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Liturgia del giorno 17 Dicembre:  Ia FERIA PRENATALIZIA DELL'ACCOLTO 

La parola del parroco

don Davide Milanesi

Oggi troviamo questo Gesù che entra a Gerusalemme.
L’entrata avviene cavalcando un puledro e scendendo dalla discesa del monte degli ulivi.
Questo ci fa pensare a Natale come Dio che scende dai cieli verso l’uomo e, quando Gesù inizia la discesa, la folla esprime la propria gioia lodando Dio a gran voce.
Quest’ingresso di Gesù a Gerusalemme avviene cavalcando un puledro. Un puledro, che prima era legato e che i discepoli hanno dovuto slegare.
Interessante: perché il Vangelo insiste molto su questo legare e slegare.
C’è un nodo da sciogliere, affinché Gesù possa montare sopra questa cavalcatura e possa così entrare a Gerusalemme.
Vorrei proprio attirare l’attenzione su questo legare e slegare.
Perché slegare questo nodo diventa la condizione affinché Gesù possa salire sul puledro e possa entrare in Gerusalemme. Tutto questo può suggerirci che, forse, nell’imminenza del Natale, affinché Gesù possa entrare nella nostra vita, possa cavalcare la nostra vita, possa montarci sopra, possa, insomma, nascere nella nostra vita, siamo chiamati a slegare qualche nodo.
Forse, il nodo da slegare potrebbe essere una diffidenza, una pigrizia, un rancore, una paura: slegare questi nodi è necessario, perché il Signore Gesù possa entrare nella nostra vita; slegare questi nodi è necessario perché ciascuno di noi possa diventare quell’asinello, su cui Gesù possa sedersi e fare strada con noi.
Come possiamo slegare questi nodi? A volte basta poco.
È interessante vedere come, in queste sere, girando per la visita alle famiglie c’è, spesso, un pronti-partenza-via di diffidenza, di paura, quando suono un campanello: non si sa chi ci sia dietro la porta e chi apre, nonostante abbia guardato dallo spioncino, non sa chi io sia e, quindi, quando la porta si apre, c’è sempre il nodo della diffidenza, della paura da sciogliere. Ma basta poco, perché si sciolga. Basta dire che sono un prete, basta un invito ad entrare in casa, basta un sorriso che il nodo della diffidenza e della paura si slegano.
Slegato il nodo della paura e della diffidenza, Gesù può cavalcare la vita di chi mi ha ospitato, Gesù entra in quella casa attraverso la preghiera semplice del Padre nostro.
Il nodo della diffidenza, della paura si slega facilmente: basta farsi conoscere, basta un sorriso, basta un’espressione accogliente.
Quando questo nodo si slega, Gesù può entrare nella vita di ciascuno di noi.
Un altro modo per slegare questi nodi è quello di celebrare il sacramento della riconciliazione: un rancore, un forte senso di colpa, una durezza di cuore possono essere slegati grazie alla bontà misericordiosa di Dio.
Infine, papa Francesco è molto devoto alla Madonna che scioglie i nodi: pregare Maria, di cui abbiamo appena celebrato la festa dell’Immacolata, può aiutarci a sciogliere i nodi, affinché Suo figlio possa entrare nella nostra vita.
Chiediamo a Gesù e a Maria che, nell’imminenza di questo Natale, ci aiutino a vedere i nodi che dobbiamo slegare.;

