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Liturgia del giorno 25 Giugno:

La parola del parroco

 

don Davide Milanesi

La vicenda di Lot e sua moglie insieme alla sorte di Sodoma e Gomorra mi hanno sempre incuriosito.
Lot è nipote di Abramo.
Il tutto parte dal fatto che Dio non vuole tenere nascosto ad Abramo ciò che sta per fare a Sodoma e Gomorra perché vuole che Abramo con tutta la sua famiglia osservi la via del Signore. Il Signore vede il male che c’è in Sodoma e Gomorra e combatte il male facendo piovere zolfo.
Nello stesso tempo salva i parenti di Abramo facendogli percorrere una via che li porta lontano dal male.
Mentre si stanno allontanando da Sodoma la moglie di Lot, si volge indietro e rimane pietrificata.
Ho provato a pensare che questo volgersi indietro a guardare la città di Sodoma e Gomorra mentre sono distrutte può rappresentare per noi lo sguardo che ciascuno di noi può avere sul suo passato. Il fatto che la moglie di Lot diventa una statua di sale è per ricordarci che c’è uno sguardo sul passato che può pietrificarci, può bloccarci.
Si può avere uno sguardo sul passato di tipo nostalgico che non ci fa guardare avanti che non ci permette di camminare sulla nuova via che il Signore ha tracciato e ci invita a percorrere.
Si può avere uno sguardo arrabbiato sul passato che non ci permette di vedere la nuova via che il Signore ci invita a percorrere, accecati dalla rabbia, non si vedono le nuove vie che il Signore va tracciando per noi.
Si può avere uno sguardo sul passato carico di sensi di colpa; appesantiti dai sensi di colpa, facciamo fatica a muovere i passi verso quelle nuove vie che il Signore ci chiede di percorrere.
L’immagine della moglie di Lot che diventa di sale perché si volge indietro vuole ricordarci che il Signore, il nostro passato l’ha perdonato e gli sta a cuore il bene che potremo fare in futuro.
Per questo pur con le nostre ferite o il fardello dei nostri sensi di colpa, pur con i ricordi belli o brutti che la nostra storia accende dentro di noi, siamo chiamati ad andare avanti e percorre quelle vie di bene che il Signore ci invita a percorrere.
Non a caso nel Vangelo di Luca troviamo questa frase splendida: Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il Regno di Dio.
La misericordia di Dio ci invita sempre a guardare avanti e percorre quelle vie di bene su cui il Signore ci invita a camminare.

  don Davide
 

don Davide Milanesi

Alla domanda sulla liceità di ripudiare la propria moglie Gesù non risponde immediatamente ma gli chiede cosa Mosè ha ordinato cioè che legge avete attualmente circa la possibilità di ripudiare la propria moglie.
Solo dopo Gesù spiega perché Mosè ha dato questa legge dicendo: per la durezza del vostro cuore.
Gesù sposta la questione dalla liceità del ripudio ad un cuore che sa amare, un cuore che sa amare è un cuore non indurito.
Mi sono chiesto cosà sarà mai questa durezza di cuore che rende lecito l’atto del ripudio ?
Per comprendere cosa intende per durezza di cuore sono andato a vedere dove Marco usa la stessa espressione nel suo vangelo.
Ho trovato che di fronte all’uomo dalla mano inaridita dove Gesù vuole guarirlo in giorno di sabato, si rattrista per la durezza del cuore dei farisei che preferirebbero il rispetto della legge e che in giorno di sabato non si guarisca nessuno.
Ma cosa ci sta dietro la guarigione di un uomo dalla mano inaridita.
Per Israele un male fisico era legato ad un peccato quindi la guarigione significava il perdono del peccato che aveva portato al male fisico non so se vi ricordate quando Gesù prima di guarire il paralitico lo perdona e solo dopo dice: Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati ti ordino alzati prendi il tuo lettuccio e va a casa tua.
La durezza di cuore sembra legata all’incapacità a perdonare per questo allora la possibilità di ripudiare. Ma nello stesso tempo l’incapacità a perdonare è l’incapacità ad amare.
Credo e mi pare di intuire che un amore se vuole essere duraturo e custodito non può che vivere del perdono.
Non penso immediatamente al perdono per offese e ferite grosse che magari abbiamo subito, ma a piccoli gesti di perdono che ogni giorno dobbiamo imparare a porre così da non lasciare che il nostro cuore si indurisca del tutto.
Se ci pensiamo bene l’esercizio del perdono è un esercizio frequente.
Siamo chiamati ogni giorno a perdonare per tutto ciò che non ci rende contenti, per un silenzio non compreso, una parola detta male, un’attenzione che ci saremmo aspettati e che non è arrivata.
Siamo chiamati a perdonare quando non ci capiscono, per quando non ci danno retta per quando non rispondono ai nostri inviti.
Spesso la possibilità del perdono la trascuriamo, ci limitiamo alla stizza, al risentimento, al piccolo disgusto, alla tristezza, altre volte manteniamo il contegno corretto tenendoci dentro malumori, amarezze che via via si accumulano e portano alla durezza del cuore così da rendere ancora più difficile il perdono.
Interessante vedere come Gesù dice “all’inizio non era così”.
All’inizio di una storia d’amore il cuore è più libero, meno ferito, meno intriso di rancori, quindi più disposto al perdono, spesso quando il cuore diventa duro sarà importante andare agli inizi della propria vicenda amorosa per ritrovare quel cuore libero e sciolto che si sperimenta all’inizio di ogni vicenda amorosa, quel cuore capace di perdonare le offese e le disattenzioni.
Gesù oggi ci dice che se vogliamo custodire un amore che rende felici dobbiamo custodirlo grazie al perdono.
Per custodirlo è importante riandare spesso al cuore degli inizi della storia amorosa tra un uomo e una donna.
Ma nello stesso tempo credo che sia importante frequentare più spesso il sacramento della penitenza per sentire Dio che ci ama perdonandoci le solite cose.
Credo che una frequenza maggiore al sacramento della penitenza dove ci sentiamo perdonati da Dio ci può aiutare a liberarci dei rancori per essere capaci di perdonare gli altri. Tornando a casa tra marito e moglie ringraziatevi per le volte che silenziosamente l’altro vi ha perdonato.

