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Liturgia del giorno 21 Settembre: S. MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA, festa SAN MATTEO [I sec.]
Matteo, chiamato anche Levi, viveva a Cafarnao ed era pubblicano, cioè esattore delle tasse. Seguì Gesù con grande entusiasmo, come ricorda San Luca, liberandosi dei beni terreni. Ed è Matteo che nel suo vangelo riporta le parole Gesù:"Quando tu dai elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto... ".
Dopo la Pentecoste egli scrisse il suo vangelo, rivolto agli Ebrei, per supplire, come dice Eusebio, alla sua assenza quando si recò presso altre genti. Il suo vangelo vuole prima di tutto dimostrare che Gesù è il Messia che realizza le promesse dell' Antico Testamento, ed è caratterizzato da cinque importanti discorsi di Gesù sul regno di Dio. Probabilmente la sua morte fu naturale, anche se fonti poco attendibili lo vogliono martire di Etiopia.

La parola del parroco

don Davide Milanesi

“ Mi sono fatto prete perché mi piace passare con la gente tutti i momenti, quelli tristi come quelli allegri.
In una giornata puoi fare un battesimo, un servizio funebre, vedi una famiglia che ha avuto un certo problema, stai con i bambini, con i ragazzi, fai molte cose, e arrivi a sera pieno di una montagna di esperienze, di grida, di gemiti, di gioie e di tristezze.
E che cosa ti insegna tutto questo dal punto di vista umano e spirituale ?
Ti insegna a mettere tutto nelle mani di Dio perché tu non sei redentore di niente, al massimo accompagni e in qualche modo fai presente Gesù in quella situazione di sofferenza o di gioia.
È questo che ti può far stare bene, contento, allegro, di buon umore e senza volerti sottrarre.
E così dire messa non diventa mai un’abitudine.
Com’è triste il prete che consacra soltanto l’eucaristia e non l’esistenza !
Sono consacrato per consacrare la vita, la realtà, la quotidianità. È la cosa più grande.
Essere prete è un modo di stare nella vita, un modo di esistere, e ci si trova la felicità.
Sono felice di questa vocazione, succeda quel che succeda.


Padre Facundo Berretta Cura villeros a Buenos Aires

In questa giornata per il Seminario concedetemi di dire una parola sul seminario e sulla figura del prete.
Per questo sono partito da questa citazione sull’essere prete, nella quale mi ritrovo, scritta da un prete che vive il suo ministro nella miseria di Buenos Aires.
Parlare del Seminario è parlare di quel percorso formativo che ha come punto di arrivo l’ordinazione presbiterale di un giovane (o meno giovane) e come punto di partenza un giovane che ha intuito nel ministero ordinato - nel farsi prete - la possibilità di trovare la felicità della propria vita.
Il lavoro che il seminario compie è quello custodire e coltivare questa intuizione presente nel giovane che bussa alla porta del seminario.
Il seminario, con la sua proposta formativa, cerca di educare le umanità dei giovani che si presentano attraverso la vita comunitaria, la vita di preghiera, lo studio della teologia, le esperienze pastorali che nei sei anni di seminario un giovane vive.
Il Vangelo ascoltato può aiutarci a cogliere qualcosa del percorso formativo del seminario.
Nel del dialogo tra Gesù e Nicodemo, Cristo parla di questo nascere dall’alto e spiega a Nicodemo che questo nascere dall’alto è nascere dallo Spirito.
Come ci ha ricordato Isaia nella prima lettura: In noi sarà infuso uno spirito dall’alto.
Nascere dall’alto come nascere dallo Spirito è certamente un essere guidati dallo Spirito di Gesù, chi è guidato dallo Spirito diventa uomo di comunione. Lo Spirito crea comunione e uomini guidati dallo Spirito sono uomini di comunione.
Un giovane che diventa prete, come ogni cristiano, è chiamato a lasciarsi guidare dallo Spirito di Gesù e creare comunione: il prete crea comunione ripetendo le parole e i gesti di Gesù nell’Eucarestia e nel sacramento della Penitenza.
Le parole e i gesti di Gesù che un prete ripete sono quelli che vive nell’Eucarestia.
Il pane spezzato e il vino versato, fonte di comunione di una comunità, plasmano la vita di un prete affinché sia un uomo di comunione con le sue parole e gesti. Noi sperimentiamo come nella comunione si trova la felicità; così, in tutto questo, un prete trova la gioia della sua vita. Anche nell’offrire il perdono di Dio, un prete diventa uomo di comunione; se ci pensiamo bene, quante volte il perdono ha ristabilito la comunione tra le persone !
Qualche dato: attualmente in seminario ci sono circa 130 giovani distribuiti su 7 anni ( corso P 7; 1 Th 17; 2Th 29; 3 Th 18; 4Th 14; 5Th 22; 6 Th 15; TP 5), per una media poco inferiore di 20 preti all’anno. L’età media è di 26 anni.
Quando un giovane intuisce che può trovare la felicità vivendo da prete, il seminario non fa altro che accogliere questa intuizione per custodirla e coltivarla.
Una volta diventato prete, questo giovane è chiamato a ripetere i gesti e le parole di Gesù, affinché la comunione tra le persone a lui affidate sia sempre più forte.
La ripetizione delle parole e dei gesti compiuti da Gesù plasma tutta la sua vita, così che il sacerdote non consacra solo l’Eucarestia, bensì, tutta la vita, affinché come abbiamo ascoltato da padre Facundo:

