro l’avventura amorosa, noi percepiamo di essere portati da qualcosa di più grande di noi.
Per questo, diciamo cose più grandi di noi, che ci superano. Per questo si viene a dire in Chiesa “ti amerò per sempre”: per chiedere a Dio che ci aiuti a sostenere questa promessa di un amore per sempre.
Vi sono, poi, quelle esperienze che ci fanno avvertire la solitudine e, dentro la solitudine, noi intuiamo che la vita stessa non è nelle nostre mani, bensì ci supera. Ci sono alcuni passaggi della nostra vita in cui avvertiamo la solitudine (quando siamo chiamati ad assumere alcune responsabilità oppure, nell’esperienza della malattia, quando, nonostante ci siano vicine molte persone, ci accorgiamo che dobbiamo affrontare da soli una terapia oppure un intervento e nessuno può sostituirsi mettersi al nostro posto). In queste situazioni di solitudine, spesso si avverte che non comandiamo noi la nostra vita, ma c’è qualcosa di più grande di noi che la sostiene e la guida.
A volte, esprimiamo questa nostra sensazione accendendo una candela, oppure facendo un segno di croce, senza sapere cosa stiamo facendo; tuttavia, essa è pur sempre una forma di affidamento a qualcosa e qualcuno più grande di noi.
Infine, l’esperienza stessa della morte, che (apparentemente) ci toglie tutto e sembra essere più forte della vita stessa, ci interroga sul fatto che possa aprirsi qualcosa di più grande di noi, che raccolga tutta la nostra vita, senza farla cadere nel vuoto.
Queste esperienze, che la vita ci offre, ci fanno dire che c’è qualcosa più grande di noi, su cui fondare la nostra vita.
Queste esperienze sono la modalità con cui possiamo farci attirare dal Padre; sono anche la condizione che rende possibile riconoscere in Gesù il volto di questo qualcuno più grande di noi.
La fede non è altro che dare il volto di Gesù a questo qualcosa, qualcuno di più grande di noi, che sostiene la vita, di cui possiamo fare esperienza nella vita stessa.
Se, nella nostra vita, abbiamo compiuto, come i giudei, un’operazione di “riduzione” della figura di Gesù, chiediamo al Padre di attirarci a lui attraverso le molteplici esperienza che la vita ci offre.
Chiediamo al Padre di risvegliare in noi la nostalgia di Dio, così da riconoscere Gesù come il Pane vivo, disceso dal cielo (e non - solo - il figlio di Giuseppe).

  don Davide
III Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 16 settembre 2018 (Is 32,15-20; Rm 5,5b-11; Gv 3,1-13)

III Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 16 settembre 2018 (Is 32,15-20; Rm 5,5b-11; Gv 3,1-13)

don Davide Milanesi

“ Mi sono fatto prete perché mi piace passare con la gente tutti i momenti, quelli tristi come quelli allegri.
In una giornata puoi fare un battesimo, un servizio funebre, vedi una famiglia che ha avuto un certo problema, stai con i bambini, con i ragazzi, fai molte cose, e arrivi a sera pieno di una montagna di esperienze, di grida, di gemiti, di gioie e di tristezze.
E che cosa ti insegna tutto questo dal punto di vista umano e spirituale ?
Ti insegna a mettere tutto nelle mani di Dio perché tu non sei redentore di niente, al massimo accompagni e in qualche modo fai presente Gesù in quella situazione di sofferenza o di gioia.
È questo che ti può far stare bene, contento, allegro, di buon umore e senza volerti sottrarre.
E così dire messa non diventa mai un’abitudine.
Com’è triste il prete che consacra soltanto l’eucaristia e non l’esistenza !
Sono consacrato per consacrare la vita, la realtà, la quotidianità. È la cosa più grande.
Essere prete è un modo di stare nella vita, un modo di esistere, e ci si trova la felicità.
Sono felice di questa vocazione, succeda quel che succeda.


Padre Facundo Berretta Cura villeros a Buenos Aires

In questa giornata per il Seminario concedetemi di dire una parola sul seminario e sulla figura del prete.
Per questo sono partito da questa citazione sull’essere prete, nella quale mi ritrovo, scritta da un prete che vive il suo ministro nella miseria di Buenos Aires.
Parlare del Seminario è parlare di quel percorso formativo che ha come punto di arrivo l’ordinazione presbiterale di un giovane (o meno giovane) e come punto di partenza un giovane che ha intuito nel ministero ordinato - nel farsi prete - la possibilità di trovare la felicità della propria vita.
Il lavoro che il seminario compie è quello custodire e coltivare questa intuizione presente nel giovane che bussa alla porta del seminario.
Il seminario, con la sua proposta formativa, cerca di educare le umanità dei giovani che si presentano attraverso la vita comunitaria, la vita di preghiera, lo studio della teologia, le esperienze pastorali che nei sei anni di seminario un giovane vive.
Il Vangelo ascoltato può aiutarci a cogliere qualcosa del percorso formativo del seminario.
Nel del dialogo tra Gesù e Nicodemo, Cristo parla di questo nascere dall’alto e spiega a Nicodemo che questo nascere dall’alto è nascere dallo Spirito.
Come ci ha ricordato Isaia nella prima lettura: In noi sarà infuso uno spirito dall’alto.
Nascere dall’alto come nascere dallo Spirito è certamente un essere guidati dallo Spirito di Gesù, chi è guidato dallo Spirito diventa uomo di comunione. Lo Spirito crea comunione e uomini guidati dallo Spirito sono uomini di comunione.
Un giovane che diventa prete, come ogni cristiano, è chiamato a lasciarsi guidare dallo Spirito di Gesù e creare comunione: il prete crea comunione ripetendo le parole e i gesti di Gesù nell’Eucarestia e nel sacramento della Penitenza.
Le parole e i gesti di Gesù che un prete ripete sono quelli che vive nell’Eucarestia.
Il pane spezzato e il vino versato, fonte di comunione di una comunità, plasmano la vita di un prete affinché sia un uomo di comunione con le sue parole e gesti. Noi sperimentiamo come nella comunione si trova la felicità; così, in tutto questo, un prete trova la gioia della sua vita. Anche nell’offrire il perdono di Dio, un prete diventa uomo di comunione; se ci pensiamo bene, quante volte il perdono ha ristabilito la comunione tra le persone !
Qualche dato: attualmente in seminario ci sono circa 130 giovani distribuiti su 7 anni ( corso P 7; 1 Th 17; 2Th 29; 3 Th 18; 4Th 14; 5Th 22; 6 Th 15; TP 5), per una media poco inferiore di 20 preti all’anno. L’età media è di 26 anni.
Quando un giovane intuisce che può trovare la felicità vivendo da prete, il seminario non fa altro che accogliere questa intuizione per custodirla e coltivarla.
Una volta diventato prete, questo giovane è chiamato a ripetere i gesti e le parole di Gesù, affinché la comunione tra le persone a lui affidate sia sempre più forte.
La ripetizione delle parole e dei gesti compiuti da Gesù plasma tutta la sua vita, così che il sacerdote non consacra solo l’Eucarestia, bensì, tutta la vita, affinché come abbiamo ascoltato da padre Facundo:

È triste il prete che consacra soltanto l’Eucaristia e non l’esistenza!
Sono consacrato per consacrare la vita, la realtà, la quotidianità. È la cosa più grande.
Essere prete è un modo di stare nella vita, un modo di esistere, e ci si trova la felicità.
Sono felice di questa vocazione, succeda quel che succeda.


Detto questo, non ci resta che pregare, cosicché molti giovani possano intuire che, in una vita che ripete i gesti di Gesù, è possibile trovare la propria felicità, perché è una vita che crea comunione.
Sulle panche, potete trovare e prendere l’immaginetta con la preghiera per le vocazioni.
 

  don Davide

 

II Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 9 settembre 2018 (Is 63,7-17; Eb 3,1-6; Gv 5,37-47)

II Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 9 settembre 2018 (Is 63,7-17; Eb 3,1-6; Gv 5,37-47)

don Davide Milanesi

Nel Vangelo, troviamo un Gesù che usa parole molto forti e dure nei confronti dei Giudei: Non avete mai ascoltato la voce del Padre, non avete mai visto il suo volto, la parola di Dio non rimane in voi, non credete in colui che ha mandato, non volete venire a me per avere vita, non avete in voi l’amore d Dio, non cercate la gloria che viene da Dio.
Queste parole di Gesù descrivono i Giudei con un cuore molto duro, un cuore impermeabile.
Ma da dove nascono queste parole molto forti di Gesù nei confronti dei Giudei ?
Nascono dal fatto che Gesù ha guarito un uomo paralitico da 38 anni, ma la guarigione è avvenuta in giorno di sabato. I Giudei, invece di gioire per la guarigione di quest’uomo, cominciano a perseguitare Gesù e, dice il Vangelo, cercavano di ucciderlo.
Di fronte ad un’opera di Dio (la guarigione del paralitico), invece di accoglierla e lasciare andare il cuore alla gioia, lo si indurisce; anzi: il cuore diventa cattivo e vuole uccidere Gesù stesso.
Quando il cuore si indurisce, perde i tratti della compassione, della tenerezza e il linguaggio sputa parole mortali, volgari, dimenticandosi delle parole gentili che esprimono accoglienza e compassione.
I Giudei dal cuore indurito, alla fine, cercano di uccidere Gesù. È la durezza del cuore che porta alla volontà di uccidere. Uccidere qualcuno è la massima espressione del rifiuto; tuttavia, si può rifiutare qualcuno anche attraverso il linguaggio che usiamo.
Il linguaggio del rifiuto non conosce le parole dell’accoglienza. Il cuore indurito non sa accogliere.
Linguaggi non accoglienti portano lontano dalla vita.
È da notare come l’accoglienza di una vita (pensiamo al parto) sia sempre qualcosa di molto doloroso: si accoglie una nuova vita nel dolore, ma quell’accoglienza per una nuova vita porta grande gioia.
L’accoglienza ha un prezzo a volte doloroso, ma è l’unica via per restare sulle vie dalla vita e non andare verso sentieri di morte.
Per questo, Gesù, che è la vita, usa parole molto dure contro i Giudei. I Giudei non accolgono l’opera di Dio e vanno verso una volontà di morte nei confronti di Gesù.
Possiamo fare nostre le parole del profeta Isaia: Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?
Come fare allora perché il nostro cuore non si indurisca e non si esprima con il linguaggio del rifiuto che porta lontano dalla vita ?
Le prime parole del profeta Isaia ci suggeriscono quale sia la via per non indurire il cuore: Voglio ricordare i benefici del Signore, quanto egli ha fatto per noi.
Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia.