  don Davide

don Davide Milanesi

Vorrei che, in questa solennità dell’Immacolata Concezione, raccogliessimo un invito, che voglio esprimere attraverso il titolo di una vecchia canzone di Renato Zero: “Niente trucco”.
Vedete, noi amiamo truccarci: anche quelli tra noi che sono acqua e sapone si sentono ogni tanto attratti dal trucco (sia esso il profumo, il modo di mettere i nostri capelli o tutto il resto).
Il trucco ci permette di nascondere alcuni difettucci, per offrirci agli altri meglio di quello che siamo: il trucco ci permette di sembrare diversi, il trucco è un po’ come una maschera; è camuffarsi, è il piacere di ingannare noi stessi e l’altro. Il trucco ci permette di nascondere la verità di ciò che siamo.
Dico così perché la pagina di Genesi ascoltata è introdotta da un versetto in cui, dopo la caduta dell’uomo per aver mangiato del frutto dell’albero che Dio aveva proibito, Dio passeggia nel giardino e l’uomo si nasconde. Dio domanda ad Adamo “dove sei?”. Domanda che potremmo tradurre con “Adamo, Niente trucco, non nasconderti, non avere paura, non difenderti di fronte a Dio che ti viene a cercare!”. Di fronte all’uomo che si nasconde da Dio, perché ha paura, Dio entra con molta discrezione: «hai forse mangiato?». “Forse”. Come se Dio non sapesse! Ma è una modalità che Dio utilizza affinché l’uomo si assuma le responsabilità di ciò che ha fatto; Adamo scarica il barile («è stata la donna») e la donna scarica il barile («è stato il serpente»): Dio ci chiede di stare davanti a lui senza trucco, mentre noi, continuamente, ci trucchiamo.
Il brano della Genesi sembra dire che, quando Dio ci viene a cercare, noi ci nascondiamo; appunto: ci trucchiamo.
Natale che si avvicina è questo Dio che viene a cercarci.
Ho provato a pensare che, tra i trucchi migliori per nasconderci da questo Dio che ci viene a cercare, c’è un rimmel della marca “È colpa tua” . Quello usato da Adamo ed Eva nella pagina di Genesi: è sempre colpa di un altro. Di questo rimmel sono finite le scorte. Il modo migliore per nasconderci e fuggire da Dio è quello di dare la colpa agli altri: è la società, è la stanchezza; insomma, si fugge da Dio e da ciò che siamo, dando la colpa agli altri, senza mai assumerci le nostre responsabilità.
Ho trovato, poi, un fondotinta della marca “ma che maniere!” ; ci nascondiamo, difendendoci, attaccando le modalità dell’altro: Dio che mi viene a cercare non ha mai i modi giusti per dirmi che mi sta cercando!
Infine, c’è in uso un rossetto ad un alto potere di seduzione e la sua marca è “non c’è niente di male” . Io non devo rendere conto a nessuno, perché io non ho fatto niente di male: io sto bene così, sono a posto così, nessuno deve intromettersi nella mia vita, nemmeno Dio.
Ma tutti questi trucchi ”È colpa tua”, “Ma che maniere!”, “Non c’è niente di male” , rivelano la nostra paura di Dio: rivelano la paura che noi abbiamo di noi stessi; abbiamo paura di mostrare a Dio quello che siamo, la nostra umanità.
Tutti questi trucchi non permettono a Dio di entrare nella nostra vita.
Una Donna niente trucco, una donna acqua e sapone è proprio Maria. L’Immacolata Concezione ci rivela Maria come una donna niente trucco: acqua e sapone.
Maria non si trucca, perché non ha paura di questo Dio che la viene a cercare. Maria accoglie la sua parola, non si difende di fronte alla parola di Dio che la invita ad essere la madre di suo figlio Gesù di Nazaret.
Un modo per rispondere, senza trucco, a questo Dio, che a Natale ci viene a cercare è quello di preparaci attraverso il sacramento della confessione. Nella confessione, noi ci mettiamo davanti a Dio senza trucco: siamo davanti a lui con la verità di ciò che siamo.
Non ci resta che andare verso il Natale come uomini e donne Niente trucco!

  don Davide

don Davide Milanesi

In questo tempo di Avvento, anche noi stiamo preparando la via per accogliere Gesù nella nostra vita, attraverso l’ascolto della Parola di Dio. Anche il Vangelo, oggi, ci chiede di preparare la via al Signore Gesù che viene ad incontraci.
Preparare la via è preparare il nostro cuore, affinché sia attento alla venuta del Signore nella nostra vita quotidiana.
Nel brano evangelico, per preparare la via al Signore, la gente va da Giovanni il Battista.
Chi è Giovanni il Battista?
Vediamo come il Vangelo lo descrive. Ci racconta come era vestito e cosa mangiava, come se dal vestito e dall’alimentazione si possa capire il cuore del Battista, così che anche il nostro cuore possa essere simile al suo.
Innanzitutto, i suoi pasti: cavallette e miele selvatico. Questi cibi ci suggeriscono che il Battista mangiava quello che trovava. Tutto questo ci fa pensare che il cuore del Battista è un cuore che vive della provvidenza di Dio, è un cuore che sa raccogliere i doni di Dio. Il Battista vive di ciò che Dio gli dona.
Poi, il vestito: peli di cammello e cintura ai fianchi dicono che il Battista non è particolarmente ricercato nel suo abbigliamento, ma veste in modo sobrio. Il cuore del Battista è un cuore sobrio. La sobrietà, così come la povertà, è segno che non si riempie la vita con tante cose: in questo modo, è possibile lasciare spazio a Dio.
Questo andare a preparare la via del Signore, andando da un uomo come il Battista, dal cuore sobrio e che crede alla provvidenza di Dio, ci suggerisce che preparare la via al Signore, prepararci al Natale, è custodire una sobrietà della vita e un cuore che confida nella provvidenza di Dio.
Potremmo pensare qualche gesto di sobrietà. Proviamo a guardare in casa nostra a quante cose inutili abbiamo, oggetti che da tanto tempo non usiamo o tocchiamo solo per fare la polvere. Potrebbe essere l’occasione per togliere qualcosa e realizzare un angolo curato, per dare spazio alla Bibbia aperta in casa.
Questo togliere oggetti superflui può essere segno di un cuore che fa spazio a Dio. Oppure, nelle tante cose che facciamo, proviamo a pensare se proprio tutto quello che facciamo è essenziale; è vero: oggi tutto è importante, ma cosa è realmente essenziale? Magari, potremmo scoprire che alcune cose che facciamo non sono così essenziali e potremmo evitare di farle, per dare più tempo a Dio.
Per quanto riguarda un cuore che crede nella provvidenza di Dio, dovremmo vedere quante volte, nella vita, facciamo qualcosa, pur riconoscendo la sproporzione tra quanto richiesto e ciò che noi riusciamo – effettivamente – a fare.
Tutte le volte che ci sembra poco quello che possiamo fare rispetto al bisogno e comunque decidiamo di farlo, mettiamo in campo un cuore che crede nella provvidenza di Dio, perché il poco che abbiamo lo mettiamo nelle mani di Dio, fiduciosi che Lui farà il resto.
In questo tempo di Avvento, andiamo come i pastori verso Betlemme, mettendo al centro della nostra vita la Parola di Dio, raccogliendo annunci di gioia e preparando la via al Signore attraverso un cuore sobrio che crede all’amore provvidenziale di Dio.
 