È triste il prete che consacra soltanto l’Eucaristia e non l’esistenza!
Sono consacrato per consacrare la vita, la realtà, la quotidianità. È la cosa più grande.
Essere prete è un modo di stare nella vita, un modo di esistere, e ci si trova la felicità.
Sono felice di questa vocazione, succeda quel che succeda.


Detto questo, non ci resta che pregare, cosicché molti giovani possano intuire che, in una vita che ripete i gesti di Gesù, è possibile trovare la propria felicità, perché è una vita che crea comunione.
Sulle panche, potete trovare e prendere l’immaginetta con la preghiera per le vocazioni.
 

  don Davide

 

don Davide Milanesi

Nel Vangelo, troviamo un Gesù che usa parole molto forti e dure nei confronti dei Giudei: Non avete mai ascoltato la voce del Padre, non avete mai visto il suo volto, la parola di Dio non rimane in voi, non credete in colui che ha mandato, non volete venire a me per avere vita, non avete in voi l’amore d Dio, non cercate la gloria che viene da Dio.
Queste parole di Gesù descrivono i giudei con un cuore molto duro, un cuore impermeabile.
Ma da dove nascono queste parole molto forti di Gesù nei confronti dei Giudei ?
Nascono dal fatto che Gesù ha guarito un uomo paralitico da 38 anni, ma la guarigione è avvenuta in giorno di sabato. I giudei, invece di gioire per la guarigione di quest’uomo, cominciano a perseguitare Gesù e, dice il Vangelo, cercavano di ucciderlo.
Di fronte ad un’opera di Dio (la guarigione del paralitico), invece di accoglierla e lasciare andare il cuore alla gioia, lo si indurisce; anzi: il cuore diventa cattivo e vuole uccidere Gesù stesso.
Quando il cuore si indurisce, perde i tratti della compassione, della tenerezza e il linguaggio sputa parole mortali, volgari, dimenticandosi delle parole gentili che esprimono accoglienza e compassione.
I giudei dal cuore indurito, alla fine, cercano di uccidere Gesù. È la durezza del cuore che porta alla volontà di uccidere. Uccidere qualcuno è la massima espressione del rifiuto; tuttavia, si può rifiutare qualcuno anche attraverso il linguaggio che usiamo.
Il linguaggio del rifiuto non conosce le parole dell’accoglienza. Il cuore indurito non sa accogliere.
Linguaggi non accoglienti portano lontano dalla vita.
È da notare come l’accoglienza di una vita (pensiamo al parto) sia sempre qualcosa di molto doloroso: si accoglie una nuova vita nel dolore, ma quell’accoglienza per una nuova vita porta grande gioia.
L’accoglienza ha un prezzo a volte doloroso, ma è l’unica via per restare sulle vie dalla vita e non andare verso sentieri di morte.
Per questo, Gesù, che è la vita, usa parole molto dure contro i giudei. I Giudei non accolgono l’opera di Dio e vanno verso una volontà di morte nei confronti di Gesù.
Possiamo fare nostre le parole del profeta Isaia: Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?
Come fare allora perché il nostro cuore non si indurisca e non si esprima con il linguaggio del rifiuto che porta lontano dalla vita ?
Le prime parole del profeta Isaia ci suggeriscono quale sia la via per non indurire il cuore: Voglio ricordare i benefici del Signore, quanto egli ha fatto per noi.
Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia.