  don Davide

 

 

don Davide Milanesi

In questa solennità della santissima Trinità siamo chiamati a riflettere su chi è il nostro Dio, siamo un po’ come Mosè che vuole vedere la gloria di Dio, vuole vedere il volto di Dio.
Dio dice che non è possibile vedere il volto di Dio e rimanere in vita, espressione che potremmo rileggere in questo modo: fin quando saremo in vita, noi potremo vedere solo le spalle di Dio, ma il suo volto no.
In questa vita a noi è concesso di vedere le spalle, ovvero vedere solo i segni della presenza Dio.
Vedere le spalle è vedere quei segni che ci permettono di camminare dietro a Dio, questo per non dimenticarci che noi rimaniamo discepoli.
La professione di fede dei nostri quattordicenni è segno di chi comincia a scoprire la bellezza di essere discepolo di Gesù e per questo si impegna a scorgere i segni della presenza di Dio in questo nostro tempo.
Ma quali sono i segni della presenza di Dio ?
Da cosa sono rappresentate per noi oggi le spalle di Dio ?

La solennità della Trinità che stiamo celebrando è un invito a contemplare il mistero di comunione tra il Padre il Figlio e lo Spirto Santo.
La Trinità ci invita a guardare al nostro Dio come una comunione d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il nostro Dio è comunione d’amore.
Tutto questo ci fa dire che oggi i segni della presenza di Dio possiamo scorgerli là, dove ci sono parole e gesti di comunione.
Nella nostra vita quotidiana qundo noi creiamo comunione attraverso parole e gesti possiamo dire che stiamo vedendo le spalle del nostro Dio.
I gesti di comunione sono i segni della presenza di Dio.

Nel seme della scorsa domenica pensando alla festa della nostra comunità a chiusura dell’anno catechistico scrivevo: la domanda giusta per guardare all’anno trascorso è chiedersi dove è passato il Signore nella molteplicità di avvenimenti che hanno caratterizzato questo anno ?
Aiutati dalla pagina di Esodo di questa domenica potremmo tradurre dicendo dove durante questo anno abbiamo visto le spalle del nostro Dio ?
Di fronte a questa domanda non può che nascere la riconoscenza per quanti hanno lavorato e collaborato alle varie iniziative della comunità, per quanti hanno accolto con entusiasmo le proposte, e hanno lavorato per la buona riuscita di tutte le iniziative.
Mettersi al servizio della comunità negli svariati modi è creare comunione e quando si crea comunione possiamo esserne certi sta passando Dio, noi vediamo le spalle di Dio.
In questa domenica dovremmo ringraziarci vicendevolmente per quanti hanno compiuto un servizio gratuito per la comunità.