Se nel nostro cuore si affollano pensieri tristi, sfiduciati, che alimentano rancore e portano ad indurire il nostro cuore, oggi vogliamo fare la scelta di ricordare i benefici del Signore, vogliamo ricordare come ci ha trattato con misericordia e secondo la grandezza della sua grazia.
Il ricordo dei benefici del Signore è una scelta. Fare memoria del bene ricevuto è innanzitutto un atto della volontà.
Per questo, dimenticare i benefici ricevuti è un peccato, perché è la volontà che non si esercita nel ricordare i benefici ricevuti.
È la memoria dei benefici ricevuti dal Signore che ci permette di custodire un cuore compassionevole, un cuore che porta ad un linguaggio accogliente, così da non percorrere sentieri che portano lontano dalla vita.
Dire poco spesso la parola «grazie» è un peccato e rischiamo di indurire il nostro cuore. Celebrare l’eucarestia alla domenica è un modo per dire grazie al Signore dei benefici ricevuti, è custodire un cuore compassionevole; al contrario, disertare l’Eucarestia rischia di lasciare che il nostro cuore si indurisca.
Nel silenzio della nostra preghiera, facciamo memoria al Signore dei Suoi benefici, così da evitare che il nostro cuore diventi duro e vada lontano dalle vie della vita.

 

  don Davide

 

I Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 2 settembre 2018 (Is 29,13-21; Eb 12,18-25; Gv 3,25-36)

I Domenica dopo il martirio di s. Giovanni - Domenica 2 settembre 2018 (Is 29,13-21; Eb 12,18-25; Gv 3,25-36)

don Davide Milanesi

In questi giorni, mi è capitata una cosa molto strana. Navigando su internet e curiosando nei vari profili Facebook, ho trovato il profilo di Gesù di Nazareth. All’inizio, non ci credevo; poi, guardando bene, me ne sono accertato: era proprio lui !
Nome: Gesù; cognome: il Cristo; lavoro: carpentiere; vive: nel cuore di ogni uomo e donna di buona volontà.
Soprattutto, però, sono rimasto colpito quando ho guardando lo status; pensavo “single”, invece c’era “occupato”.
Oh, cavolo: vuoi vedere che Dan Brown, con il suo Codice da Vinci, aveva ragione? Invece no !
Guardando bene sulla bacheca, Gesù ha postato una foto del banchetto di nozze a Cana di Galilea, dove trasforma l’acqua in vino (foto che ha riscosso molto successo, perché ha preso molti like, da parte di tanti amanti del vino).
Pensandoci bene, quella foto è un indizio per capire lo stato “occupato” di Gesù. Perché, a quel banchetto di nozze, non si dice il nome dello sposo, ma lo sposo è colui che dona il vino buono e chi dona il vino buono è Gesù.
Dunque ,Gesù è lo sposo.
Qui, la domanda da gossip sorge spontanea: chi è la sposa ?
Non si dice nemmeno il nome di lei, ma quel banchetto di nozze avviene al sesto giorno ed esso evoca immediatamente il giorno in cui Dio crea l’uomo e la donna: la sposa di Gesù è tutta l’umanità, per questo Gesù vive nel cuore di ogni uomo e donna di buona volontà.
Tutto questo per dire che c‘è un legame tra Gesù e ciascuno di noi, che possiamo rileggere attraverso la simbolica sponsale, che anche Giovani Battista utilizza nel brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, definendosi: “L’amico dello sposo”. Gesù è lo sposo.
Se, per qualcuno, sentirsi la sposa di Gesù provoca un po’ d’imbarazzo, credo che, invece, l’espressione “amico dello sposo” possa interpretarci e rileggerci meglio tutti. Infatti, Gesù, dalla sua pagina di FB, ha inviato la richiesta di amicizia per ciascuno di noi.
Ciascuno di noi, come Giovanni Battista, può sentirsi l’amico dello sposo.
Di fronte alla richiesta di amicizia di Gesù, noi cosa rispondiamo ? Accettiamo !
Ma cosa vuol dire per noi essere amici di qualcuno: è semplicemente cliccare sul tasto accetta ? Oppure, essere amici di qualcuno è qualcosa di più impegnativo ?
Un’amicizia si coltiva, la si sceglie: non è come i fratelli e sorelle, che uno si ritrova accanto, senza poter fare nulla; gli amici si scelgono, per questo c’è tutta la responsabilità nel dover coltivare l’amicizia, mettendoci in ascolto dell’amico nei momenti belli e in quelli brutti, sia che me la senta oppure non me la senta.
Gesù, il nostro amico, ci parla attraverso la Scrittura. Spesso, poi, con gli amici ci si siede a tavola, si pranza o si cena con loro e ci si ascolta in modo gratuito. Gesù, il nostro amico, tutte le domeniche ci invita a sederci a mensa con lui, durante l’Eucarestia.
Sta per iniziare un nuovo anno pastorale: perché quest’anno, tra le tante amicizie che coltiviamo, non ci impegniamo a coltivare l’amicizia con Gesù, così da poter dire, come Giovanni Battista: “anch’io sono l’amico dello Sposo” !
All’inizio di quest’anno, clicchiamo il tastino “accetta”, alla richiesta di amicizia di Gesù ?
Un’ultima cosa: secondo voi che immagine di profilo ha usato Gesù per la sua pagina FB ? Dopo Messa, raccolgo proposte !

  don Davide
XIII domenica dopo Pentecoste - Domenica 19 agosto 2018 (2Cr 36,17c-23; Rm 10,16-20; Lc 7,1b-10)

XIII domenica dopo Pentecoste - Domenica 19 agosto 2018 (2Cr 36,17c-23; Rm 10,16-20; Lc 7,1b-10)

don Davide Milanesi

Oggi ci troviamo di fronte a due persone, distanti tra loro: Gesù e il Centurione. Distanti, per diversi motivi.
Innanzitutto, Gesù era ebreo, mentre il centurione era romano. Gesù, poi, non aveva nessun potere terreno, mentre il centurione aveva il potere di controllo sull’intera città. Gesù era un circonciso cresciuto secondo la legge di Mosè, il centurione era invece un pagano; infine, Gesù era un uomo disarmato, mentre il centurione aveva una spada e comandava cento soldati (la centuria).
Come è possibile che questa distanza sia diventata prossimità ?
Un primo aspetto è legato all’amore. C’è l’amore del centurione per il suo servo e l’amore del centurione per il popolo d’Israele, che Gesù stesso ama. Un amore, che porta il centurione ad avvicinarsi piano piano a Gesù in modo disarmato. Il centurione, con quel suo continuo dire «non sono degno», è un po’ come se si spogliasse della sua spada e del suo potere. Un amore, che porta il centurione a riconoscere che la sua parola di comando, la sua parola autoritaria, imperativa, spesso usata per comandare la centuria, in realtà non può nulla sulla vita del suo del servo.
È bene disarmarsi, riconoscere il limite del proprio potere, della propria parola, per affidarsi a una parola più potente e forte, come quella di Gesù.
Una parola, quella di Gesù, che può ridare vita.
Tutti noi, come il centurione, abbiamo fatto esperienza della forza della parola.
Ogni parola porta con sé un dono: ci sono parole che portano in sé il dono della vita e parole che portano, invece, alla morte.
Ogni parola che ascoltiamo porta in sé un dono, cioè offre qualcosa.
Vi sono parole che offendono e portano con sé il dono del risentimento della rabbia. Vi sono parole, come quelle della cronaca, che informano su avvenimenti spiacevoli, che ci donano rabbia, tristezza, magari sfiducia nel futuro.
Vi sono parole di complimento: parole benevole, che ci donano gratificazione e gusto per la vita.
Vi sono parole che promettono, di fronte alle quali, però, rimaniamo scettici e dubbiosi.
Vi sono parole di perdono, che portano il dono della fiducia e del coraggio.
La parola di Gesù – il centurione l’aveva capito – è una parola che porta in sé il dono della vita. Anche noi veniamo in chiesa per ascoltare una parola che ha la forza di riaccendere il gusto per la vita. Durante la Messa, infatti, chiediamo sempre questo: Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma di soltanto una parola e io sarò salvato. Sarò salvato dal malessere della vita, sarò salvato dalla morte, perché la tua parola mi può ridare gusto per la vita, può ridare entusiasmo per la vita.
Tutto questo è possibile, se noi, come il centurione, veniamo a Gesù disarmati, abbandonando i segni del potere, i segni della nostra dignità: ciò che dà dignità ad un uomo e una donna, infatti, è l’amore di Dio, che percepiamo anche dalle parole di Gesù.
Chiediamo al Signore di saper venire a lui disarmati, così da raccogliere la sua parola potente e forte, che riaccende in noi il gusto per la vita.

 

  don Davide
XII domenica dopo Pentecoste - Domenica 12 agosto 2018 (Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15)

XII domenica dopo Pentecoste - Domenica 12 agosto 2018 (Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15)

 

don Davide Milanesi

Credo che la pagina di Vangelo ascoltata possa aiutarci a riflettere su una conversione che, come Chiesa, siamo chiamati a vivere. La conversione: da una Chiesa che convoca ad una Chiesa che invia.
La Chiesa che invia è la Chiesa in uscita.
Sono due modelli di Chiesa che vanno entrambi bene; si tratta di vedere, oggi, quale di questi debba essere maggiormente sostenuto.
La Chiesa in uscita, presentata nel Vangelo, riceve un mandato preciso da Gesù ed è quello di annunciare il regno di Dio.
Questo annuncio avviene attraverso le guarigioni e la sobrietà della vita: infatti, Gesù chiede di non procurarsi argento, oro, né due tuniche, né sandali, né bastone.
Vorrei soffermarmi sulle guarigioni o, meglio, su quelle azioni che Gesù elenca: guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni.
Questo tipo di azioni può sembrarci lontano, anacronistico; ma potremmo darne un’interpretazione, così da sentirle attuali.
Gli infermi sono coloro che hanno dei “blocchi” da un punto di vista della salute fisica.
Quanta gente, però, è inferma nel cuore, cioè ha dei “blocchi” che non le permettono slanci di generosità!
A volte possono essere antipatie, altre volte possono essere convinzioni che non hanno niente a che vedere con il Vangelo e che non le permettono di andare incontro agli altri in modo evangelico.
A volte, queste infermità sono delle paure, che bloccano la nostra azione caritativa. Annunciare il Regno dei cieli è guarire questo tipo di infermità che blocca una vita evangelica.
Risuscitare i morti: non dobbiamo pensare solo a quelli che stanno al cimitero. Proviamo pensare a quelle persone che hanno perso il gusto per la vita.
Quanta gente cammina, è in piedi, ma non ha voglia di vivere!
Annunciare il regno di Dio, allora, è aiutare le parsone a trovare gusto per la vita.
Purificate i lebbrosi: forse non ne vediamo in giro, dalle nostre parti.
La lebbra si manifesta con un puntino bianco e poi, piano piano, fa marcire la carne, finché si “mangia” la carne di una persona.
Proviamo a pensare a quelle lebbre che fanno marcire il nostro cuore: alla lebbra del rancore e del risentimento, che inizialmente si manifesta con un pensiero, ma poi, se gli diamo ascolto, diventa un vortice di pensieri che, talvolta, si trasforma in odio. C’è poi la lebbra dell’amarezza, che, piano piano, toglie al nostro cuore la possibilità di commuoversi.
Queste lebbre tolgono al nostro cuore la capacità di sentire le sofferenze degli altri: diventiamo uomini e donne senza cuore.
Annunciare il Regno di Dio è aiutare le persone a purificarsi dalla lebbra dell’amarezza e del rancore.
Infine, scacciare i demoni. Il mistero del Male è colui che divide.
Quante volte, la nostra lingua diventa un piccolo demonio che sputa parole che portano divisione.
Annunciare il regno di Dio è scacciare dalla nostra lingua le parole che dividono.
Chiediamo al Signore Gesù di essere una Chiesa in uscita, che sappia incontrare la gente del nostro tempo, annunciando il regno di Dio con la sobrietà della vita, guarendo gli infermi, resuscitando i morti, purificando i lebbrosi e scacciando i demoni.
 