Se nel nostro cuore si affollano pensieri tristi, sfiduciati, che alimentano rancore e portano ad indurire il nostro cuore, oggi vogliamo fare la scelta di ricordare i benefici del Signore, vogliamo ricordare come ci ha trattato con misericordia e secondo la grandezza della sua grazia.
Il ricordo dei benefici del Signore è una scelta. Fare memoria del bene ricevuto è innanzitutto un atto della volontà.
Per questo, dimenticare i benefici ricevuti è un peccato, perché è la volontà che non si esercita nel ricordare i benefici ricevuti.
È la memoria dei benefici ricevuti dal Signore che ci permette di custodire un cuore compassionevole, un cuore che porta ad un linguaggio accogliente, così da non percorrere sentieri che portano lontano dalla vita.
Dire poco spesso la parola «grazie» è un peccato e rischiamo di indurire il nostro cuore. Celebrare l’eucarestia alla domenica è un modo per dire grazie al Signore dei benefici ricevuti, è custodire un cuore compassionevole; al contrario, disertare l’Eucarestia rischia di lasciare che il nostro cuore si indurisca.
Nel silenzio della nostra preghiera, facciamo memoria al Signore dei Suoi benefici, così da evitare che il nostro cuore diventi duro e vada lontano dalle vie della vita.

 

  don Davide

don Davide Milanesi

Oggi ci troviamo di fronte a due persone, distanti tra loro: Gesù e il Centurione. Distanti, per diversi motivi.
Innanzitutto, Gesù era ebreo, mentre il centurione era romano. Gesù, poi, non aveva nessun potere terreno, mentre il centurione aveva il potere di controllo sull’intera città. Gesù era un circonciso cresciuto secondo la legge di Mosè, il centurione era invece un pagano; infine, Gesù era un uomo disarmato, mentre il centurione aveva una spada e comandava cento soldati (la centuria).
Come è possibile che questa distanza sia diventata prossimità ?
Un primo aspetto è legato all’amore. C’è l’amore del centurione per il suo servo e l’amore del centurione per il popolo d’Israele, che Gesù stesso ama. Un amore, che porta il centurione ad avvicinarsi piano piano a Gesù in modo disarmato. Il centurione, con quel suo continuo dire «non sono degno», è un po’ come se si spogliasse della sua spada e del suo potere. Un amore, che porta il centurione a riconoscere che la sua parola di comando, la sua parola autoritaria, imperativa, spesso usata per comandare la centuria, in realtà non può nulla sulla vita del suo del servo.
È bene disarmarsi, riconoscere il limite del proprio potere, della propria parola, per affidarsi a una parola più potente e forte, come quella di Gesù.
Una parola, quella di Gesù, che può ridare vita.
Tutti noi, come il centurione, abbiamo fatto esperienza della forza della parola.
Ogni parola porta con sé un dono: ci sono parole che portano in sé il dono della vita e parole che portano, invece, alla morte.
Ogni parola che ascoltiamo porta in sé un dono, cioè offre qualcosa.
Vi sono parole che offendono e portano con sé il dono del risentimento della rabbia. Vi sono parole, come quelle della cronaca, che informano su avvenimenti spiacevoli, che ci donano rabbia, tristezza, magari sfiducia nel futuro.
Vi sono parole di complimento: parole benevole, che ci donano gratificazione e gusto per la vita.
Vi sono parole che promettono, di fronte alle quali, però, rimaniamo scettici e dubbiosi.
Vi sono parole di perdono, che portano il dono della fiducia e del coraggio.
La parola di Gesù – il centurione l’aveva capito – è una parola che porta in sé il dono della vita. Anche noi veniamo in chiesa per ascoltare una parola che ha la forza di riaccendere il gusto per la vita. Durante la Messa, infatti, chiediamo sempre questo: Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma di soltanto una parola e io sarò salvato. Sarò salvato dal malessere della vita, sarò salvato dalla morte, perché la tua parola mi può ridare gusto per la vita, può ridare entusiasmo per la vita.
Tutto questo è possibile, se noi, come il centurione, veniamo a Gesù disarmati, abbandonando i segni del potere, i segni della nostra dignità: ciò che dà dignità ad un uomo e una donna, infatti, è l’amore di Dio, che percepiamo anche dalle parole di Gesù.
Chiediamo al Signore di saper venire a lui disarmati, così da raccogliere la sua parola potente e forte, che riaccende in noi il gusto per la vita.