Non mi metto a fare l’elenco di quanti svolgono un servizio in comunità perché rischio di dimenticare qualcuno, però permettetemi di indicare uno spazio dove possiamo compiere qualche passo più.
Vorrei tratteggiare un sentiero perché la comunione tra noi sia sempre più forte.
Un sentiero che possa aiutare a rafforzare sempre più la nostra appartenenza a questa comunità.
Il sentiero che vorrei indicare è quello della cura per gli ambienti.
Non è che questa manchi, ma è un sentiero che si può popolare maggiormente.
Una comunità abita un ambiente e l’ordine, la bellezza e la pulizia dell’ambiente dicono la dignità di chi lo abita.
Molti già operano per tenere puliti e in ordine gli ambienti della parrocchia, dai cortili alle aule e qualcuno si è fatto avanti in questi mesi prestando con umiltà il suo servizio.
Ma permettetemi, credo che su questo sentiero ci sia spazio ancora per molti, non abbiate paura a farvi avanti, ci sono servizi umili che creano comunione e diventano segno del passaggio di Dio.
Dal tenere in ordine il verde, alla cura per tener puliti i campi dell’oratorio, certo sarà premura di tutti, educare i ragazzi ad avere come amici i cestini e non buttare per terra le carte le lattine e tante altre cose. Ragazzi diventate amici dei cestini, dandogli da mangiare i rifiuti, loro saranno molto contenti e anche noi lo saremo.
Mi piacerebbe che qualcuno si facesse avanti per rendersi disponibile a fare un passaggio sui campi dell’oratorio per tenerli puliti in modo particolare adesso che inizia l’oratorio estivo, certamente un servizio umile ma che valorizza quanti frequenteranno l’oratorio estivo.

Abbiamo poi un bellissimo biglietto da visita per quanti arrivano in SAMZ per giocare in palestra o a calcio o per quanti vanno alla bottega amica, ed è la scala che dà accesso alla palestra e all’autorimessa. Questa scala se qualcuno si impegnasse a tenerla pulita potrebbe essere un segno per veicolare un messaggio di accoglienza a quanti la percorrono.

Se qualcuno poi si prendesse a cuore la pulizia e l’ordine della cappellina dell’oratorio forse potremmo far capire maggiormente quanta importanza il Signore ha nella nostra comunità.

Vorrei poi lanciare l’operazione ragnatela. Mi piacerebbe che qualcuno si facesse avanti per fare delle pulizie di fino in Chiesa e nella capellina delle messe feriale.
Concedetemi di dirlo con un linguaggio adolescenziale se parte l’operazione ragnatela sarebbe “tanta roba”.
Se questo sentiero della cura per gli ambianti si popolasse maggiormente la samz diventerebbe sempre più casa nostra.

In questa solennità della Trinità dove siamo posti di fronte al mistero del nostro Dio chiediamo al Signore di poter diventare gli uni per gli altri le spalle di Dio.

  don Davide
 

don Davide Milanesi

Non so se vi è mai capitato alla domenica pomeriggio di chiedere a qualche adolescente: "Ma c’eri a messa questa mattina ?" E sentirsi dire un bel NO in parte già prevedibile visto che la domanda partiva dal non averlo visto in chiesa.
Ma qualche volta non so se vi è capitato di andare avanti e chiedere perché non c’eri e le risposte qui diventano creative fantasiose ma ce né una che mi colpisce sempre, è quando rispondono "Oh don ma la messa e sempre la stessa cosa, è monotona".

Non possiamo dare totalmente torto a questo adolescente perché l’eucaristia conosce una sua ripetitività nei gesti nei suoi momenti nella sua struttura.
Ma cosa ci fa riconoscere che un’eucaristia è diversa dall’altra?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo pensare all’eucaristia come il rinnovarsi del passaggio di Gesù nelle nostre vite.
Pensare all’eucaristia non come a qualcosa di statico, ma come qualcosa di dinamico come il passare di Gesù per le nostre strade.
Un passare di Gesù nella fragilità e povertà di questo pane che vuole intercettare la vita della gente, entrare nel cuore della persone.
Questo passare di Gesù è sempre lo stesso perché è sempre lo stesso Gesù che passa.

Ho provato a pensare che ciò che ci fa cogliere le diverse sfumature del passaggio di Gesù è il nostro affetto per il Signore.
È l’amore per Gesù che ci fa attenti al suo passaggio e ci fa cogliere le diverse sfumature di questo passaggio.
È il nostro bisogno e il nostro desiderio di Gesù che ci fa cogliere le diversità del suo passaggio.

Qualche volta Gesù passa è dice parole forti che invitano alla conversione, altre volte passa dicendo parole che danno consolazione perché sono le parole del perdono, a volte Gesù passa con il volto deciso diretto verso Gerusalemme e invita alla radicalità a scelte decise di rottura con il male, a volte Gesù passa con la croce sulle spalle e ci invita a diventare come il cireneo.
Gesù ancora oggi passa per le nostre strade nella fragilità e povertà di questo pane.
Chi lo ama sarà attento a cogliere le diverse sfumature di questo passaggio.