  don Davide

 

don Davide Milanesi

Vorrei raccogliere questa pagina di vangelo attorno ad un verbo: vedere.
Sia perché Gesù, per ben tre volte, parlando di Giovanni il Battista, chiede alla gente “cosa siete andati a vedere?”, sia perché ai discepoli (mandati dallo stesso Battista) dice di raccontare quello che hanno visto a chi li aveva inviati.
Da dove nasce questa insistenza sul vedere?
A me pare che questa insistenza sul vedere nasca da un dubbio del Battista, o, meglio, dalla paura di Giovanni Battista di aver sbagliato tutto nella propria vita, di aver preparato la via a colui che non è il Messia.
Il Battista, in carcere, ha paura che Gesù non sia il Messia.
Giovanni Battista, però, non fugge da questa sua paura, ma cerca di comprenderla: cerca di fare chiarezza. Se immaginiamo la paura come una zona d’ombra, una zona buia, il Battista cerca di abitare questa zona d’ombra, facendo chiarezza, facendo luce.
Giovanni, di fronte a questa sua paura, non semplifica, non taglia corto sulla questione, bensì vuole vederci chiaro, cercando di capire se davvero Gesù sia il Messia, colui che doveva venire, colui al quale preparare la via, mandando dei suoi discepoli a Gesù per chiedere se veramente sia lui colui che deve venire.
Gesù, se pensiamo bene alla domanda che riceve (sei tu colui che deve venire?), a cui si poteva semplicemente rispondere sì o no, non risponde. Non rispondendo, invita Giovanni a guardare i segni raccontati dai sui discepoli.
Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto….
Gesù non risponde direttamente alla domanda dei discepoli di Giovanni, piuttosto, invita Giovanni stesso ad essere più attento: a guardare dentro ciò che accade e trovare lui la risposta alla propria domanda. Sarà Giovanni che dovrà interpretare quei segni (guarigioni, dare la vista ai ciechi) come l’agire di Dio nella storia.
Gesù sta dicendo a Giovanni: di fronte alle tue paure, guarda a quei segni che dicono l’agire di Dio nella storia. Dio non ti abbandona alle tue paure.
Anche noi, forse, siamo abitati dalla paura, che nasce dalle violenze che spesso ci vengono raccontate, oppure paure che nascono dall’incontro con chi è diverso da noi, per cultura e religione.
Il Battista ci insegna che la paura va abitata, va innanzitutto riconosciuta: chiede il coraggio di fare chiarezza, senza rifugiarci in risposte semplici e banali, senza un’azione di semplificazione della realtà.
La violenza raccontata, le questioni dell’immigrazione, da cui possono nascere le nostre paure, legittime e fondate, non si risolvono dando risposte semplici e banali, abbiamo bisogno di sguardi di fede, che invitano alla lungimiranza.
Dobbiamo guardare bene dentro tutte queste situazioni: osservare con gli occhi della fede, che sa cogliere dentro queste zone d’ombra i segni dell’agire di Dio e, per questo, è capace di trasformare la paura in speranza.
Quello che voglio dire è che, di fronte a ciò che sta accadendo, siamo chiamati a fare la fatica di capire dove il Signore Dio ci stia portando, evitando di semplificare la realtà attraverso slogan banali e superficiali, che sono solo il terreno fertile per ogni dittatura.
Cominciamo almeno a dirci che il mondo sta cambiando e, in parte, è già cambiato e che tutto questo ci chiederà la fatica di accettare i cambiamenti. Perché questi cambiamenti avvengano a favore dell’umanità, dobbiamo dimorarvi con gli occhi della fede, che non semplifica, ma vede l’azione di Dio, anche dentro passaggi oscuri.
In questo tempo d’Avvento, nel quale abbiamo messo al centro al Parola di Dio, chiediamo che la Sacra Scrittura ci aiuti a cogliere i segni dello Spirito, per capire dove stiamo andando.
 