  don Davide
X domenica dopo Pentecoste - Domenica 29 luglio 2018 (1Re 7,51-8,14; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16)

X domenica dopo Pentecoste - Domenica 29 luglio 2018 (1Re 7,51-8,14; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16)

 

don Davide Milanesi

Mi colpisce la descrizione che l’evangelista compie di questa arrabbiatura di Gesù, in particolare il passo in cui dice che rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe.
Mi piace pensare che, con questo rovesciare i tavoli e le sedie, Gesù ci inviti a rovesciare il nostro modo di pensare a Dio, ci chiede di rovesciare il nostro modo di rapportarci a Dio. A volte, questo gesto di Gesù che rovescia i tavoli dei cambiamonete diventa il fondamento biblico per legittimare degli accessi di collera che, invece, nascono solo dal nostro amor proprio ferito. Invece, più che legittimare le nostre arrabbiature, tale atto di Gesù può essere letto come un invito a rovesciare l’immagine di un volto di Dio che si allontana da quello raccontato dal Maestro. Forse, Gesù ci sta dicendo che l’unico motivo serio per cui arrabbiarsi è rappresentato da chi sfigura il volto di Dio.
La presenza di questi cambiamonete nella casa di Dio, il tempio, può essere riletta come il segno di un rapporto con Dio di tipo commerciale (“io do una cosa a te e tu dai una cosa a me”): ti do del tempo per la preghiera, per gli altri, io faccio delle cose per te, tu devi fare qualcosa per me. I cambiamonete simboleggiano un rapporto con Dio di tipo commerciale, basato sul dare e avere.
Gesù, nel rovesciare i tavoli e le sedie, sembra invitarci a ribaltare questa modalità di vivere il nostro rapporto con Dio.
Magari, noi adesso stiamo pensando che noi non siamo dei cambiamonete, non viviamo con Dio un rapporto di tipo commerciale. Vorrei tentare di andare a trovare alcune parole tipiche del mondo commerciale, che possono entrare nel nostro rapporto con Dio, per rovesciarle e trovarne altre più aderenti al Vangelo. Una prima parola mi sembra possa essere la parola “sconti”, “ribassi”, “saldi”. Quante volte anche noi, nel nostro rapporto con Dio, ci facciamo degli sconti!
«Signore, ti ho già dato tanto… basta così!», e scontiamo tempi di preghiera, gesti di misericordia e generosità solo per il fatto che “abbiamo già fatto tanto per il Signore”. Quindi, nel nostro rapportarci con Dio, non siamo poi così lontani da una logica commerciale.
La parola “sconti”, tipica del mondo commerciale andrebbe rovesciata con quella parola evangelica che troviamo in Gv 13, dove Gesù nell’amarci non si fa sconti, ma va fino alla fine. Gesù non ha dato tanto all’uomo: ha dato tutto. La parola “sconti” va rovesciata e trasformata con la parola “li amò sino alla fine”. Un’altra parola tipica del commercio è la parola convenienza. Un affare conviene o non conviene. «Non conviene dire quelle cose, anche se sono evangeliche ! Poi rischio di perdere la faccia, rischio di perdere alcune comodità !». Quando pensiamo in questo modo, il criterio della convenienza è la ricerca della comodità, la ricerca di un benessere personale.
Credo che un rapporto con Dio di tipo commerciale ci porti a quella che il Papa, nella Evangelii Gaudium chiama la mondanità spirituale: (93) La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo».
La parola “convenienza”, tipica del mondo commerciale, andrebbe rovesciata con quella parola evangelica che, pur appartenendo al mondo del commercio, riteniamo comunemente sia meglio evitarla. È la parola pronunciata da Giuda a Betania, nei confronti della donna che rompe il vasetto di nardo: spreco. Quello che, agli occhi di Giuda, è considerato uno spreco, per Gesù è un’opera buona e bella, che ha il sapore dell’eternità.
Vi sono delle scelte, che profumano di Vangelo, che, agli occhi del mondo, sono uno spreco. La preghiera stessa, agli occhi del mondo, rischia di essere vista come uno spreco di tempo; non a caso, Gesù, mentre rovescia tavoli e sedie cita la scrittura: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni, voi invece ne avete fatto un covo di ladri.
Così alcune scelte evangeliche agli occhi del mondo appaiono uno spreco ma agli occhi di Gesù sono opere buone.
La parola convenienza va rovesciata e trasformata con la parola “spreco.” Di fronte a questo Gesù che rovescia tavoli e sedie, lasciamo che rovesci anche il nostro modo di rapportarci con Dio, fatto di sconti e convenienza, in un rapporto che ama fino alla fine e sappia “sprecarsi” per amore di Gesù.











 

  don Davide

 

IX domenica dopo Pentecoste - Domenica 22 luglio 2018 (2Sam 6,12b-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38)

IX domenica dopo Pentecoste - Domenica 22 luglio 2018 (2Sam 6,12b-22; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38)

 

don Davide Milanesi

Oggi, più che una riflessione, vorrei che ci lasciassimo provocare da un’immagine.
L’immagine viene da questo Davide che danza davanti all’arca di Dio.
Vorrei soffermarmi sull’immagine della danza, quale modo di stare davanti a Dio.
Sembra che il testo ci suggerisca che questa danza di Davide sia espressione di una gioia incontenibile: infatti, la lettura inizia dicendo che “Davide fece salire l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla città di Davide, con gioia”.
Insomma: Davide, davanti all'arca, davanti al Signore, ha dentro di sé una gioia davvero incontenibile, tanto che non riesce a trattenerla e la esprime attraverso la danza, incurante di quanto gli altri possano dire e pensare.
Penso che l’immagine della danza traduca meglio di altre la nostra relazione con Dio: racconta meglio il vissuto della fede. La fede è una danza più che un cammino: l’idea del cammino ci fa guardare alla fede come un continuo progredire verso una meta, quasi si tratti di un continuo miglioramento, una ascesa verso la perfezione; noi, però, sappiamo bene come la nostra fede conosca passi indietro, cadute, passi di fianco: tutti movimenti che sono più tipici di una danza che di un cammino.
Possiamo chiederci: ma quando uno danza, cosa fa ?
Possiamo guardare alla danza come una risposta a tre comandi, un obbedire a tre inviti: sciogli le mani, muovi i piedi e segui la musica.
Sciogli le mani. Quando si danza non si deve tenere le mani attorno a sé o rigidamente attaccate al proprio corpo, ma si devono lasciare andare, liberarle, quasi che vadano alla ricerca di altre mani; spesso, infatti, nella danza ci si prende per mano. Sciogliere le mani, allora, è andare alla ricerca dei propri fratelli, è custodirli: la fede è costruire, coltivare rapporti con gli altri, anzi, potremmo dire che la fede ci fa cercare Dio nei nostri fratelli.
Muovi i piedi. Non restare fermo, non essere rigido, va’ avanti. Dove, non si sa: nella danza, non c’è una meta dove arrivare, si muovono i piedi verso l’ignoto. È come se ci si muovesse verso qualcosa di misterioso: appunto, verso il mistero di Dio. Non si danza, andando verso un luogo prefissato. Noi sappiamo come, nella danza, i piedi si muovano a volte in avanti, a volte si scivola di fianco e a volte bisogna tornare indietro; qualche volta, poi, questi piedi inciampano e ci fanno conoscere i vari casqué della nostra vita.
Muovere i piedi è custodire il mistero di Dio, è cercare Dio, è muoversi per cercare Dio.
Segui la musica. Il mistero di Dio verso cui muoverci non è rimasto in silenzio, non è rimasto nell'ombra, ma si è rivelato, ha fatto risuonare il proprio nome: Gesù di Nazareth. Gesù è la musica di Dio che siamo chiamati a seguire.
Chiediamo al Signore che anche la nostra fede diventi una danza davanti al nostro Dio, come quella del re Davide.
Concludo con l’immagine della danza usata da Madeleine Delbrȇl, in questa preghiera chiamata: il ballo dell’obbedienza.

È Festa. Tutti si apprestano a danzare.
Dappertutto il mondo, dopo anni dopo mesi, danza. […]
Ed io penso al re David che danzava davanti all’Arca.
Perché se ci sono molti santi che non amano danzare,
ce ne sono molti altri che hanno avuto bisogno di danzare,
tanto erano felici di vivere:
Santa Teresa con le sue nacchere,
san Giovanni della croce con un bambino Gesù tra le braccia.
E san Francesco, davanti al papa.
Se noi fossimo contenti di te, Signore, non potremmo resistere
a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo,
e indovineremmo facilmente quale danza ti piace farci danzare
facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato.
Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza
della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero,
di conoscerti con aria da professore,
di raggiungerti con regole sportive,
di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato.
Un giorno in cui avevi un po’ voglia d’altro
hai inventato san Francesco,
e ne hai fatto il tuo giullare.
Lascia che noi inventiamo qualcosa
per essere gente allegra che danza la propria vita con te.
Per essere un buon danzatore, con te come con tutti,
non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire, essere gioioso, essere leggero
e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni
Sui passi che ti piace segnare. […]
Non bisogna voler avanzare a tutti i costi,
ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco.
Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di camminare.
Ma non sarebbero che passi da stupidi
Se la musica non ne facesse un’armonia.
Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito,
e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica:
dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza,
Che la tua Santa Volontà
È di un’inconcepibile fantasia,
e che non c’è monotonia e noia.
Signore vieni ad invitarci.
Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare,
questi conti, il pranzo da preparare, questa vegli in cui avremo sonno.
Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro,
Quella del caldo, e quella del freddo, più tardi.
Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi
Se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti
E se qualcuno per strada ci urta, gli sorrideremo:
anche questo è danza.
Signore, […] Facci vivere la nostra vita,
Non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato,
non come una partita dove tutto è difficile
non come un teorema che ci rompa il capo,
ma come una festa senza fine dove il tuo incontro si rinnovella,
come un ballo,
come una danza,
fra le braccia della tua grazia,
nella musica che riempie l’universo d’amore.
Signore, vieni ad invitarci.

  don Davide
VIII domenica dopo Pentecoste - Domenica 15 luglio 2018 (Gdc 2,6-17; 1 Ts 2,1-2.4-12; Mc 10,35-45)

VIII domenica dopo Pentecoste - Domenica 15 luglio 2018 (Gdc 2,6-17; 1 Ts 2,1-2.4-12; Mc 10,35-45)