Vorrei che in questa solennità del Corpus Domini in cui ricordiamo come nell’eucaristia Gesù passa ancora a fianco alle nostre vite per incontrale, noi non lo lasciassimo passare invano:
Vorrei che imparassimo a gridare come i mendicanti del Vangelo: Gesù figlio di Davide abbi pietà di me,
Vorrei che imparassimo a buttarci ai piedi di questo Gesù che passa come la donna Siro fenicia per chiedere qualcosa,
Vorrei che come Maria al passaggio di Gesù trovassimo la forza di fermarci ai suoi piedi per ascoltare cosa ha da dirci.
Se disponiamo il nostro cuore in questo modo allora il passaggio di Gesù, che è sempre lo stesso, potrebbe dirci cose nuove e l’eucaristia non diventerebbe la solita cosa.
Forse al nostro adolescente e anche a noi prima di entrare in chiesa a celebrare l’eucaristia dovremmo far risuonare dentro di noi la domanda che Gesù rivolge a Pietro: Mi vuoi bene?

  don Davide
 

don Davide Milanesi

La staffetta 4×100 metri è una specialità dell'atletica leggera, nella quale gli atleti competono in squadre di quattro elementi (detti frazionisti), che si succedono sulla medesima corsia per completare i 400 metri della pista, percorrendo ciascuno circa 100 metri.
Come in tutte le staffette dell'atletica leggera, gli atleti di ogni squadra devono darsi il cambio passandosi un testimone secondo determinate regole. Il passaggio del testimone deve avvenire nella cosiddetta zona di cambio, la quale ha una lunghezza di 20 metri, pena la squalifica della squadra.

Queste piccole nozioni sulla staffetta mi pare possano aiutarci ad entrare in questa solennità dell’Ascensione.
Con l’Ascensione scompare il corpo di Gesù e si chiude la sua avventura storica e individuale ma continua la sua storia con un nuovo corpo che è la Chiesa.
Con l’ascensione Gesù passa il testimone alla Chiesa.
Gesù si fa da parte dicendo che ora tocca noi.
Quando uno si fa da parte dà un messaggio di fiducia nei confronti di chi rimane.
Finiti i suoi 100 mt l’atleta passa il testimone al suo compagno e si fida di lui perché possa fare meglio di lui.
Con l’Ascensione Gesù passa il testimone a ciascuno di noi invitandoci ad essere suoi testimoni. Ma chi è il testimone ?

Il testimone sembra dire Gesù è colui che è stato segnato nel passato da un evento, da un incontro, da un’esperienza, quella fatta con Gesù.
Chiediamoci posso dire che nella mia storia c’è stato qualcuno, un’esperienza che mi ha fatto incontrare il Signore Gesù.
Il testimone ha incontrato Gesù.

Infine di fronte al vuoto lasciato da Gesù i discepoli guardano il cielo e vengono rimproverati dagli uomini in bianche vesti.
Uomini di Galilea perché state a guardare il cielo ?
Questo rimanere a guardare il cielo mi piace vederlo come la tentazione di evadere la storia.
Il rimprovero degli uomini in bianche vesti è l’invito a essere testimoni dentro questa storia a entrare dentro la storia per annunciare il crocifisso risorto.

Ho provato a pensare che c’è un linguaggio che è un po’ come guardare il cielo, che è come evadere dalla storia.
Lamentarsi eccessivamente di questo nostro tempo alla fine è un modo per non entrare in questa storia, è una modalità di evasione tipica di chi scarica sempre le responsabilità sugli altri, è un modo di stare a guardare il cielo senza mai entrare nella storia.
Un linguaggio che butta discredito sugli altri è un modo di stare a guardare il cielo, è un modo per evadere dalla storia.
Il testimone di Gesù usa un altro linguaggio: il linguaggio della lode e della gioia. Il Vangelo conclude dicendo che i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande Gioia e stavano nel tempio lodando Dio.
Il linguaggio della gioia e della lode conosce spesso l’uso della parola “Grazie

Anche voi ragazzi oggi incontrate Gesù nel pane e nel vino, questo incontro è perché possiate essere testimoni di Gesù.
Per essere testimoni di Gesù siamo chiamati ad avere un linguaggio che sospende le lamentele, i capricci per un linguaggio che racconta la gioia di avere un amico come Gesù, un linguaggio che è capace di lodare Dio e gli altri.
Un linguaggio che usa spesso la parola “grazie”.
Non dimentichiamo che Eucarestia vuol dire rendimento di grazie.

  don Davide

 

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