  don Davide

 

don Davide Milanesi

Il Vangelo di questa domenica sembra voglia fare da cassa di risonanza alle nostre paure. Gesù, con le sue parole – con cui, continuamente, ribadisce “badate a voi stessi”, “fate attenzione” – ci mette in guardia da eventi come carestie, terremoti, guerre, segni cosmici sconvolgenti (il sole si oscura, la luna non darà luce), persecuzioni ed omicidi.
Insomma, il Signore sembra proprio voler dar voce alle paure dell’uomo.
Certo, alcune ci sembrano lontane dalla nostra vita (come la paura della carestia) ma, in realtà, ci sono ben altre carestie di cui aver paura: non tanto quella legata all’avarizia della terra, ma, piuttosto, quella legata all’avarizia e all’egoismo del cuore di molti uomini.
Queste situazioni portano a sperare di non aver mai bisogno di nessuno, fino a pensare (e dire): “speriamo di non rimanere qui in qualche modo”; quest’espressione, in realtà, traduce la paura di dover aver bisogno di qualcuno, perché non sai se qualcuno ti aiuterà.
La paura legata all’oscurarsi del sole e della luna possono sembrarci lontane, ma quanto buio nasce dalla violenza che, tutti i giorni, ci viene raccontata; le giornate, anche se c’è il sole, con tutta la violenza raccontata, diventano grigie. La violenza spegne la fiducia nell’uomo.
Di fronte a queste paure che, comunque, risuonano nel cuore dell’uomo, cosa fa il Signore? Continua a dipingere di nero le giornate già fosche del nostro tempo?
Il termine paura deriva dal latino pavorem (dal verbo paveo = atterrire), che ha la stessa radice di pavimento. Terrore ha lo stesso suono di terra. Questo per dire che la paura ci butta a terra.
Gesù, dopo aver fatto da cassa di risonanza alle nostre paure, apre uno spiraglio: vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Cioè: dall’essere a terra, sul pavimento, a motivo delle nostre paure, siamo chiamati a guardare in alto e vedere il Figlio dell’Uomo che verrà, con potenza e gloria, a sconfiggere le nostre paure. Nel vangelo di Marco, si precisa che, in questa venuta, il Figlio dell’Uomo compie il gesto del radunare gli uomini grazie ai suoi angeli. Quasi a dire che, per sconfiggere le nostre paure, il Figlio dell’Uomo compirà questo gesto. Di fronte alle paure, ci terrà uniti: l’unione fa la forza!
La paura, infatti, talvolta, ci porta a disperderci, al “si salvi chi può”, ad alimentare ancor di più l’egoismo di cui abbiamo paura. La paura rischia, insomma, di raddoppiare la carestia, legata all’avarizia del cuore.
Nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella cappella Sistina, è possibile vedere il tentativo di uno dei dannati di salvarsi da solo, mentre un diavolo lo tira verso il basso. Quest’immagine significativa ci dice che non ci si salva da soli ed è rinforzata da un’altra, di opposta simbologia: dall’altra parte, vicino al gruppo di angeli an centro che suonano la tromba, uno viene sollevato dagli inferi e portato in cielo, grazie alla corona del rosario, ricordando a ciascuno che la preghiera degli altri mi può salvare.
In questo Avvento, proviamo ad indossare occhiali che ci permettano di vedere il venire del Figlio dell’Uomo che ci raduna. Questi, infatti, con la sua Parola, ci raduna, creando comunione.
Sappiamo bene che ci sono parole che dividono e parole che uniscono: l’ascolto della parola di Dio libera energie per creare comunione. La parola di Dio è una parola che raduna, che unisce. In questo Avvento, rimettiamo al centro la Parola di Dio, per essere uomini e donne di comunione, così da affrontare le nostre paure. La Parola di Dio ci aiuti ad affinare lo sguardo su ciò che ci unisce, piuttosto che su ciò che ci divide. La parola di Dio diventi quella forza che ci fa mettere in pratica le cose che ci raccolgono e creano comunione.
Chiediamo, in questo tempo d’Avvento, di saper vedere, pur in mezzo alle nostre paure, il Figlio dell’Uomo, che viene per radunarci con la sua Parola: mettiamo al centro la Sua Parola, così da compiere gesti di comunione, che possano avvicinarci gli uni agli altri.
 

  don Davide

 

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