 

don Davide Milanesi

Vorrei provare ad entrare nel cuore di Paolo, a partire dalla lettera ai Tessalonicesi che abbiamo ascoltato. Insieme, proviamo a vedere se il cuore di Paolo ci interpreta, rileggendo il nostro cuore.
Paolo inizia dicendo che, dopo avere sofferto e subito oltraggi a Filippi, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte.
Questa espressione ci aiuta a comprendere che Paolo arriva a Tessalonica non dopo aver trionfato o aver vissuto momenti di gloria a Filippi: al contrario, giunge in quel luogo dopo aver sperimentato un fallimento (dopo aver sofferto e subito oltraggi). Paolo arriva in questa nuova chiesa, Tessalonica, come un uomo fallito, un uomo che ha sofferto a motivo del Vangelo.
Nonostante il cuore di Paolo abbia appena sperimentato il sapore di un fallimento, trova ugualmente il coraggio di continuare ad annunciare il Vangelo.
Proviamo a pensare: nel nostro piccolo, quando noi abbiamo sofferto a motivo del Vangelo, oppure abbiamo subito – non dico oltraggi – ma siamo stati derisi a motivo della nostra fede nel Vangelo? C’è stata una nostra “Filippi”?
Proviamo a pensare a quando, a volte, abbiamo assaporato una sconfitta, a motivo del Vangelo. Spesso, non dobbiamo andare molto lontano: ci sono delle sconfitte nel nostro servizio all’evangelizzazione che possiamo toccare con mano nelle nostre relazioni sul mondo del lavoro e nella nostra comunità cristiana. Oppure, proviamo a pesare all’opera di evangelizzazione che un genitore fa nei confronti dei propri figli: uno li porta a catechismo, in chiesa, testimonia con la propria vita il valore della fede e poi, però, vede che i propri figli prendono strade diverse. I figli, a volte, diventano la nostra “Filippi”, non perché come genitori veniamo oltraggiati, bensì perché diventano motivo di sofferenza, quando si allontanano dalla fede che noi abbiamo cercato di trasmettere loro.
Paolo, con un cuore in queste condizioni, che ha sofferto e subito oltraggi, trova il coraggio di annunciare ancora il Vangelo a Tessalonica. Non si perde d’animo: continua a rimanere fedele al Vangelo.
Potremmo chiederci dove trovi il coraggio per continuare.
Lo dice lui stesso: trova coraggio in Dio. In quel Dio, che lo ha trovato degno e gli ha affidato il Vangelo.
Ma c’è di più: trova coraggio in Dio, perché Paolo è *concentrato (preoccupato) di piacere a Dio più che agli uomini. Paolo ci restituisce questo grande criterio, da utilizzare nelle nostre scelte quotidiane: si annuncia il Vangelo per piacere a Dio più che agli uomini.
Si annuncia il Vangelo perché, nell’annunciarlo, lo si vive. Lo si annuncia, perché *tesi verso l’obiettivo di (preoccupati di) viverlo, non perché si ambisce a vedere i risultati del nostro annuncio.
Questo criterio ci libera dal valutare la nostra missione di evangelizzazione attraverso logiche mondane, come quella dei numeri.
Direi di più. L’opera di evangelizzazione non può essere valutata, perché appartiene al vissuto del Vangelo. Se uno vive il Vangelo, evangelizza.
L’unico risultato da valutare è – semplicemente - la gioia che nasce dal vivere il Vangelo. Una gioia che spazza le tristezze, che nascono dalla percezione dei nostri fallimenti e ci dà il coraggio di continuare a vivere il Vangelo.
Se, qualche volta, nel nostro cuore, può affacciarsi la percezione di aver fallito nella nostra opera di evangelizzazione, chiediamo di trovare il coraggio nel nostro Dio di continuare a vivere il Vangelo, perché, solo vivendo il Vangelo, noi allontaniamo la tristezza della percezione del fallimento e ritroviamo la gioia del Vangelo.

  don Davide
VII domenica dopo Pentecoste - Domenica 8 luglio 2018 (Gs 10,6-15; Rm 8,31-39; Gv 16,33-17,3)

VII domenica dopo Pentecoste - Domenica 8 luglio 2018 (Gs 10,6-15; Rm 8,31-39; Gv 16,33-17,3)

 

don Davide Milanesi

Questa sera vorrei dire una cosa molto semplice, a partire dalla pagina di vangelo ascoltata.
Guardando al mondo di oggi, a quello che succede, a tanti comportamenti, sembra che il Vangelo stia perdendo: sembra che lo stile di una vita secondo il Vangelo non valga più la pena di essere seguito. A volte, anzi, ci prende la tentazione, dettata dall’«ormai tutti fanno così», di adeguarci al comportamento della maggioranza. Sembra decisamente che il “mondo” sia più forte del Vangelo.
Se il nostro cuore ha dentro di sé questa percezione, la pagina del Vangelo viene per rassicuraci per incoraggiarci a perseverare.
Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo.
Questa parola di Gesù sembra conoscere quello che stiamo vivendo: la tribolazione di chi è tentato da logiche non evangeliche, la tribolazione che nasce dal subire le logiche del mondo.
Di fronte a tutto questo, Gesù ci invita ad aver coraggio, perché Lui ha vinto il mondo.
Gesù sembra dire: “Guardate che, alla fine, sulla distanza, il Vangelo è vincente”.
Il Vangelo non è un velocista, bensì un maratoneta: vince sulla distanza.
Nel vangelo di Luca (Lc 18,8) troviamo questa domanda: “Il figlio dell’uomo, quando tornerà, sulla terra troverà ancora la fede?”. Cosa dobbiamo rispondere? A partire dalla pagina di questa sera, dobbiamo dire di sì, perché Gesù ha vinto il mondo!
Vorrei che, questa sera, noi trovassimo forza ed entusiasmo nel rimanere saldi nel Vangelo.
Solo una vita evangelica conosce il sapore e il gusto dell’eternità, solo una vita secondo il Vangelo non è sciupata.
Infatti Gesù dice che darà la vita eterna a tutti coloro che il Padre gli ha dato.
Se si sta con Gesù, si avrà la vita eterna, vale a dire che non si sciuperà questa vita.
La vita eterna è conoscere il Padre e Gesù o – meglio – è entrare nello stile di relazione che c’è tra Gesù e il Padre. Vivere le relazioni come le vivono il Padre e Gesù.
Lo stile di questa relazione è la comunione d’amore, il vivere servendo l’un l’altro.
Se il nostro cuore, oggi, a motivo di quello che accade nel mondo, è un po’ scoraggiato, dovremmo sentire particolarmente rivolta a noi la parola di Gesù che ci ridona entusiasmo e ci invita a rimanere saldi sulla via del vangelo: Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo.

  don Davide
VI domenica dopo Pentecoste - Domenica 1 luglio 2018 (Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30)

VI domenica dopo Pentecoste - Domenica 1 luglio 2018 (Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30)

 

don Davide Milanesi

Tenterò questa sera d’intrecciare la pagina di vangelo con quella di Esodo.
Per questo vorrei che raccogliessimo l’invito di Gesù d’andar da lui, affinché ci dia ristoro.
Se ci invita ad andare da lui, è perché ci vede stanchi.
Credo che ciascuno di noi possa avere i propri motivi di stanchezza: legati al mondo del lavoro, oppure una stanchezza legata a delle relazioni faticose, oppure - ancora - una stanchezza legata a poche gratificazioni che la vita sembra offrire, nonostante le innumerevoli fatiche che uno compie.
Ciascuno ha i propri motivi per essere stanco e desiderare ristoro. Desiderare un luogo, un tempo per ritrovare le forze, ritrovare le energie, l’entusiasmo.
Gesù sembra dire che il ristoro non lo offre un luogo o un tempo come una vacanza (che – pure – è necessaria), ma c’è un ristoro più profondo che nasce dall’incontro con Lui. È l’incontro con il Signore che diventa luogo e tempo di ristoro.
Come questo incontro può diventare un ristoro?
A questa domanda risponde la pagina di Esodo.
Innanzitutto, il Signore dal roveto chiede a Mosè di avvicinarsi a lui togliendosi i sandali.
Camminare nel deserto con i sandali vuol dire essere protetti e poter andare con passo sicuro.
Togliersi i sandali equivale alla raccomandazione di non avvicinarti con troppa sicurezza a Dio. Vuol dire camminare a tentoni, non essere sicuro di sapere già come sia Dio, ma lasciare a Lui la libertà di essere se stesso. Significa non costringere Dio a mettersi al nostro passo, ma metterci noi al passo di Dio.
“Togliti i sandali” può essere letto come: «Abbatti tutte le tue protezioni e vieni a me disarmato, senza protezioni, senza difese»; solo così, Dio potrà darci ristoro.
Solo se andiamo a Dio in questo modo, potremo ascoltare quella parola che Dio ha per ciascuno di noi e che diventerà come acqua fresca che ristora.
Dio dà a Mosè una parola che gli indica un compito, una missione: andare a liberare Israele dalla schiavitù.
Scoprire la propria vocazione, intuire di essere in questa vita con una missione, con un compito da svolgere è trovare senso alla propria vita: è dare una direzione alla propria esistenza e tutto questo diventa come un ristoro.
Sapere la propria missione toglie la stanchezza di chi sembra girare a vuoto nella vita.
Trovare un senso alle energie che consumiamo é liberarci dalla stanchezza.
In generale, potremmo chiederci: c’è una parola di Dio che mi ristora, che è capace di ridarmi entusiasmo, forza, energia?
Vorrei che, in questo tempo estivo, ciascuno possa dare tempo e spazio alla preghiera, andare dal Signore senza difese e protezioni, così da scoprire quella parola che ci ristora.
Quando uno torna da una vacanza, racconta ciò che ha fatto e visto, come se ciò che si è visto e fatto ci abbia ristorato: perché non raccontare anche quella parola del Signore che più di altre ci dà ristoro?
Il compito di questa estate è trovare una pagina della Bibbia, un versetto di un salmo che, più di altre, è capace di sollevarci dalla fatica e darci ristoro.
 

  don Davide
IV domenica dopo Pentecoste - Domenica 17 giugno 2018 (Gen 18,17-21; 19,1.12-13.15.23-29; 1Cor 6,9-12; Mt 22,1-14)

IV domenica dopo Pentecoste - Domenica 17 giugno 2018 (Gen 18,17-21; 19,1.12-13.15.23-29; 1Cor 6,9-12; Mt 22,1-14)