 

  don Davide

don Davide Milanesi

In questi giorni, mi è capitata una cosa molto strana. Navigando su internet e curiosando nei vari profili Facebook, ho trovato il profilo di Gesù di Nazareth. All’inizio, non ci credevo; poi, guardando bene, me ne sono accertato: era proprio lui !
Nome: Gesù; cognome: il Cristo; lavoro: carpentiere; vive: nel cuore di ogni uomo e donna di buona volontà.
Soprattutto, però, sono rimasto colpito quando ho guardando lo status; pensavo “single”, invece c’era “occupato”.
Oh, cavolo: vuoi vedere che Dan Brown, con il suo Codice da Vinci, aveva ragione? Invece no !
Guardando bene sulla bacheca, Gesù ha postato una foto del banchetto di nozze a Cana di Galilea, dove trasforma l’acqua in vino (foto che ha riscosso molto successo, perché ha preso molti like, da parte di tanti amanti del vino).
Pensandoci bene, quella foto è un indizio per capire lo stato “occupato” di Gesù. Perché, a quel banchetto di nozze, non si dice il nome dello sposo, ma lo sposo è colui che dona il vino buono e chi dona il vino buono è Gesù.
Dunque ,Gesù è lo sposo.
Qui, la domanda da gossip sorge spontanea: chi è la sposa ?
Non si dice nemmeno il nome di lei, ma quel banchetto di nozze avviene al sesto giorno ed esso evoca immediatamente il giorno in cui Dio crea l’uomo e la donna: la sposa di Gesù è tutta l’umanità, per questo Gesù vive nel cuore di ogni uomo e donna di buona volontà.
Tutto questo per dire che c‘è un legame tra Gesù e ciascuno di noi, che possiamo rileggere attraverso la simbolica sponsale, che anche Giovani Battista utilizza nel brano di Vangelo che abbiamo ascoltato, definendosi: “L’amico dello sposo”. Gesù è lo sposo.
Se, per qualcuno, sentirsi la sposa di Gesù provoca un po’ d’imbarazzo, credo che, invece, l’espressione “amico dello sposo” possa interpretarci e rileggerci meglio tutti. Infatti, Gesù, dalla sua pagina di FB, ha inviato la richiesta di amicizia per ciascuno di noi.
Ciascuno di noi, come Giovanni Battista, può sentirsi l’amico dello sposo.
Di fronte alla richiesta di amicizia di Gesù, noi cosa rispondiamo ? Accettiamo !
Ma cosa vuol dire per noi essere amici di qualcuno: è semplicemente cliccare sul tasto accetta ? Oppure, essere amici di qualcuno è qualcosa di più impegnativo ?
Un’amicizia si coltiva, la si sceglie: non è come i fratelli e sorelle, che uno si ritrova accanto, senza poter fare nulla; gli amici si scelgono, per questo c’è tutta la responsabilità nel dover coltivare l’amicizia, mettendoci in ascolto dell’amico nei momenti belli e in quelli brutti, sia che me la senta oppure non me la senta.
Gesù, il nostro amico, ci parla attraverso la Scrittura. Spesso, poi, con gli amici ci si siede a tavola, si pranza o si cena con loro e ci si ascolta in modo gratuito. Gesù, il nostro amico, tutte le domeniche ci invita a sederci a mensa con lui, durante l’Eucarestia.
Sta per iniziare un nuovo anno pastorale: perché quest’anno, tra le tante amicizie che coltiviamo, non ci impegniamo a coltivare l’amicizia con Gesù, così da poter dire, come Giovanni Battista: “anch’io sono l’amico dello Sposo” !
All’inizio di quest’anno, clicchiamo il tastino “accetta”, alla richiesta di amicizia di Gesù ?
Un’ultima cosa: secondo voi che immagine di profilo ha usato Gesù per la sua pagina FB ? Dopo Messa, raccolgo proposte !