 

don Davide Milanesi

La vicenda di Lot e sua moglie insieme alla sorte di Sodoma e Gomorra mi hanno sempre incuriosito.
Lot è nipote di Abramo.
Il tutto parte dal fatto che Dio non vuole tenere nascosto ad Abramo ciò che sta per fare a Sodoma e Gomorra perché vuole che Abramo con tutta la sua famiglia osservi la via del Signore. Il Signore vede il male che c’è in Sodoma e Gomorra e combatte il male facendo piovere zolfo.
Nello stesso tempo salva i parenti di Abramo facendogli percorrere una via che li porta lontano dal male.
Mentre si stanno allontanando da Sodoma la moglie di Lot, si volge indietro e rimane pietrificata.
Ho provato a pensare che questo volgersi indietro a guardare la città di Sodoma e Gomorra mentre sono distrutte può rappresentare per noi lo sguardo che ciascuno di noi può avere sul suo passato. Il fatto che la moglie di Lot diventa una statua di sale è per ricordarci che c’è uno sguardo sul passato che può pietrificarci, può bloccarci.
Si può avere uno sguardo sul passato di tipo nostalgico che non ci fa guardare avanti che non ci permette di camminare sulla nuova via che il Signore ha tracciato e ci invita a percorrere.
Si può avere uno sguardo arrabbiato sul passato che non ci permette di vedere la nuova via che il Signore ci invita a percorrere, accecati dalla rabbia, non si vedono le nuove vie che il Signore va tracciando per noi.
Si può avere uno sguardo sul passato carico di sensi di colpa; appesantiti dai sensi di colpa, facciamo fatica a muovere i passi verso quelle nuove vie che il Signore ci chiede di percorrere.
L’immagine della moglie di Lot che diventa di sale perché si volge indietro vuole ricordarci che il Signore, il nostro passato l’ha perdonato e gli sta a cuore il bene che potremo fare in futuro.
Per questo pur con le nostre ferite o il fardello dei nostri sensi di colpa, pur con i ricordi belli o brutti che la nostra storia accende dentro di noi, siamo chiamati ad andare avanti e percorre quelle vie di bene che il Signore ci invita a percorrere.
Non a caso nel Vangelo di Luca troviamo questa frase splendida: Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio.
La misericordia di Dio ci invita sempre a guardare avanti e percorre quelle vie di bene su cui il Signore ci invita a camminare.

  don Davide
III domenica dopo Pentecoste - Domenica 10 giugno 2018 (Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12)

III domenica dopo Pentecoste - Domenica 10 giugno 2018 (Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12)

 

don Davide Milanesi

Alla domanda sulla liceità di ripudiare la propria moglie Gesù non risponde immediatamente ma gli chiede cosa Mosè ha ordinato cioè che legge avete attualmente circa la possibilità di ripudiare la propria moglie.
Solo dopo Gesù spiega perché Mosè ha dato questa legge dicendo: per la durezza del vostro cuore.
Gesù sposta la questione dalla liceità del ripudio ad un cuore che sa amare, un cuore che sa amare è un cuore non indurito.
Mi sono chiesto cosà sarà mai questa durezza di cuore che rende lecito l’atto del ripudio ?
Per comprendere cosa intende per durezza di cuore sono andato a vedere dove Marco usa la stessa espressione nel suo vangelo.
Ho trovato che di fronte all’uomo dalla mano inaridita dove Gesù vuole guarirlo in giorno di sabato, si rattrista per la durezza del cuore dei farisei che preferirebbero il rispetto della legge e che in giorno di sabato non si guarisca nessuno.
Ma cosa ci sta dietro la guarigione di un uomo dalla mano inaridita.
Per Israele un male fisico era legato ad un peccato quindi la guarigione significava il perdono del peccato che aveva portato al male fisico non so se vi ricordate quando Gesù prima di guarire il paralitico lo perdona e solo dopo dice: Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati ti ordino alzati prendi il tuo lettuccio e va a casa tua.
La durezza di cuore sembra legata all’incapacità a perdonare per questo allora la possibilità di ripudiare. Ma nello stesso tempo l’incapacità a perdonare è l’incapacità ad amare.
Credo e mi pare di intuire che un amore se vuole essere duraturo e custodito non può che vivere del perdono.
Non penso immediatamente al perdono per offese e ferite grosse che magari abbiamo subito, ma a piccoli gesti di perdono che ogni giorno dobbiamo imparare a porre così da non lasciare che il nostro cuore si indurisca del tutto.
Se ci pensiamo bene l’esercizio del perdono è un esercizio frequente.
Siamo chiamati ogni giorno a perdonare per tutto ciò che non ci rende contenti, per un silenzio non compreso, una parola detta male, un’attenzione che ci saremmo aspettati e che non è arrivata.
Siamo chiamati a perdonare quando non ci capiscono, per quando non ci danno retta per quando non rispondono ai nostri inviti.
Spesso la possibilità del perdono la trascuriamo, ci limitiamo alla stizza, al risentimento, al piccolo disgusto, alla tristezza, altre volte manteniamo il contegno corretto tenendoci dentro malumori, amarezze che via via si accumulano e portano alla durezza del cuore così da rendere ancora più difficile il perdono.
Interessante vedere come Gesù dice “all’inizio non era così”.
All’inizio di una storia d’amore il cuore è più libero, meno ferito, meno intriso di rancori, quindi più disposto al perdono, spesso quando il cuore diventa duro sarà importante andare agli inizi della propria vicenda amorosa per ritrovare quel cuore libero e sciolto che si sperimenta all’inizio di ogni vicenda amorosa, quel cuore capace di perdonare le offese e le disattenzioni.
Gesù oggi ci dice che se vogliamo custodire un amore che rende felici dobbiamo custodirlo grazie al perdono.
Per custodirlo è importante riandare spesso al cuore degli inizi della storia amorosa tra un uomo e una donna.
Ma nello stesso tempo credo che sia importante frequentare più spesso il sacramento della penitenza per sentire Dio che ci ama perdonandoci le solite cose.
Credo che una frequenza maggiore al sacramento della penitenza dove ci sentiamo perdonati da Dio ci può aiutare a liberarci dei rancori per essere capaci di perdonare gli altri. Tornando a casa tra marito e moglie ringraziatevi per le volte che silenziosamente l’altro vi ha perdonato.

  don Davide
Solennità del Corpo e Sangue del Signore - Domenica 3 giugno 2018 (Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26)

Solennità del Corpo e Sangue del Signore - Domenica 3 giugno 2018 (Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26)

 

don Davide Milanesi

Non so se vi è mai capitato alla domenica pomeriggio di chiedere a qualche adolescente: "Ma c’eri a messa questa mattina ?" E sentirsi dire un bel NO in parte già prevedibile visto che la domanda partiva dal non averlo visto in chiesa.
Ma qualche volta non so se vi è capitato di andare avanti e chiedere perché non c’eri e le risposte qui diventano creative fantasiose ma ce né una che mi colpisce sempre, è quando rispondono "Oh don ma la messa e sempre la stessa cosa, è monotona".

Non possiamo dare totalmente torto a questo adolescente perché l’eucaristia conosce una sua ripetitività nei gesti nei suoi momenti nella sua struttura.
Ma cosa ci fa riconoscere che un’eucaristia è diversa dall’altra?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo pensare all’eucaristia come il rinnovarsi del passaggio di Gesù nelle nostre vite.
Pensare all’eucaristia non come a qualcosa di statico, ma come qualcosa di dinamico come il passare di Gesù per le nostre strade.
Un passare di Gesù nella fragilità e povertà di questo pane che vuole intercettare la vita della gente, entrare nel cuore della persone.
Questo passare di Gesù è sempre lo stesso perché è sempre lo stesso Gesù che passa.

Ho provato a pensare che ciò che ci fa cogliere le diverse sfumature del passaggio di Gesù è il nostro affetto per il Signore.
È l’amore per Gesù che ci fa attenti al suo passaggio e ci fa cogliere le diverse sfumature di questo passaggio.
È il nostro bisogno e il nostro desiderio di Gesù che ci fa cogliere le diversità del suo passaggio.

Qualche volta Gesù passa è dice parole forti che invitano alla conversione, altre volte passa dicendo parole che danno consolazione perché sono le parole del perdono, a volte Gesù passa con il volto deciso diretto verso Gerusalemme e invita alla radicalità a scelte decise di rottura con il male, a volte Gesù passa con la croce sulle spalle e ci invita a diventare come il cireneo.
Gesù ancora oggi passa per le nostre strade nella fragilità e povertà di questo pane.
Chi lo ama sarà attento a cogliere le diverse sfumature di questo passaggio.

Vorrei che in questa solennità del Corpus Domini in cui ricordiamo come nell’eucaristia Gesù passa ancora a fianco alle nostre vite per incontrale, noi non lo lasciassimo passare invano:
Vorrei che imparassimo a gridare come i mendicanti del Vangelo: Gesù figlio di Davide abbi pietà di me,
Vorrei che imparassimo a buttarci ai piedi di questo Gesù che passa come la donna Siro fenicia per chiedere qualcosa,
Vorrei che come Maria al passaggio di Gesù trovassimo la forza di fermarci ai suoi piedi per ascoltare cosa ha da dirci.
Se disponiamo il nostro cuore in questo modo allora il passaggio di Gesù, che è sempre lo stesso, potrebbe dirci cose nuove e l’eucaristia non diventerebbe la solita cosa.
Forse al nostro adolescente e anche a noi prima di entrare in chiesa a celebrare l’eucaristia dovremmo far risuonare dentro di noi la domanda che Gesù rivolge a Pietro: Mi vuoi bene?

  don Davide
Santissima Trinità - Domenica 27 maggio 2018 (Es 33,18-23;34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27)

Santissima Trinità - Domenica 27 maggio 2018 (Es 33,18-23;34,5-7a; Rm 8,1-9b; Gv 15,24-27)

 

don Davide Milanesi

In questa solennità della santissima Trinità siamo chiamati a riflettere su chi è il nostro Dio, siamo un po’ come Mosè che vuole vedere la gloria di Dio, vuole vedere il volto di Dio.
Dio dice che non è possibile vedere il volto di Dio e rimanere in vita, espressione che potremmo rileggere in questo modo: fin quando saremo in vita, noi potremo vedere solo le spalle di Dio, ma il suo volto no.
In questa vita a noi è concesso di vedere le spalle, ovvero vedere solo i segni della presenza Dio.
Vedere le spalle è vedere quei segni che ci permettono di camminare dietro a Dio, questo per non dimenticarci che noi rimaniamo discepoli.
La professione di fede dei nostri quattordicenni è segno di chi comincia a scoprire la bellezza di essere discepolo di Gesù e per questo si impegna a scorgere i segni della presenza di Dio in questo nostro tempo.
Ma quali sono i segni della presenza di Dio ?
Da cosa sono rappresentate per noi oggi le spalle di Dio ?

La solennità della Trinità che stiamo celebrando è un invito a contemplare il mistero di comunione tra il Padre il Figlio e lo Spirto Santo.
La Trinità ci invita a guardare al nostro Dio come una comunione d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il nostro Dio è comunione d’amore.
Tutto questo ci fa dire che oggi i segni della presenza di Dio possiamo scorgerli là, dove ci sono parole e gesti di comunione.
Nella nostra vita quotidiana qundo noi creiamo comunione attraverso parole e gesti possiamo dire che stiamo vedendo le spalle del nostro Dio.
I gesti di comunione sono i segni della presenza di Dio.

Nel seme della scorsa domenica pensando alla festa della nostra comunità a chiusura dell’anno catechistico scrivevo: la domanda giusta per guardare all’anno trascorso è chiedersi dove è passato il Signore nella molteplicità di avvenimenti che hanno caratterizzato questo anno ?
Aiutati dalla pagina di Esodo di questa domenica potremmo tradurre dicendo dove durante questo anno abbiamo visto le spalle del nostro Dio ?
Di fronte a questa domanda non può che nascere la riconoscenza per quanti hanno lavorato e collaborato alle varie iniziative della comunità, per quanti hanno accolto con entusiasmo le proposte, e hanno lavorato per la buona riuscita di tutte le iniziative.
Mettersi al servizio della comunità negli svariati modi è creare comunione e quando si crea comunione possiamo esserne certi sta passando Dio, noi vediamo le spalle di Dio.
In questa domenica dovremmo ringraziarci vicendevolmente per quanti hanno compiuto un servizio gratuito per la comunità.

Non mi metto a fare l’elenco di quanti svolgono un servizio in comunità perché rischio di dimenticare qualcuno, però permettetemi di indicare uno spazio dove possiamo compiere qualche passo più.
Vorrei tratteggiare un sentiero perché la comunione tra noi sia sempre più forte.
Un sentiero che possa aiutare a rafforzare sempre più la nostra appartenenza a questa comunità.
Il sentiero che vorrei indicare è quello della cura per gli ambienti.
Non è che questa manchi, ma è un sentiero che si può popolare maggiormente.
Una comunità abita un ambiente e l’ordine, la bellezza e la pulizia dell’ambiente dicono la dignità di chi lo abita.
Molti già operano per tenere puliti e in ordine gli ambienti della parrocchia, dai cortili alle aule e qualcuno si è fatto avanti in questi mesi prestando con umiltà il suo servizio.
Ma permettetemi, credo che su questo sentiero ci sia spazio ancora per molti, non abbiate paura a farvi avanti, ci sono servizi umili che creano comunione e diventano segno del passaggio di Dio.
Dal tenere in ordine il verde, alla cura per tener puliti i campi dell’oratorio, certo sarà premura di tutti, educare i ragazzi ad avere come amici i cestini e non buttare per terra le carte le lattine e tante altre cose. Ragazzi diventate amici dei cestini, dandogli da mangiare i rifiuti, loro saranno molto contenti e anche noi lo saremo.
Mi piacerebbe che qualcuno si facesse avanti per rendersi disponibile a fare un passaggio sui campi dell’oratorio per tenerli puliti in modo particolare adesso che inizia l’oratorio estivo, certamente un servizio umile ma che valorizza quanti frequenteranno l’oratorio estivo.

Abbiamo poi un bellissimo biglietto da visita per quanti arrivano in SAMZ per giocare in palestra o a calcio o per quanti vanno alla bottega amica, ed è la scala che dà accesso alla palestra e all’autorimessa. Questa scala se qualcuno si impegnasse a tenerla pulita potrebbe essere un segno per veicolare un messaggio di accoglienza a quanti la percorrono.

Se qualcuno poi si prendesse a cuore la pulizia e l’ordine della cappellina dell’oratorio forse potremmo far capire maggiormente quanta importanza il Signore ha nella nostra comunità.

Vorrei poi lanciare l’operazione ragnatela. Mi piacerebbe che qualcuno si facesse avanti per fare delle pulizie di fino in Chiesa e nella capellina delle messe feriale.
Concedetemi di dirlo con un linguaggio adolescenziale se parte l’operazione ragnatela sarebbe “tanta roba”.
Se questo sentiero della cura per gli ambianti si popolasse maggiormente la samz diventerebbe sempre più casa nostra.

In questa solennità della Trinità dove siamo posti di fronte al mistero del nostro Dio chiediamo al Signore di poter diventare gli uni per gli altri le spalle di Dio.

  don Davide
Ascensione del Signore - Domenica 13 maggio 2018 (At 1,6-13; Ef 4,7-13 Lc 24,36–53)

Ascensione del Signore - Domenica 13 maggio 2018 (At 1,6-13; Ef 4,7-13 Lc 24,36–53)

 

don Davide Milanesi

La staffetta 4×100 metri è una specialità dell'atletica leggera, nella quale gli atleti competono in squadre di quattro elementi (detti frazionisti), che si succedono sulla medesima corsia per completare i 400 metri della pista, percorrendo ciascuno circa 100 metri.
Come in tutte le staffette dell'atletica leggera, gli atleti di ogni squadra devono darsi il cambio passandosi un testimone secondo determinate regole. Il passaggio del testimone deve avvenire nella cosiddetta zona di cambio, la quale ha una lunghezza di 20 metri, pena la squalifica della squadra.

Queste piccole nozioni sulla staffetta mi pare possano aiutarci ad entrare in questa solennità dell’Ascensione.
Con l’Ascensione scompare il corpo di Gesù e si chiude la sua avventura storica e individuale ma continua la sua storia con un nuovo corpo che è la Chiesa.
Con l’ascensione Gesù passa il testimone alla Chiesa.
Gesù si fa da parte dicendo che ora tocca noi.
Quando uno si fa da parte dà un messaggio di fiducia nei confronti di chi rimane.
Finiti i suoi 100 mt l’atleta passa il testimone al suo compagno e si fida di lui perché possa fare meglio di lui.
Con l’Ascensione Gesù passa il testimone a ciascuno di noi invitandoci ad essere suoi testimoni. Ma chi è il testimone ?

Il testimone sembra dire Gesù è colui che è stato segnato nel passato da un evento, da un incontro, da un’esperienza, quella fatta con Gesù.
Chiediamoci posso dire che nella mia storia c’è stato qualcuno, un’esperienza che mi ha fatto incontrare il Signore Gesù.
Il testimone ha incontrato Gesù.

Infine di fronte al vuoto lasciato da Gesù i discepoli guardano il cielo e vengono rimproverati dagli uomini in bianche vesti.
Uomini di Galilea perché state a guardare il cielo ?
Questo rimanere a guardare il cielo mi piace vederlo come la tentazione di evadere la storia.
Il rimprovero degli uomini in bianche vesti è l’invito a essere testimoni dentro questa storia a entrare dentro la storia per annunciare il crocifisso risorto.

Ho provato a pensare che c’è un linguaggio che è un po’ come guardare il cielo, che è come evadere dalla storia.
Lamentarsi eccessivamente di questo nostro tempo alla fine è un modo per non entrare in questa storia, è una modalità di evasione tipica di chi scarica sempre le responsabilità sugli altri, è un modo di stare a guardare il cielo senza mai entrare nella storia.
Un linguaggio che butta discredito sugli altri è un modo di stare a guardare il cielo, è un modo per evadere dalla storia.
Il testimone di Gesù usa un altro linguaggio: il linguaggio della lode e della gioia. Il Vangelo conclude dicendo che i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande Gioia e stavano nel tempio lodando Dio.
Il linguaggio della gioia e della lode conosce spesso l’uso della parola “Grazie

Anche voi ragazzi oggi incontrate Gesù nel pane e nel vino, questo incontro è perché possiate essere testimoni di Gesù.
Per essere testimoni di Gesù siamo chiamati ad avere un linguaggio che sospende le lamentele, i capricci per un linguaggio che racconta la gioia di avere un amico come Gesù, un linguaggio che è capace di lodare Dio e gli altri.
Un linguaggio che usa spesso la parola “grazie”.
Non dimentichiamo che Eucarestia vuol dire rendimento di grazie.

  don Davide
VI domenica di Pasqua - Domenica 6 maggio 2018 (At 26,1-23; 1Cor 15,1-11; Gv 15,26–16,4)

VI domenica di Pasqua - Domenica 6 maggio 2018 (At 26,1-23; 1Cor 15,1-11; Gv 15,26–16,4)

 

don Davide Milanesi

Roberto è un ragazzino di 5 elementare che come tanti va scuola, frequenta il catechismo ha una sorellina più piccola e ha la passione del calcio.
Roberto bisogna dirlo è un tifoso nerazzurro, non perde nessuna partita della sua Atalanta, si sa il nonno originario di Bergamo gli ha trasmesso questa passione per l’Atalanta.

Roberto è un ragazzo buono.
Quando all’oratorio recupera un pallone coinvolge per una partitella tanti amici ma soprattutto chiama a giocare il suo amico Luigi un bambino panda che con il calcio non ci azzecca, i suoi compagni per questo si arrabbiano con lui dicendo di non far giocare Luigi ma Roberto lo prende in squadra volentieri e non rinuncia a fargli qualche passaggio a rete che immancabilmente Luigi sbaglia ma a Roberto non mancano parole per incoraggiarlo. Roberto ci soffre un po’ nel vedere i suoi amici arrabbiarsi per il fatto che lui, buono, faccia giocare Luigi.

Roberto è un ragazzo onesto.
L’altro giorno la signora del bar ha sbagliato a dargli il resto dandogli un euro in più, i suoi compagni subito l’hanno invitato a spenderlo per comprare altre caramelle da dividere tra loro ma Roberto è tronato dalla signora del bar e lo ha restituito. Non è mancato uno “stupido” dai suoi amici ma lui ha preferito così, ha sentito molta pace nel cuore restituendo quello che non era suo.

Infine Roberto sa perdonare.
Se si arrabbia e litiga con i suoi amici riesce a perdonare. L’arrabbiatura dura quei 5 minuti ma poi gli passa ed è il primo a tendere la mano. Anche su questo i suoi compagni lo prendono in giro dicendo che è un debole che qualche volta dovrebbe fargliela pagare ma Roberto che si accosta molto volentieri alla confessione sa quante volte Gesù lo ha perdonato, perché lui non dovrebbe fare altrettanto poi non val al pena rimanere arrabbiati alla fine non si gusta la vita.
Bontà onestà perdono sembrano oggi stili che vengono messi in dubbio messi sotto accusa. Forse è capitato anche a noi di essere stati derisi per essere stati buoni, onesti e aver teso per primi la mano.
Negli atti degli apostoli noi troviamo Paolo messo sotto accusa.
Per quale motivo Paolo è accusato? Lo dice Paolo stesso ora sto qui sotto processo a motivo della speranza nella promessa fatta da Dio l’accusa è a motivo di questa speranza. Una speranza che nasce dal credere alla resurrezione di Gesù. La resurrezione di Gesù ci fa essere uomini di speranza perché ci fa credere che l’amore è più forte della morte.
La resurrezione di Gesù ci fa capire che la morte toglie la vita ma non toglie l’amore.
Un uomo una donna di speranza in un contesto di morte non rinunciano ad amare.
Un uomo una donna di speranza guardando alla resurrezione di Gesù trovano la forza di credere che la bontà vince sulla violenza, credono che l’onestà dona una pace e serenità che furbizia e astuzia non sanno nemmeno cosa sia, credono che il perdono disarma la vendetta.
Un uomo una donna di speranza hanno i tratti della bontà, sono ostinati nell’onestà e credono che il perdono sia l’arma migliore per risolvere i conflitti.
Il nostro Roberto è un ragazzo di speranza.
Oggi è c’è il rischio che uomini e donne così, vengano messi sotto accusa, sotto giudizio. Oggi il rischio che se sei uomo e donna di speranza vieni deriso.
Quella derisone è il frutto di una paura, la paura della speranza.
La paura della speranza nasce dalla violenza da cui siamo spesso circondati e bombardati.
La violenza a cui siamo sottoposti rischia di spegnere la speranza, rischia di non farci credere alla bontà, all’onestà e al perdono: tratti tipici di uomini e donne di speranza.