  don Davide
 

don Davide Milanesi

Credo che la pagina di Vangelo ascoltata possa aiutarci a riflettere su una conversione che, come Chiesa, siamo chiamati a vivere. La conversione: da una Chiesa che convoca ad una Chiesa che invia.
La Chiesa che invia è la Chiesa in uscita.
Sono due modelli di Chiesa che vanno entrambi bene; si tratta di vedere, oggi, quale di questi debba essere maggiormente sostenuto.
La Chiesa in uscita, presentata nel Vangelo, riceve un mandato preciso da Gesù ed è quello di annunciare il regno di Dio.
Questo annuncio avviene attraverso le guarigioni e la sobrietà della vita: infatti, Gesù chiede di non procurarsi argento, oro, né due tuniche, né sandali, né bastone.
Vorrei soffermarmi sulle guarigioni o, meglio, su quelle azioni che Gesù elenca: guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni.
Questo tipo di azioni può sembrarci lontano, anacronistico; ma potremmo darne un’interpretazione, così da sentirle attuali.
Gli infermi sono coloro che hanno dei “blocchi” da un punto di vista della salute fisica.
Quanta gente, però, è inferma nel cuore, cioè ha dei “blocchi” che non le permettono slanci di generosità!
A volte possono essere antipatie, altre volte possono essere convinzioni che non hanno niente a che vedere con il Vangelo e che non le permettono di andare incontro agli altri in modo evangelico.
A volte, queste infermità sono delle paure, che bloccano la nostra azione caritativa. Annunciare il Regno dei cieli è guarire questo tipo di infermità che blocca una vita evangelica.
Risuscitare i morti: non dobbiamo pensare solo a quelli che stanno al cimitero. Proviamo pensare a quelle persone che hanno perso il gusto per la vita.
Quanta gente cammina, è in piedi, ma non ha voglia di vivere!
Annunciare il regno di Dio, allora, è aiutare le parsone a trovare gusto per la vita.
Purificate i lebbrosi: forse non ne vediamo in giro, dalle nostre parti.
La lebbra si manifesta con un puntino bianco e poi, piano piano, fa marcire la carne, finché si “mangia” la carne di una persona.
Proviamo a pensare a quelle lebbre che fanno marcire il nostro cuore: alla lebbra del rancore e del risentimento, che inizialmente si manifesta con un pensiero, ma poi, se gli diamo ascolto, diventa un vortice di pensieri che, talvolta, si trasforma in odio. C’è poi la lebbra dell’amarezza, che, piano piano, toglie al nostro cuore la possibilità di commuoversi.
Queste lebbre tolgono al nostro cuore la capacità di sentire le sofferenze degli altri: diventiamo uomini e donne senza cuore.
Annunciare il Regno di Dio è aiutare le persone a purificarsi dalla lebbra dell’amarezza e del rancore.
Infine, scacciare i demoni. Il mistero del Male è colui che divide.
Quante volte, la nostra lingua diventa un piccolo demonio che sputa parole che portano divisione.
Annunciare il regno di Dio è scacciare dalla nostra lingua le parole che dividono.
Chiediamo al Signore Gesù di essere una Chiesa in uscita, che sappia incontrare la gente del nostro tempo, annunciando il regno di Dio con la sobrietà della vita, guarendo gli infermi, resuscitando i morti, purificando i lebbrosi e scacciando i demoni.
 

  don Davide























 

 
























 

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La lettera mensile del Parroco

 

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La sezione contiene le omelie di don Davide.