C’è una violenza che avvelena il cuore e spegne la speranza convincendoci che la cosa migliore sia farsi i fatti propri, sia rimanere chiuso nel proprio mondo e continuare a pensare a se stessi. Ma senza speranza noi rimaniamo dei piccoli uomini.

Citazione “Coach Carter” - Cruz: Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo non c’è nulla di illuminante nel rinchiudersi in se stessi così che le persone intorno a noi si sentiranno insicure.

Senza speranza noi ci chiudiamo in noi stessi e diventiamo dei piccoli uomini.
Come fa Paolo a tenere viva la speranza?
Paolo la tiene viva facendo memoria dell’incontro con Gesù.
Oggi ragazzi Gesù vi incontra nell’eucarestia nel pane e nel vino.
Questo incontro con Gesù nel pane è nel vino è per farci essere non dei piccoli uomini ma uomini e donne di speranza che hanno i tratti della bontà dell’onesta e sono capaci di perdono. Questo incontro con Gesù nel pane è e nel vino è per farci diventare dei ragazzi come Roberto.

  don Davide
V domenica di Pasqua - Domenica 29 aprile 2018 (At 7,2-8.11-12. 17.20-22.30-34.36-42a; 1Cor 2,6-12; Gv 17,1b–11)

V domenica di Pasqua - Domenica 29 aprile 2018 (At 7,2-8.11-12. 17.20-22.30-34.36-42a; 1Cor 2,6-12; Gv 17,1b–11)

 

don Davide Milanesi

Il libro degli atti più di altri libri racconta la fede nel risorto nei primi anni di vita della Chiesa.
Questa sera il libro degli atti ci presenta Stefano che fa una sintesi della storia della salvezza.
La racconta mettendo in evidenza come Dio entra nella storia degli uomini attraverso alcuni uomini come Abramo Isacco Giacobbe Mosè Giosuè i profeti.
Ma mentre Dio agisce nella nostra storia attraverso alcuni uomini altri si oppongono e resistono all’azione di Dio.
Infatti Stefano conclude questa sintesi della storia della salvezza con parole tremende che arrivano fino a noi: 51Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?
In preparazione alla festa di pentecoste ci lasciamo provocare dalle parole di Stefano voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo perché vorremmo preparaci a questa grande solennità di pentecoste senza opporci allo Spirito Santo.
Possiamo chiederci quali sono gli atteggiamenti giusti per non opporci all’azione dello spirito santo. Vogliamo chiedere al signore di donarci un cuore docile che non resiste all’azione dello Spirito Santo.
Vorrei individuare tre atteggiamenti che dicono un cuore che non si oppone allo Spirito Santo e questi atteggiamenti vorrei sintetizzarli attraverso tre immagini: Orecchie Mani e Piedi.

Innanzitutto le orecchie servono per ascoltare un primo atteggiamento per non resistere allo spirito è ascoltarlo. Lo spirito può parlare a noi nella preghiera. Giustamente ascoltiamo tante persone perché non metterci in ascolto dello Spirito nella preghiera.
Quando noi preghiamo leggendo il Vangelo lo Spirito ci parla.
Leggendo il Vangelo potranno accendersi dentro di noi dei pensieri delle intuizioni dei desideri che altro non sono che la voce dello Spirito.
Perché da qui a pentecoste non ci impegniamo a leggere un Vangelo?
Suggerisco il vangelo di Marco, per leggerlo tutto di filata ci vogliono 90 minuti quanto dura una partita di calcio. Le orecchie sono il segno di chi non resiste allo Spirito perché disposto ad ascoltare cosa può suggerire alla nostra vita.

Le mani possono stringere altre mani; lo Spirito è capace di creare legami di comunione.
Non resistere all’azione dello Spirito ma lasciarsi guidare dallo Spirito è diventare uomini e donne di comunione. Le mie parole i mie gesti creano comunione o divisone? uso spesso un linguaggio che invita a stringere le mani o a chiuderle in pugni duri che possono ferire?
Le mani sono il segno di chi non resiste allo Spirito perché disposto a creare rapporti di comunione.

Infine i piedi sono il segno di chi ha il coraggio di camminare su strade nuove, sono il segno di chi non rimane fermo al “si è sempre fatto così” ma è capace di creare strade nuove tracciate dallo Spirito. I piedi sono il segno di quella creatività tipica di uomini e donne guidati dallo Spirito.
I piedi sono il segno di chi non resiste allo Spirito perché disposto a camminare sulle strade nuove tracciate dallo Spirito.

Chiediamo al Signore di camminare verso la solennità di pentecoste con orecchie mani e piedi docili all’azione dello Spirito.
Non ci resta che metterci in ascolto dello Spirito per creare rapporti di comunione e camminare su quelle strade nuove tracciate dallo Spirito così che nessuno possa dirci: Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo.

  don Davide
III domenica di Pasqua - Domenica 15 aprile 2018 (At 16,22-34; Col 1,24-29; Gv 14,1-11)

III domenica di Pasqua - Domenica 15 aprile 2018 (At 16,22-34; Col 1,24-29; Gv 14,1-11)

 

don Davide Milanesi

Gesù va a prepararci un posto; ma dove? Perché dove è lui saremo anche noi. Per capire dove è Gesù, dove saremo anche noi ci facciamo aiutare dal capitolo 1 di Giovanni: nel prologo si dice: Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il figlio unigenito, che è nel seno del padre, lui lo ha rivelato. Questo essere nel seno del Padre da parte di Gesù più che individuare un luogo dice di una relazione: Gesù lo si trova in questa relazione con il Padre.
C’è poi nel Vangelo di Giovanni un personaggio che ad un certo punto all’ultima cena reclina il capo sul petto di Gesù e questo personaggio è il discepolo amato.
Il discepolo amato rappresenta sia l’evangelista Giovanni sia chi legge il vangelo.
Questo per dire così: come Gesù riposa nel seno, sul petto del Padre e lo rivela, così il discepolo amato che reclina il capo sul petto di Gesù lo rivela attraverso il vangelo scritto oppure ciascuno di noi posando il capo, l’orecchio sul cuore di Gesù nel gesto di ascoltare il cuore stesso di Gesù ovvero il vangelo, lo rivela con la propria vita.
In sintesi per dire che il posto dove andare non è qualcosa di statico ma una relazione: Gesù con il Padre e noi con Gesù.
In questo senso Gesù è la via nel senso di qualcosa che va percorso non qualcosa che sta fermo.
Dio non lo si spiega lo si vive.
Non a caso sempre nel primo capitolo quando i discepoli iniziano a seguire Gesù e Gesù voltatosi gli chiede cosa cercate ? loro rispondono dove dimori ? lui dice venite e vedete cioè costruiamo una relazione camminiamo insieme, percorriamo insieme la via.
Dio non può essere spiegato va vissuto. Va amato.

Una presenza inquietante (da L’ebreo errante di Elie Wiesel)

Il nostro primo incontro fu breve e tempestoso. Ebbe luogo in una piccola sinagoga, dove andavo spesso il venerdì sera ad assistere alla funzione nel corso della quale si accoglie il regno dello shabbàt.
Dopo la preghiera, i fedeli circondarono un vecchio che, con grandi gesti, si mise a spiegar loro la parashà - il passo biblico della settimana.
Improvvisamente, a metà di una frase, mi intravide. Si interruppe: - Chi sei? Gli dissi il mio nome. - Straniero? - Sì. - Profugo? - Sì. - Da dove? - Oh, - dissi - da lontano, da laggiù: Auschwitz. - Osservante? Non risposi. Lui ripeté: - Osservante? Io continuai a non rispondere. Lui fece: - Ah, Capisco.
E proseguì l'interrogatorio senza preoccuparsi del mio imbarazzo: - Studente? - Sì. - Di che cosa? - Mi piacerebbe studiare filosofia. - Perché? - Cerco. - Cosa cerchi? Stavo per correggerlo: «chi» e non «cosa», ma lasciai perdere e risposi: - Non so ancora. Lui non ne rimase convinto. - Cosa cerchi? - Una risposta.
La sua voce si fece tagliente: Una risposta a che cosa? stavo per correggerlo: «a chi» e non «a che cosa», ma cercavo la strada più semplice: - Alle mie domande. Emise una risatina stizzosa - Ma ne hai domande? - Sì. Ne ho. - Dammele, te le renderò. Confuso lo guardai senza capire. - Fammi una domanda - disse con tono conciliante. Silenzio. Il cuore mi batteva forte, mentre stringevo le labbra. - Allora? - disse il vecchio amichevolmente. - Una sola domanda ....
Mi trovavo a un crocevia bisognava fare attenzione, aprire gli occhi, mantenere il silenzio, evitare di avventurarsi su un sentiero che non sarebbe stato il mio.
- Ti decidi? - mi domandò con l'occhio cattivo. - Aprirai finalmente la bocca? Con difficoltà, prudentemente, per farla finita, riuscii ad interrogarlo su un passo qualunque della Bibbia. Domanda troppo facile per i suoi gusti. Ne pretese un'altra. Ancora troppo facile. Un' altra. Con la faccia congestionata mi spinse a continuare: - Mi prendi in giro? Su, lanciati, corri fino in fondo, fino all'oscurità, fino agli abissi del tuo cuore e dimmi ciò che ti sfugge ciò che ti sconcerta.
Al decimo o dodicesimo tentativo si dichiarò più o meno soddisfatto. Chiuse gli occhi e si lanciò in una spiegazione la cui acutezza e il cui rigore mi sbalordirono. - E' bello - gli dissi quando ebbe finito. Ero emozionato e avrei voluto stringergli la mano. E dirgli «Voi mi turbate, io vi seguirò». Ma improvvisamente cambiò espressione e io non osai muovermi. Il suo volto gonfio si fece di porpora, indignato. Si avvicinò mi afferrò per le spalle, mi scosse violentemente e si mise a urlare con disprezzo: - E' questo tutto ciò che trovi da dire? Che è bello? Imbecille, quand'è che capirai che una bella risposta non è nulla? L'uomo si definisce per ciò che lo inquieta e non per ciò che lo rassicura. Quand'è che capirai che vivevi e cercavi nell'errore, perché Dio significa movimento, relazione e non spiegazione?

  don Davide
II domenica di Pasqua - Domenica 8 aprile 2018 (At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31)

II domenica di Pasqua - Domenica 8 aprile 2018 (At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31)

 

don Davide Milanesi

Vorrei dare voce a Tommaso e ho provato a pensare che potrebbe dirci così:
Voi fate in fretta a giudicare a dire Tommaso che non ci crede se non ci mette il naso. Ma cosa credete che era così facile per me credere.
Io fino ad allora avevo amato il maestro avevo creduto in lui.
Quando dice di andare da Lazzaro e dalle sue sorelle Marta e Maria, sono io che dico la mia disponibilità a morire con lui.
Sono io che nei discorsi dopo la lavanda dei piedi chiedo al Signore di dirci dove va per poterne seguire la via.
Io ho dichiarato la mia buona intenzione a seguire Gesù.
Quella sera ero ancora accecato dal dolore per la morte del maestro a cui avevo creduto e voluto bene.
E` in questo momento doloroso della mia vita in cui stavo sperimentando la delusione per quella fine del maestro che gli altri vengono a dirmi “abbiamo visto il Signore”.
Ma non vi rendete conto che dovevo credere a Pietro che lo aveva rinnegato per ben tre volte dopo che aveva promesso di essere disposto a morire con lui ?
Ma non vi rendete conto che dovevo credere a Giovanni, il discepolo amato, che lo aveva abbandonato che era fuggito?
Ma non vi rendete conto che dovevo credere a Filippo e Andrea che nel momento del bisogno se l’erano data alle gambe.
Non era per me facile credere a coloro che come me avevano lasciato solo il maestro nel momento del bisogno.
Io stesso mi sentivo un traditore per essere scappato quella notte nel Getzemani come potevo credere alla loro parola.
La loro incoerenza faceva perdere credito alla loro parola: “abbiamo visto il Signore”. Solo la bontà del maestro mi ha permesso di ritrovare quella fiducia in lui che stavo smarrendo.

Questo potrebbe dire oggi a noi Tommaso.
Con queste parole egli rappresenta quanti oggi dicono di far fatica a credere in Gesù per aver incontrato testimoni non sempre coerenti e trasparenti. Tommaso rappresenta quanti si sono allontanati dalla fede a motivo di una testimonianza poco credibile dei preti stessi, della comunità che hanno incontrato. Tommaso rappresenta la fatica di credere in Gesù a partire dalla testimonianza della Chiesa.
Come si fa a credere a Gesù quando coloro che dicono di essere cristiani non sono il massimo della coerenza quando le scelte di alcuni uomini di chiesa ci lasciano perplessi?

Per questo c’è la beatitudine di Gesù che dice “beati coloro che crederanno pur non avendo visto”.
Beati coloro che crederanno in Gesù pur non avendolo visto perché crederanno grazie e nonostante la testimonianza della Chiesa.
Che ci piaccia o no il Vangelo di Gesù è arrivato a noi grazie e nonostante la Chiesa che ha conosciuto pagine di storia entusiasmanti e cariche di santità insieme ad altre pagine scandalose e intrise di miseria.
Per questo non ha senso dire credo in Gesù ma non credo nella chiesa di fatto che ci piaccia o no chi ci ha parlato di Gesù è la Chiesa.
Gesù è arrivato a noi grazie e nonostante la Chiesa.

Noi dobbiamo credere non per quello che sono i testimoni di Gesù ma per quello che è Gesù stesso.

Si viene alla fede grazie e nonostante i testimoni di Gesù ma si continua a credere perché Gesù è Gesù.

  don Davide
Pasqua di Risurrezione - Domenica 1 aprile 2018 (At 1,1-8a; 1 Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18)

Pasqua di Risurrezione - Domenica 1 aprile 2018 (At 1,1-8a; 1 Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18)

 

don Davide Milanesi

Gente di Pasqua!
Vorrei che in noi oggi maturasse questa consapevolezza che siamo gente di Pasqua.
Quali sono i tratti della gente di Pasqua?
Per dare colore ai tratti della gente di Pasqua ci facciamo aiutare da Maria Magdala incontrata nel Vangelo ascoltato.

 

Maria ha un desiderio quello di andare a prendere il Signore Gesù.
Ma Gesù sembra purificare il desiderio di Maria con quel “non mi trattenere”.
Dal voler “prendere” di Maria a l “non mi trattenere” di Gesù.
Sembra che Gesù sta educando Maria a rapportarsi a lui in modo nuovo, non come era il rapporto prima della resurrezione.
Il modo nuovo lo suggerisce Gesù stesso quando dice: va' dai miei fratelli e di' loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».
Il modo per incontrare Gesù è quello di andare dai fratelli e dire, raccontare, che Gesù è vivo è risorto.
Gesù vive grazie al nostro racconto.
Il Vangelo continua dicendo che Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!».
Cosa vuol dire raccontare che Gesù è vivo è risorto?
L’incontro con il risorto dà grande gioia a Maria, una gioia che la rende obbediente alla parola di Gesù, perché va dai suoi fratelli come le aveva detto Gesù.
Raccontare che Gesù è vivo, è il vivente, è raccontare la gioia, è raccontare ciò che ci dà gioia.
Spesso noi raccontiamo il venerdì santo, raccontiamo i nostri dolori perché i dolori lasciano il segno, come i chiodi hanno lasciato il segno nel corpo del risorto.
Ma i dolori del venerdì santo non hanno fermato la vita, non hanno fermato l’amore siamo giunti al mattino di Pasqua, dove quei dolori sono stati trasformati in segno dell’amore di Dio per noi.
Per questo la gente di Pasqua racconta la gioia.
Se ci pensiamo bene e andiamo a vedere cosa nella vita ci ha dato gioia troveremo questo stretto legame tra il sacrifico del venerdì santo e la gioia del mattino di Pasqua.
Anche quando la gioia è stato il raggiungimento di un obbiettivo a livello professionale possiamo intravedere dietro il raggiungimento di un obiettivo la fatica il sacrifico vissuto per raggiungerlo, quel sacrificio è stato il nostro venerdì santo che ci ha portato alla gioia del mattino di Pasqua.
Ma le gioie più profonde nascono dalle relazioni tra noi da un amicizia costruita con scarifico costruita con amore.
C’è una gioia in una amicizia che chiede di essere costruita e custodita attraverso il sacrifico del venerdì santo.
La gioia di Pasqua nasce dall’incontro con il risorto, è la gioia di chi sa che il sacrifico del venerdì santo non è l’ultima parola sulla vita.
Raccontare ai fratelli che Gesù è risorto è raccontare la gioia.
Vorrei allora lasciare un piccolo proposito per oggi:
a tavola oggi raccontiamo la gioia, ciascuno racconti una cosa, un fatto una parola che ha dato gioia alla sua vita.
Solo così anche noi insieme a Maria di Magdala saremo Gente di Pasqua.

  don Davide
Pasqua di Risurrezione - Sabato 31 marzo 2018 (Veglia Mt 28,1-7)

Pasqua di Risurrezione - Sabato 31 marzo 2018 (Veglia Mt 28,1-7)

 

don Davide Milanesi

Questa sera noi diventiamo Gente di Pasqua!

Da dove nasce la Gente di Pasqua?

Da queste due donne: Maria di Magdala e l’altra Maria.

Due donne che vanno a visitare il sepolcro.

Un Sepolcro fatto di una grossa pietra, ben sigillata, che vuole impedire a Gesù di risorgere.

Anche noi, forse, come queste due donne, troppo spesso con i nostri pensieri e le nostre parole andiamo a visitare i nostri sepolcri, ben custoditi da grosse pietre che impediscono a Gesù di risorgere.
Troppo spesso la nostra mente e il nostro linguaggio odorano di morte, perché raccontano dei nostri sepolcri ben sigillati da una pietra che impedisce a Gesù di essere il Vivente.
Cos’è questa pietra che abita il nostro cuore e impedisce a Gesù di resuscitare?
Cos’è questa pietra che non riusciamo o non vogliamo spostare dal profondo del nostro cuore per lasciare che Gesù sia una presenza viva per la nostra vita?
Cos’è questa pietra che ci impedisce di credere alla gioia?
Cos’è questa pietra che non permette al nostro linguaggio di raccontare la gioia della vita?
Ciascuno ha la sua pietra: forse un trauma subito nell’infanzia, forse dei genitori che non ci hanno amato abbastanza, forse un lutto che non abbiamo ancora digerito, una malattia che ci ha colto all’improvviso, forse una delusione per un’amicizia in cui credevamo, forse il fallimento di una storia affettiva per cui abbiamo investito tutta la nostra vita...
Ciascuno ha la sua pietra che impedisce a Gesù di essere il Vivente e che ci impedisce di credere alla gioia.

Fratello, Sorella! Gente di Pasqua se siamo qui questa sera è perché insieme vogliamo credere che c’è un angelo che questa pietra può rotolarla via dal nostro cuore, un angelo che su questa pietra, dopo averla rotolata via, ci si siede sopra.
Concedetemi di immaginare questo angelo non come quelli dipinti dal Beato Angelico o da Raffaello, che pure sono splendidi, ma un angelo un po’ burlone, mezzo palestrato, con gli occhiali da sole, perché sa che la luce del Risorto è talmente forte da allontanare ogni nostro sguardo, infissa sulla pietra.
Il Risorto porta con sé una luce che ti impedisce di guardare alla pietra.
Gli occhiali sono necessari per guardare al Risorto che, talmente luminoso, non ti permette di guardare alla pietra rotolata via.
Un angelo con tatuato sul braccio il suo nome, che non è né Gabriele, né Raffaele e nemmeno Michele, ma si chiama Massimo Decimo Meridio.
Un angelo che con accento romano e un po’ canzonatorio potrebbe dirci:
“Ah oh, do guardi? Non stare in fissa su sta pietra, non è qui! Guarda altrove!”.

L’annuncio della Resurrezione ci raggiunge per dirci che le pietre del nostro cuore, che impediscono a Gesù di risorgere, Gesù stesso le sposta.
Non cerchiamo Gesù dietro le nostre pietre, ma guardiamo altrove; l’annuncio della Resurrezione ci raggiunge per dirci che la gioia della vita è possibile, perché le pietre che impediscono la gioia, Gesù le ha rotolate vie e ci aspetta sulle strade della Galilea, non sulle strade dei sepolcri.
Il problema è che Lui più che dircelo non sa cosa fare.

Bellissimo il nostro Massimo Decimo Meridio, l’angelo palestrato con tatuaggio e occhiali da sole, alla fine cosa dice?: “Io ve l’ho detto”.
In questo “io ve l’ho detto” c’è tutto il coraggio di Dio che affida la potenza della Resurrezione alla fragilità di uomini e donne che siamo noi.
Io vi ho detto che la gioia è possibile perché la pietra non ha trattenuto Gesù nel Sepolcro, adesso dipende da voi crederci o non crederci; sta alla vostra fede, più di così non posso fare.
Gente di Pasqua, crediamo alla gioia, perché Gesù non è stato trattenuto dalla pietra nel Sepolcro.
Gente di Pasqua, vorrei che domani a tavola manifestassimo la nostra fede nell’annuncio della Resurrezione raccontando fatti e parole che hanno dato gioia alla nostra vita. Sull’esempio dell’angelo chiediamo al Signore di aiutarci a rotolare la pietra e sediamoci sopra e raccontiamo la gioia.
Vietato parlare delle pietre: raccontiamo la gioia solo così sara una Buona Pasqua.

  don Davide

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